Se la caccia alle streghe del cinema prosegue oggi in forme diverse

Ehsan Khoshbakht, iraniano residente a Londra e curatore della retrospettiva del Film Festival di Locarno, racconta al Corriere del Ticino, per il terzo anno consecutivo, il programma della rassegna, incentrato quest’anno sul periodo della caccia ai comunisti negli USA e delle liste nere.
Tra Bologna, dove è uno dei direttori del festival Il Cinema Ritrovato, e Locarno, dove quest’anno - come detto - firma la retrospettiva per la terza edizione di seguito, Ehsan Khoshbakht si è concentrato soprattutto sul cinema di lingua inglese degli anni ’40 e ’50 del Novecento. Il motivo è quello che lo ha spinto a creare il programma locarnese per il 2026: «Mi interessano le figure le cui carriere sono state interrotte, per un motivo o l’altro - dice - Ne abbiamo visto alcuni esempi nel 2024 con la rassegna sul centenario della Columbia Pictures, e l’anno successivo con quella sul cinema inglese del Secondo dopoguerra. Ho voluto affrontare di petto la questione parlando della sinistra hollywoodiana e della lista nera».
Khoshbakht si riferisce all’epoca in cui personalità di Hollywood, tacciate di simpatie comuniste, furono effettivamente messe al bando, costrette a trovare lavoro all’estero o a lavorare sotto pseudonimo - quest’ultimo fu il caso dei cosiddetti Hollywood Ten, un gruppo di sceneggiatori. Un clima di terrore, letteralmente: nel programma ci sono anche i cinegiornali d’epoca, nei quali era usato esplicitamente il termine «terrorista». E la situazione non è propriamente migliorata: la Paramount ha ventilato l’ipotesi di non lavorare con attori e registi che sostengono la causa palestinese, mentre in Francia c’è stato il caso recentissimo di Canal+, che potrebbe non finanziare più i progetti di chi ha protestato contro l’eccessivo potere mediatico del miliardario Vincent Bolloré, azionista di maggioranza del gruppo StudioCanal. Insomma, una retrospettiva diventata molto attuale da quando è stata annunciata. «Anche troppo - sottolinea Khoshbakht - L’altro giorno ho visto il notiziario con i senatori USA che interrogavano Anthony Fauci sulle politiche sanitarie durante la pandemia, con toni che speravo fossero rimasti nel passato».
Un viaggio trasversale
Se nel 2024 la rassegna riguardava un unico studio hollywoodiano e nel 2025 una sola nazione, questa volta il viaggio nel cinema di ieri è molto più trasversale, con titoli provenienti da Paesi come la Francia e la Spagna. Se da un lato, stilare la lista dei titoli è stato facile, poiché il curatore li conosceva quasi tutti - «Erano pochi i film che non avevo ancora visto», dice Khoshbakht - trovare le copie è stato più complicato del solito. Con tanto di versione moderna della lista nera, per certi versi, poiché almeno un film papabile è stato scartato a causa dell’ubicazione dell’unica copia di cui si hanno notizie certe: l’archivio di Mosca, che per motivi facilmente intuibili non è in grado di collaborare con istituzioni e festival fuori dal territorio russo. L’altro elemento delicato nel catalogare le opere da tenere in considerazione? «Capire se fossero effettivamente coinvolti individui ostracizzati, in particolare gli sceneggiatori, i cui nomi erano nascosti dietro firme fasulle». Quando si pensa a quel periodo vengono in mente soprattutto le persone colpite dalla caccia alle streghe ordita dal senatore repubblicano Joseph McCarthy (1908-1957), ma nella retrospettiva ci sono anche i film di chi si ritrovò dall’altra parte della barricata: uno su tutti, Fronte del porto (On the Waterfront, 1954), il cui regista Elia Kazan rimane una figura controversa per aver collaborato con chi perseguitava i comunisti.
Spiega Khoshbakht: «Mi interessava raccontare non solo i martiri di quel periodo, ma anche i cosiddetti traditori, tra cui appunto Kazan, per affrontare in modo completo il discorso sulla sinistra hollywoodiana e il suo legame con la lista nera». Si tratta, forse, del titolo più noto in programma, poiché come da tradizione queste rassegne indagano soprattutto il lato meno conosciuto di registi altrimenti famosissimi, come ad esempio John Huston il cui We Were Strangers (1949) - «Un film che hanno visto in pochissimi poiché fu un insuccesso al box office» - chiuderà la retrospettiva il 14 agosto. E poi c’è Charlie Chaplin, che con Un re a New York, (A King in New York, 1957) inedito negli USA fino al 1972, alludeva satiricamente al proprio cattivo rapporto con la politica statunitense: esiliato nel 1952 per accuse di ideologia comunista, l’attore e regista britannico si trasferì in Svizzera, a Vevey, dove rimase fino alla fine dei suoi giorni. «È uno dei motivi per cui l’ho incluso nella selezione», conclude Khoshbakht.