«Siamo una società dove uomini fragili si mostrano forti per proteggere la famiglia, finendo per distruggerla»

«L'ultimo grande romanziere del cinema statunitense». Giona A. Nazzaro ha scelto una definizione impegnativa per James Gray, che questa sera ha ricevuto in Piazza Grande il Pardo alla Carriera. Poche ore prima lo abbiamo incontrato al PalaCinema. Lui sorride, ringrazia, ma prende le distanze.
«Mi lusinga moltissimo, ma non mi riconosco in quella definizione. Guardo i film realizzati oggi e penso: mio Dio, quanto talento. Non parlo soltanto dei miei maestri, ma anche dei giovani registi: possiedono una cultura visiva incredibile». Realizzare un cinema ambizioso non è mai stato semplice. «Forse oggi lo è ancora di più e non dispongo delle risorse di alcuni registi negli anni ‘70. Non posso requisire tutti gli elicotteri dell'esercito filippino per una scena di battaglia», scherza, evocando Apocalypse Now. «E forse non possiedo nemmeno il talento di Francis Coppola».
Il punto, però, è un altro. «Se mi svegliassi al mattino con la sensazione di essere il migliore in qualcosa sarei un completo idiota. E credo che i miei film ne soffrirebbero, diventerebbero troppo autocoscienti. Voglio soltanto esprimere quello che sento e lottare per riuscire a realizzarlo. Se iniziassi davvero a pensare in quel modo, mia moglie mi direbbe semplicemente: vai a buttare la spazzatura».
Quella distanza dall'immagine dell'«autore» aiuta anche a comprendere Paper Tiger. Gray torna nel Queens degli anni Ottanta e, dopo Armageddon Time, nei territori della propria biografia. «Non penso mai: questo è il grande tema che devo affrontare. Mi domando cosa mi interessi in quel momento, cosa stia vivendo, quale relazione mi tormenti. Il lavoro comincia a crescere da lì».
Questa volta affiora soprattutto il ricordo della sua famiglia. «Io, mio fratello, mia madre e mio padre eravamo un nucleo molto unito. Incasinato, spesso incapace di esprimere amore. Ma l'amore esisteva». Nel giro di due mesi quel mondo si disgregò: James partì per il college, il fratello lasciò casa, il padre ebbe problemi con la giustizia e la madre morì per un glioblastoma, la stessa malattia che colpisce il personaggio di Scarlett Johansson. «Quella famiglia rappresentava l'amore che conoscevo e improvvisamente scomparve. Ho cercato di fare i conti con quella perdita per moltissimo tempo».
In Paper Tiger quella memoria diventa la storia di Irwin e Gary, interpretati da Miles Teller e Adam Driver: due fratelli accomunati dall'idea che essere uomini significhi soprattutto provvedere alla famiglia. «Una delle grandi difficoltà degli uomini nel mondo che abbiamo costruito è l'impossibilità di confrontarsi con il proprio lato tenero, con l'amore. È considerato in contraddizione con quello che un uomo dovrebbe fare: guadagnarsi da vivere, fare soldi, «provvedere» alla famiglia».
Gray allarga il discorso al sistema economico e sociale. «Pensiamo a una normale trattativa d'affari: viene premiato chi tiene meno all'altra parte. Nel 1986 la contraddizione era ancora più evidente: agli uomini era negata la vulnerabilità, mentre alle donne veniva concesso lo spazio emotivo ma molto meno quello professionale. Volevo osservare un sistema che incentiva crudeltà, egoismo e mancanza di integrità».
Per incarnare questo universo Gray ha riunito Driver, Teller e Johansson. «Scarlett ha capito immediatamente il film, anche nella sua dimensione storica. È intelligentissima». Driver aveva visto i suoi film sul Criterion Channel: «Quando l'ho incontrato mi è sembrato magnetico. Abbiamo gusti molto simili». Teller lo ha conquistato dopo Bleed: «Ha esattamente quel conflitto tra mascolinità e tenerezza, quella paura di mostrare ciò che sente. Nel film è fantastico».
Dirigerli significa soprattutto non spiegare loro come recitare. «Con attori di questo livello descrivo la realtà emotiva della scena, poi lavoro attorno a loro. La cosa fondamentale è che si ascoltino». Gray ricorda un aneddoto su L'infernale Quinlan: Orson Welles, per ottenere una reazione da Janet Leigh, si sarebbe avvicinato indicandole l'altro attore e sussurrandole: «Puzza». Gray ride, bevendo il suo caffè doppio: «È geniale. Gli attori reagiscono a una metafora che permette loro di arrivare immediatamente da qualche parte».
Una dose di ego, ammette, resta necessaria. «Devi pensare di essere la persona più importante di tutta la storia dell'umanità. Ma quando ti danno la macchina da presa devi dimenticartene completamente. Devi essere onesto con il pubblico sulle tue vulnerabilità, su quello che non funziona in te. Altrimenti non esiste dialogo».
PAPER TIGER
Con Paper Tiger, James Gray torna nella New York degli anni Ottanta e ai temi che attraversano da sempre la sua filmografia: la famiglia, il denaro come promessa di emancipazione e quel sogno americano che sembra a portata di mano fino al momento in cui mostra il proprio lato più oscuro.
Al centro della storia troviamo Irwin Pearl, interpretato da un ottimo Miles Teller. È un ingegnere del Queens, ha una moglie, Hester (Scarlett Johansson), due figli adolescenti e un obiettivo molto concreto: garantire loro un futuro migliore. A offrirgli una scorciatoia è il fratello Gary, ex poliziotto divorziato interpretato da Adam Driver. Affascinante e sicuro di sé, gli propone una consulenza da diecimila dollari per alcuni imprenditori russi impegnati nella bonifica del Gowanus Canal. Denaro facile, almeno sulla carta.
Da quel momento Paper Tiger stringe progressivamente la propria morsa. Gray non costruisce un crime tradizionale: la criminalità diventa il detonatore delle fragilità dei due fratelli e della loro incapacità di accettarle. La «tigre di carta» dovrebbe essere la mafia russa, descritta da Gary come meno pericolosa di quanto sembri. A rivelarsi fragili sono però soprattutto le certezze dei protagonisti, uomini che misurano il proprio valore sulla capacità di guadagnare e proteggere la famiglia.
Driver e Teller funzionano benissimo come due declinazioni opposte della stessa insicurezza: il primo seduce e trascina, il secondo sembra costantemente fuori posto. Johansson ha meno spazio, ma Hester è forse il personaggio più lucido del film.
Qualche passaggio insiste più del necessario e non tutto possiede la stessa finezza. Rimane un film solido, cupo e magnificamente interpretato, capace di trasformare una storia criminale in una tragedia familiare. Irwin e Gary vogliono lasciare ai figli qualcosa in più di quanto abbiano ricevuto: quella promessa di riscatto finirà invece per mettere in pericolo proprio ciò che volevano proteggere. VOTO 4 SU 5
