Theo Rossi scende dalla moto di Sons of Anarchy e diventa Bruton: «Non voglio mai essere lo stesso»

Per oltre due ore lo abbiamo appena visto dietro le sbarre, muoversi tra violenza, droga, isolamento e un'evasione quasi cinematograficamente impossibile. Poi Theo Rossi arriva al PalaCinema e Bryan Bruton scompare. Al suo posto c'è un uomo che sorride continuamente, scherza, parla della moglie che lo ha accompagnato a Locarno, dei suoi due figli, dell'arte e di quanto gli piacerebbe tornare presto in queste zone. «Lavorerei qui sempre», dice senza pensarci troppo. «Non vedo l'ora di tornare, sto facendo in modo di farlo succedere».
È forse il primo piccolo cortocircuito dell'incontro. Rossi sembra avere poco in comune con gli uomini tormentati, violenti o moralmente ambigui che hanno segnato la sua carriera, da Juice di Sons of Anarchy a Shades di Luke Cage. E ancora meno con Bryan Bruton, l'uomo realmente esistito che interpreta in Bruton, presentato in prima mondiale al Locarno Film Festival. Eppure è proprio quella distanza a interessarlo: entrare nella vita di qualcun altro fino a sparire, possibilmente senza lasciare sullo schermo traccia di Theo Rossi.
Questa volta, però, scomparire nel personaggio era più complicato del solito. Perché Bryan Bruton non era soltanto vivo: era lì, sul set, coinvolto nella produzione e pronto a osservare Rossi mentre ricostruiva davanti alla macchina da presa oltre un decennio della sua vita. «È molto diverso dal solito. Normalmente un personaggio lo crei. Mi è capitato di interpretare persone morte e allora puoi leggere, guardare filmati. Con Bryan invece potevo stare insieme a lui, vedere come camminava, come parlava, osservare i suoi gesti. Ho conosciuto sua figlia, ho imparato tutto quello che potevo su di lui».
Una risorsa, ma anche una pressione. «Hai una responsabilità maggiore perché vuoi fare le cose nel modo giusto. E lui è lì che ti guarda ogni giorno». Bruton, racconta Rossi, non si limitava però a osservare. «Prendevo la sceneggiatura e gli chiedevo continuamente: «Questo è successo davvero?». E lui magari rispondeva: «No, qui avresti fatto così», oppure mi spiegava persino come ci si muoveva in una determinata parte della cella». Rossi sorride e trova un'immagine: «Era come avere le sponde al bowling: quando mi allontanavo troppo, lui mi riportava nella direzione giusta».
Il rischio, quando il protagonista di un biopic è anche coinvolto nel progetto, sarebbe quello dell'autoassoluzione. Bruton sceglie un'altra strada. «Non diciamo se diventa migliore o peggiore. Lo vediamo partire da un punto e arrivare a un altro, osservando tutto quello che succede nel mezzo». Quasi tredici anni nei quali il carcere è centrale, ma non è tutto. «C'è il rapporto con sua figlia e c'è quel terribile incidente provocato dalle sue azioni. Alla fine vediamo semplicemente chi è diventato».
Paradossalmente, mentre il corpo viene privato della libertà, la mente di Bruton impara a viaggiare. Rossi ha dovuto imparare anche quello. «Lui medita. Io, se medito, mi addormento», scherza. «Era capace di portare la mente altrove. Io non riesco nemmeno a stare seduto così». Ma proprio nell'isolamento arriva una delle consapevolezze fondamentali del personaggio: «La sua mente può andare dalla figlia, dalla famiglia. E alla fine capisce che il problema è lui, non il mondo. Questa era la cosa più importante».
Per Rossi, Bruton significa però anche qualcosa sul piano professionale. «Il cinema indipendente è importantissimo ed è difficilissimo da fare. Devi avere un gruppo di persone che creda veramente in quello che stai facendo, sapendo che le possibilità di successo sono piccole». Per questo ha cominciato anche a produrre: «Vogliamo vedere un certo tipo di film, vogliamo fare cose che il business normalmente non ci permetterebbe di fare».
E qui arriva una frase che racconta bene il punto della sua carriera. «Il business mi vedrà sempre come il cattivo, o comunque in un certo tipo di ruolo. Sono un caratterista e per Hollywood è difficile vederti improvvisamente come protagonista. Hollywood è sempre l'ultima ad accorgersene». Così Bruton se lo sono costruito anche da soli. «Sono in ogni scena del film. Quindi posso finalmente vedere se funziona oppure no, se sono capace di farlo».
Sul braccio Rossi porta anche una piccola dichiarazione d'amore per l'arte e per la famiglia. Un tatuaggio ispirato alla corona di Jean-Michel Basquiat, reinterpretata per rappresentare lui, la moglie e i due figli. «Viviamo in un ranch in Texas e ci chiamiamo Wolf Kings».
L'arte, per Rossi, non è un vezzo. È qualcosa che rischiamo di dimenticare crescendo. «Tutti cominciamo come artisti. Disegniamo, giochiamo con i pupazzi, immaginiamo di essere altrove. Poi arrivano i soldi, il sesso, l'amore, la vita e iniziamo a dimenticarcene». Anche lui, ammette, per qualche anno l'ha fatto: «Tra i 17 e i 24 anni ero pazzo: risse, droghe, tutto il resto. Poi ricordi che dentro sei ancora quel bambino capace di sedersi sull'erba, disegnare e guardare le nuvole».
Il problema è che il cinema è arte, ma anche industria. «Lo chiamano show business, ma dovrebbe chiamarsi business show: prima viene il business e poi lo show». Per durare, secondo Rossi, bisogna imparare entrambi i linguaggi. «Arte e commercio probabilmente non dovrebbero stare insieme, ma nel cinema devono convivere. Molti artisti rifiutano la parte economica e molti uomini d'affari ignorano quella artistica. Funziona soltanto quando riesci a capire entrambe». Cita Basquiat, Picasso, Jay-Z: esempi diversi di un equilibrio che considera fondamentale.
Poi basta pronunciare un nome perché il sorriso si allarghi ancora: Juice.
«Sons of Anarchy per me è stato l'inizio». Rossi lavorava già da circa otto anni, ma erano soprattutto piccoli ruoli. «Quella serie è stata come andare all'università. Avevo Ron Perlman, Katey Sagal, Jimmy Smits: continuavo a imparare». E l'apprendimento è proseguito in Luke Cage accanto ad Alfre Woodard. «Da tutti impari soprattutto cosa non fare. Ogni volta che capisci qualcosa che non vuoi fare, ti avvicini un po' di più a quello che vuoi fare».
All'inizio nessuno poteva sapere quanto sarebbe diventato importante Juice. Poi qualcosa cambiò. «Dopo la terza stagione Kurt Sutter cominciò davvero a fidarsi di me e a dare sempre più spazio a me, Charlie Hunnam e Katey Sagal nella seconda parte della serie. È stato enorme per me. Gli devo tutto, perché da quel momento la mia carriera ha preso una strada completamente diversa».
E parlando di Juice è impossibile non arrivare a Ron Tully e Marilyn Manson, con il quale Rossi ha condiviso alcune delle sequenze più disturbanti della serie. Gli ricordiamo quanto fossero «vicini» sullo schermo. Scoppia a ridere: «Un po' troppo vicini. Riesco ancora a sentire il suo odore. Credo sia ancora addosso a me. A volte penso che sia dietro di me».
Lavorare con una star della musica con molta meno esperienza nella recitazione, però, fu tutt'altro che un problema. «A volte è persino meglio. Chi non è attore non pensa a tutte quelle cose alle quali pensano gli attori: semplicemente fa. È il motivo per cui i bambini spesso sono attori straordinari. Dicono le cose e stanno nel momento. E recitare significa essere nel momento». Manson, inoltre, «era un grandissimo fan della serie e semplicemente diventava quel personaggio. Questo rendeva tutto più facile». Rossi ammette anzi di apprezzare quell'assenza di sovrastrutture: «Mi piace lavorare con persone che non sono attori perché non hanno cattive abitudini. Gli attori a volte finiscono per fare continuamente le stesse cose».
Ed è esattamente ciò che Rossi non vuole fare. Ora sta lavorando a Delphi, serie Amazon legata all'universo di Creed e Rocky. Poi arriveranno Come With Me, «molto oscuro, ma molto attuale», The Saviors con Adam Scott e Danielle Deadwyler e, sorpresa, la sua prima commedia romantica. «Quella sarà una versione di me completamente diversa».
È forse questo che rimane più chiaramente dopo averlo incontrato al PalaCinema. Il sorriso di Rossi sembra lontanissimo da Bryan Bruton, da Juice, da Shades e dagli uomini tormentati che gli abbiamo visto interpretare. Ma è proprio quella distanza che cerca ogni volta.
«Quando faccio qualcosa voglio che sia il più diverso possibile da quello che ho fatto prima. Non voglio mai essere uguale. Oggi vedo troppe persone interpretare sempre se stesse e mi annoio. Io vengo da John Cassavetes, Daniel Day-Lewis, Philip Seymour Hoffman: mi piacciono gli attori che diventano persone diverse. È questo il senso della recitazione, no?».
