Cinema

Un horror ambientale che crea angoscia

È nelle nostre sale «Backrooms» il lungometraggio di Kane Parsons tratto dal fenomeno virale della Rete
Da Internet al grande schermo. © Async Pictures Inc.
Red.
03.06.2026 06:00

C’è un momento, nei primi minuti di Backrooms, in cui la macchina da presa si ferma. Non ci sono urla, non c’è sangue, non c’è un mostro che balza fuori dall’ombra. C’è solo un corridoio. Pareti gialle, moquette verde consumata, lampade al neon che ronzano con quella frequenza bassa e insistente che entra nel cervello e non ne esce più. È lì che il regista Kane Parsons conquista lo spettatore. Tratto dal fenomeno virale nato su 4chan ed esploso su YouTube, Backrooms porta finalmente al cinema uno degli spazi immaginari più inquietanti della cultura internet degli ultimi anni. L’idea di base è semplice quanto geniale: se si «clippasse» fuori dalla realtà nel modo sbagliato – come nei videogiochi, attraversando una parete nel verso sbagliato – ci si ritroverebbe intrappolati in un labirinto infinito di stanze deserte, senza uscita apparente, popolato da qualcosa che non si vede mai bene ma che si sente sempre.

Parsons, giovanissimo regista che aveva già dimostrato il suo talento con i cortometraggi virali che hanno dato vita al mito, non tradisce le aspettative. Al contrario, le supera. Con la A24 alle spalle e un cast di primo livello – Chiwetel Ejiofor e Renate Reinsve nei ruoli principali – costruisce un’opera che è horror, dramma psicologico e riflessione sull’alienazione moderna allo stesso tempo. Clark (Ejiofor) è un architetto fallito riconvertito a mobiliere, intrappolato in una vita che non ha scelto. Mary (Reinsve) è una psicologa che porta con sé un trauma infantile mai davvero elaborato. Quando entrambi «cadono» nelle Backrooms, il labirinto fisico diventa il riflesso perfetto del labirinto interiore che ognuno di loro abita da anni. È una metafora non sempre sottile, ma sempre efficace. La vera forza del film è estetica. Parsons esaspera il rigore formale delle Backrooms originali: quella saturazione malata dei gialli, la luce artificiale che non riscalda mai, gli angoli sempre leggermente sbagliati. Lo spazio genera disagio prima ancora che accada qualcosa. È un horror che colpisce attraverso l’architettura, che premia chi sa aspettare. Backrooms non è un film per tutti. È lento, volutamente ripetitivo e non concede risposte facili. Ma per chi si lascia trascinare, è un’esperienza rara: quella di un cinema che usa la paura non per divertire, ma per dire qualcosa di vero. 

Backrooms, di Kane Parsons con Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass (USA, 2026 - 110’).  Giudizio: 3/5.