Cinema

Un remake è piacevole ma non proprio necessario

La rilettura «live action» del fortunato cartone animato Oceania non regala alcunché di nuovo
I due protagonisti Catherine Laga’aia e Dwayne Johnson.
Red.
28.08.2026 06:00

Dopo aver conquistato il pubblico con l’animazione, Oceania prova a superare una barriera più difficile di quella che separa Motunui dal mare aperto: quella che divide un racconto già compiuto dalla necessità di rifarlo. Il risultato è un remake rispettoso, spesso spettacolare, ma non sempre indispensabile. La nuova versione ripercorre quasi fedelmente il viaggio di Vaiana, affidandosi alla forza di una storia ancora solida e a un immaginario che continua a possedere un notevole potere visivo. La trama resta quella conosciuta. Vaiana, figlia del capo di Motunui, sente il richiamo dell’oceano e decide di oltrepassare la barriera corallina quando una minaccia mette in pericolo il suo popolo. Per salvare l’isola deve trovare Maui, il semidio che ha sottratto un antico oggetto capace di ristabilire l’equilibrio del mondo. Il viaggio diventa così un confronto con la paura, con l’autorità paterna e con l’idea che guidare una comunità significhi anche avere il coraggio di cambiare le sue regole.

Il punto di forza del film è la sua ambientazione. Il Pacifico, le canoe, le coste vulcaniche e le tempeste acquistano una consistenza nuova, mentre la fotografia cerca un equilibrio tra realismo e fiaba. Quando il mare diventa presenza narrativa, quasi un personaggio, Oceania ritrova la meraviglia dell’originale. Alcune creature, invece, risentono inevitabilmente del passaggio dall’animazione agli effetti digitali: la loro resa è accurata, ma meno espressiva e sorprendente. Catherine Laga’aia affronta il ruolo di Vaiana con energia e misura. La sua interpretazione restituisce alla protagonista determinazione senza cancellarne la vulnerabilità, anche se il personaggio appare talvolta più trattenuto rispetto alla versione animata. Dwayne Johnson conserva il carisma di Maui e conferma la sua naturale comicità, ma il suo semidio occupa a tratti uno spazio eccessivo: le battute funzionano, però spostano l’attenzione dal percorso della ragazza proprio quando la storia dovrebbe appartenerle del tutto. Le canzoni rimangono uno degli elementi più efficaci. Riascoltarle in una veste dal vivo produce un immediato effetto nostalgico, ma mette in evidenza anche il limite principale del progetto: molte scene sembrano nate per essere ricreate, non reinventate. Il film aggiorna la superficie, mentre lascia quasi intatta la struttura drammatica, i tempi comici e persino il modo in cui i personaggi entrano ed escono dall’avventura. È qui che Oceania divide. Come esperienza familiare funziona: è chiaro, accessibile e sostenuto da un messaggio ancora attuale sull’identità e sulla responsabilità. Come remake, però, raramente trova una voce autonoma. Thomas Kail dirige con attenzione, senza forzare il materiale, ma proprio questa prudenza rende l’operazione meno audace di quanto il paesaggio avrebbe consentito. Il film arriva dunque in sala come un viaggio piacevole, accompagnato da immagini imponenti e da una protagonista convincente, ma anche da una domanda inevitabile: era davvero necessario ripartire da qui?