Una nuova alba per Spider-Man

Fino a una decina d’anni fa era impensabile che Spider-Man, il più famoso degli eroi mascherati nati dalla penna di Stan Lee (in questo caso con i disegni di Steve Ditko), potesse interagire sullo schermo con colleghi del calibro di Thor e Captain America, dato che questi ultimi erano in mano alla Marvel (e quindi, dal 2009, Disney), mentre il giovane con poteri ragneschi è, sul versante cinematografico, proprietà della Sony/Columbia. Poi le due parti sono giunte a un accordo, reciprocamente vantaggioso: la Marvel può utilizzare il personaggio in progetti corali come i film degli Avengers, mentre la Sony, che rimane l’autorità finale sulle avventure in solitario dell’eroe, può farlo affiancare da almeno un altro supereroe. Nel primo lungometraggio di questo nuovo corso quell’eroe era Iron Man, nel secondo Nick Fury e nel terzo Doctor Strange, costretto a ricorrere a un incantesimo per far dimenticare a tutti che Peter Parker, il ragazzo dietro la maschera di Spider-Man, sia mai esistito. Un sacrificio necessario, pena una collisione tra universi paralleli, ma non per questo meno doloroso.
Da allora sono passati alcuni anni e Peter (Tom Holland), ormai assolutamente anonimo (nei titoli di testa vediamo come l’incantesimo l’ha rimosso dai ricordi degli amici), si dedica a tempo pieno all’attività in costume, riducendo considerevolmente il tasso di criminalità a New York. Ma lo stress comincia a farsi sentire e, complice il DNA mutato del giovane, causare una specie di metamorfosi che Peter non può controllare, ragion per cui chiede aiuto a Bruce Banner (Mark Ruffalo), il quale è riuscito a inventare un inibitore che gli impedisce di trasformarsi in Hulk. Ma quello rischia di essere l’ultimo dei problemi, poiché in città è arrivata una nuova minaccia: una persona misteriosa che riesce a controllare le menti altrui, e sta dando del filo da torcere a Damage Control, l’organizzazione che dopo l’avvento degli Avengers ha iniziato a catalogare e tenere a bada chi ha intenzioni nefaste ed è dotato di superpoteri o tecnologie avanzate. E anche se il mondo ha dimenticato Peter Parker, lui non ha dimenticato le persone che gli stanno a cuore, e potrebbero essere prese di mira da questa presenza inquietantemente ubiqua, che si serve telepaticamente degli individui per comunicare con il nostro eroe.
La fine del precedente Spider-Man: No Way Home prometteva una svolta più matura (anche per stare al passo con l’evoluzione anagrafica di Holland, che al netto dei lineamenti ancora un po’ giovanili non è più il ventenne visto ai tempi in Captain America: Civil War), e questo Brand New Day mantiene la promessa, anche grazie al passaggio di consegne in cabina di regia: Jon Watts si è preso una pausa dai supereroi, cedendo il timone al collega Destin Daniel Cretton (già in casa Marvel con Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli e la serie Wonder Man). Questi, oltre a dimostrare una mano più creativa con le scene d’azione, in particolare gli scontri con una setta di ninja, approfondisce l’aspetto psicologico con cura, esibendo con criterio quella che era la filosofia di Stan Lee per distinguere le sue creazioni da quelle dei colleghi che lavoravano per la rivale DC Comics: supereroi con superproblemi. Non raggiunge le vette dello Spider-Man 2 di Sam Raimi, ancora oggi l’apice del personaggio per quanto riguarda l’equilibrio fra introspezione e spettacolo, per lo meno in live action (va fatto un discorso a parte per i magnifici film d’animazione ambientati nel cosiddetto Spider-Verse), ma riesce a dare nuove sfumature malinconiche a un meccanismo narrativo non propriamente imprevedibile. E soprattutto, nonostante nella trilogia di Watts non mancassero le location iconiche, riesce a coinvolgere in modo tangibile la città di New York (nonostante le riprese si siano svolte altrove), rendendo i quartieri dove Spider-Man è solito volteggiare parte integrante del dramma e dell’azione. E se Ruffalo è da sempre una garanzia nei panni di Banner, sorprende in positivo il secondo ospite speciale del film, Jon Bernthal (grande amico di Holland nella vita, e si vede), che riesce a rendere credibile anche nel contesto di un prodotto ad altezza teenager (negli Stati Uniti questi film sono consigliati dai tredici anni in su) lo spietato Frank Castle alias il Punitore, il vigilante con il vizio di uccidere i criminali. Vizio che qui viene tenuto a bada, poiché siamo al cinema e non su Disney+ dove i limiti d’età sono più variegati…