L'intervista

Virginie Efira, recitare è anche un po' cambiare

L'attrice ha ricevuto il Leopard Club Award in Piazza Grande
Davide Padovan © Locarno Film Festival
Mattia Sacchi
08.08.2026 06:00

Henka. In Giappone significa cambiamento, trasformazione. Una parola che sembra adattarsi bene a Virginie Efira, e non soltanto perché in Soudain, l’ultimo film di Ryūsuke Hamaguchi, ha affrontato una delle sfide più impegnative della sua carriera: recitare in una lingua particolarmente complessa come il giapponese. Trasformarsi, per lei, ha significato non lasciarsi definire da ciò che aveva già fatto: dalla televisione e dalla commedia romantica al cinema d’autore, continuando a cercare territori nuovi.

Con Hamaguchi si è spinta ancora più lontano. «Ho avuto appena due mesi di tempo per riuscire a leggere gli hiragana. Per interpretare la protagonista, Marie-Lou, non bastava memorizzare le battute: per fare bene qualcosa devi essere dentro quella cosa. Per entrare in una lingua devi prima impararne i segni e poi comprenderne le emozioni. Inoltre, c’erano piani sequenza lunghissimi, sbagliare dopo dodici minuti significava ricominciare dall’inizio».

Ieri sera, il Locarno Film Festival ha celebrato questa capacità di rimettersi in gioco consegnandole in Piazza Grande il Leopard Club Award. Ma Efira, incontrata dal Corriere del Ticino, preferisce condividere il riconoscimento: «Sono molto onorata, e lo sono ancora di più perché questo premio arriva da Locarno. Ho osservato la sua storia e tanti registi sono passati di qui quando erano ancora agli inizi, prima di ottenere un riconoscimento più ampio. Credo che sia uno dei luoghi che guarda maggiormente a un cinema che inventa». E aggiunge: «Lo vedo come un riconoscimento alle collaborazioni, a tutte le persone con cui ho lavorato. Do un pezzetto del mio Pardo a ciascuno di loro».

Anche per questo respinge l’idea che un ruolo emotivamente intenso sia necessariamente più difficile. «Quando un regista ti offre un materiale così ricco, non è difficile. Per un attore è molto più difficile quando non ha materiale su cui lavorare e da condividere. Un attore da solo è quasi niente: servono un buon regista, qualcuno che sappia scrivere, qualcuno che sappia vedere. Vedere davvero».

Soudain porta, però, il discorso oltre il cinema. Marie-Lou lavora nel mondo della cura e difende un modello fondato sull’empatia, nonostante la scarsità di tempo e risorse. Può davvero funzionare nella realtà? «Riuscirci sempre? No, naturalmente, dipende dai percorsi e dalle persone. Ma forse è l’unico modo di fare», commenta Efira. La quale, poi, allarga lo sguardo: «Possiamo pensare due cose contemporaneamente. Che la situazione sia disperata e, nello stesso tempo, non rinunciare a cambiarla. È comunque l’unica possibilità che abbiamo per salvarci: l’altro. E credo molto, moltissimo, che i sistemi possano essere spostati».

Il cambiamento ritorna quando parla della sua carriera. «Non la pianifico inseguendo il ruolo successivo, e negli ultimi anni ho trovato nuovi stimoli proprio lavorando con cineasti e culture differenti. Ho appena cominciato a lavorare con più registi stranieri e mi piace molto. L’incontro tra la cultura francese e quella giapponese, oppure lavorare con Farhadi, che rappresenta a sua volta un incontro di culture, è molto interessante. Vorrei continuare a farlo».

Non sempre, però, Virginie Efira ha avuto davanti tutte queste possibilità. «All’inizio della mia carriera a volte ricevevo proposte solo per commedie romantiche. Non mi offrivano mai film d’autore. Ma non volevo essere frustrata. Mi chiedevo: che cosa posso fare con quello che ho? Come posso metterci il mio desiderio e trovare, all’interno di ciò che mi viene offerto, qualcosa che mi piaccia?». Un desiderio che passa anche dalla capacità di rinunciare al controllo. «Nella vita ho questa tendenza a voler controllare le cose. Nel cinema molto meno. All’inizio provi a controllare, c’è tutta un’attività cerebrale, poi cerchi di lasciare andare il cervello, di abbandonare qualcosa per essere completamente nell’istante presente. Forse è per questo che lo amo terribilmente: perché permette, un po’ come durante l’infanzia, di avere un accesso molto diretto al qui e ora».

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