Wim Wenders: «Nel rumore del presente resta lo sguardo del cinema»

«Un film davvero riuscito non è solo quello che rispetta le regole, ma quello che costruisce un linguaggio. Amo i film con difetti, che mostrano le imperfezioni: anche nei lavori più impeccabili cerco le crepe, sono quelle a rivelare qualcosa di autentico». Da Alice nelle città (1973) a Paris, Texas (1984), da Il cielo sopra Berlino (1987) a Perfect Days (2023), il cinema di Wim Wenders è un cammino tra orizzonti sospesi, dove ogni inquadratura tenta di trattenere ciò che fugge: strade deserte, hotel solitari, jukebox, stazioni. Quest’anno presidente della giuria della Berlinale, lo abbiamo incontrato.
«La voce di un autore si riconosce subito: è chiarezza del suo sguardo, la consapevolezza di ciò che vuole raccontare e di come sceglie di farlo. Oggi fare cinema è più accessibile che mai, ma proprio per questo trovare una voce autentica è ancora più difficile. È nei lavori successivi all’esordio che spesso accade qualcosa di entusiasmante: si vede un autore che prende coscienza del proprio linguaggio e comincia a mostrare, con maggiore sicurezza, il suo modo unico di guardare il mondo. È l’opposto di ciò che caratterizza gran parte del cinema contemporaneo: opere che seguono schemi consolidati senza dire nulla. Solo chi inventa nuovi percorsi ha qualcosa da comunicare. Ciò che rende unica la Berlinale è la possibilità che offre a queste voci di emergere».
Quanto il contesto culturale condiziona la nostra esperienza e percezione del cinema?
«Un film è sempre carico della complessità culturale da cui nasce. La maggior parte dei film proviene da universi che non ci appartengono. Quando entri in uno di essi, a volte ti accorgi di essere dentro un’equazione molto più complessa di quanto immaginassi. Non è solo una questione di linguaggio, ma di abitudini, di modi di percepire il mondo. Guardare un film significa esporsi a queste differenze. Per questo bisogna immergersi con apertura, accettare punti di vista che forse non avremmo mai considerato. Se lo fai davvero, se guardi un film nel modo più aperto possibile, quel sogno diventa tuo. Il cinema ha questo potere: può invaderti, trasformarti, almeno per due ore».
C’è un film che considera particolarmente importante?
«Un film importante per me è stato Il ragazzo selvaggio (1970), un’opera molto piccola di François Truffaut. Forse, sotto molti aspetti, uno dei suoi lavori più semplici e meno appariscenti. Racconta la storia di un bambino che ha vissuto tra i lupi, e di un medico che decide di prendersene cura e di educarlo. Una piccola vicenda storica, in apparenza. Ma quel medico era interpretato dallo stesso Truffaut, e il film finiva per parlare di qualcosa di molto più grande: dell’umanità, di ciò che siamo. Più lo rivedevo, più cresceva la sua importanza per me. È solo un esempio, ma è così che un film diventa importante: continua a lavorarti dentro, nel tempo».
Nei suoi film sull’America, da Alice nelle città (1973) a Paris, Texas (1984) il Paese appare come un luogo di sogno e di scoperta. Come ha plasmato la sua immaginazione e come è cambiata la sua percezione nel tempo?
«L’America ha invaso l’immaginazione del ragazzo che ero, cresciuto nella Germania del dopoguerra. Era la prima cultura che mi riempiva completamente. Quella tedesca non bastava; io cercavo qualcosa di più grande, più luminoso, più aperto. E l’America sembrava offrirmelo. Col tempo ho capito che anche quel sogno si stava allontanando da ciò che avevo amato. Così in alcuni film ho dovuto confrontarmi con il mio sogno americano, persino esorcizzarlo. Oggi, però, mi entusiasma vedere nazioni che cominciano a raccontarsi da zero. Scopro film realizzati in Nepal, in Afghanistan, da Paesi che una generazione fa non avevano voce nel cinema. È qualcosa di straordinario».
Nei suoi film Berlino è stata spesso protagonista tanto quanto i personaggi. Come viveva la città quando la raccontava sullo schermo, e cosa la rendeva così cinematografica?
«All’epoca dei miei film Berlino era cinematografica come poche città, piena di spazi aperti. La maggior parte delle metropoli ha sistemi chiusi, dove l’orizzonte è sempre nascosto; a Parigi o New York non puoi vedere lontano. A Berlino, invece, c’erano vaste terre di nessuno e soprattutto Potsdamer Platz: sembrava la Patagonia nel cuore dell’Europa. Ampi spazi quasi irreali, attraversati solo da un muro, da cavi e da una monorotaia sperimentale. Era forse il territorio più selvaggio che una città potesse offrire. Berlino portava ancora le ferite della Seconda guerra mondiale e le mostrava senza nasconderle, come un libro di storia a cielo aperto. Nessun’altra città che conosca è stata altrettanto generosa nell’esporre le proprie cicatrici. Non era una città che si chiudeva: si lasciava attraversare, interrogare. Oggi molte città sono diventate uniformi, appiattite. Allora, invece, Berlino era uno spazio aperto, e proprio per questo, profondamente cinematografica».
Oggi, vede il cielo sopra Berlino con occhi diversi?
«Berlino oggi attraversa una fase delicata della sua storia: per la prima volta sembra mancare di una visione chiara, di una prospettiva. Ed è forse proprio questo il suo limite attuale. La città ha sempre avuto una direzione. Oggi, invece, non è del tutto chiaro cosa rappresenti. C’è un vuoto identitario, ma è un passaggio che ogni grande città prima o poi deve attraversare. Ricordo Tokyo: per me era la città del futuro. Poi, negli anni Novanta, quel futuro si dissolse e la città sembrò perdere la sua proiezione in avanti. Eppure anche quella fase faceva parte del suo percorso. Berlino sta vivendo qualcosa di simile: cerca di ridefinire la propria visione. La ritroverà, perché ha un potenziale enorme e occupa una posizione cruciale tra Est e Ovest, sempre determinante per il suo destino. È una città di confine, di attraversamento, e questa condizione non è mai neutra. Oggi appare indecisa, come se non sapesse ancora a quale orizzonte appartenere. Ma proprio in questa incertezza si prepara la sua prossima trasformazione, verso una nuova direzione e una nuova identità».
Dopo anni di cinema in cammino, Perfect Days (2023) sembra una pausa silenziosa, un ritorno all’essenza. In un presente pieno di rumore, quale ruolo può avere oggi il cinema?
«Il cinema è sempre più un contrappeso al rumore che ci circonda, soprattutto oggi, in un’epoca in cui se ne produce più che mai. Spesso chi detiene il potere cerca di catturare incessantemente la nostra attenzione con il proprio frastuono. Per un po’ anch’io ne sono stato travolto, seguendo le notizie come un sottofondo costante. Ora quel rumore mi sfugge, e va bene così: passerà, ma lo sguardo del cinema rimane».
Dopo oltre mezzo secolo di cinema, come percepisce oggi il ruolo crescente dell’intelligenza artificiale?
«L’intelligenza artificiale è già presente in numerosi film, dalla sceneggiatura alla selezione degli attori. Un giorno potrà creare la storia perfetta per una grande produzione, perché conosce e valuta algoritmi meglio di chiunque. Ma non sarà mai in grado di realizzare il film indipendente perfetto. A Nick Cave è stato chiesto se temesse che l’IA potesse un giorno scrivere canzoni migliori delle sue: ha risposto di no, perché l’IA non soffre. Credo che questa risposta sia straordinaria».
Dopo anni di lavoro sull’architetto svizzero Peter Zumthor, a che punto si trova il film?
«Lavoro a questo film da quattordici anni, e finalmente lo abbiamo concluso. Costruisce pochissimo, ma ogni sua opera è straordinaria. Mentre altri grandi architetti gestiscono enormi studi e costruiscono grattacieli per sostenere i loro uffici, lui ha un piccolo studio e in tutta la sua carriera non ha realizzato neanche venti edifici. Eppure ognuno di essi è esemplare. Ora che questo lungo progetto è concluso, posso finalmente dedicarmi a un’idea che coltivo da tempo: un film di fantascienza, ancora in fase di scrittura».