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Zoe Saldaña conquista Locarno: «Scelta perché sono brava, non perché sono nera. E ora provo con la regia»

Premiata con il Pardo Speciale alla Carriera davanti a centinaia di fan, l’attrice racconta la disciplina imparata dalla danza, il rapporto con le proprie origini e il desiderio di passare dietro la macchina da presa
©Jean-Christophe Bott
Mattia Sacchi
10.08.2026 22:00

«Ciao a tutti, le foto le facciamo dopo». Le prime parole di Zoe Saldaña a Locarno sono in un italiano sorprendente. E, soprattutto, sono una promessa mantenuta. Perché le foto, alla fine, le farà davvero. Persino quando la sicurezza sta ormai cercando di accompagnarla verso l’auto, l’attrice nota alcuni fan rimasti più lontani dal percorso transennato e chiede di poterli raggiungere. Qualche passo fuori programma, altri sorrisi, altri selfie.

Ma torniamo all’inizio di un lunedì mattina decisamente diverso dal solito. Se il successo di un’ospite del Pardo si misura anche dalla quantità di persone disposte ad aspettarla, quello di Saldaña non lascia molti dubbi. Centinaia di spettatori hanno sfidato il sole rovente per assistere alla sua apparizione allo Spazio Cinema e la maggior parte di loro non è nemmeno riuscita a entrare nell’area della conversazione, seguendola dall’esterno.

Saldaña arriva accompagnata dal marito, il produttore Marco Perego. Look informale, niente trucco, un’eleganza quasi disarmante nella sua semplicità. Sul palco riceve il Pardo Speciale alla Carriera dalle mani della presidente del Locarno Film Festival Maja Hoffmann – per l’occasione più sorridente del solito – e del direttore artistico Giona A. Nazzaro. Poi la conversazione moderata da John Bleasdale.

A 48 anni può guardare a una carriera difficilmente replicabile: Avatar, Guardiani della Galassia, Star Trek, fino all’Oscar per Emilia Pérez. Blockbuster miliardari e cinema d’autore tenuti insieme, racconta, soprattutto dalla disciplina. Una qualità imparata molto prima di arrivare sui set, quando studiava danza. «La danza mi ha insegnato la disciplina. Mi ha insegnato che devi arrivare preparata, che devi fare il lavoro e continuare a farlo».

Una disciplina che Saldaña rivendica anche quando si parla delle sue origini. Non nega il peso di essere una donna nera e latina a Hollywood, ma non vuole che sia questo a spiegare i ruoli ottenuti. «Non voglio pensare che qualcuno mi abbia scelta perché sono nera o latina. Voglio pensare che mi abbiano scelta perché sono brava, perché sono disciplinata e perché porto qualcosa al personaggio». Perché rappresentare conta, ma essere ridotti alla propria appartenenza è un’altra cosa. «So cosa significa entrare in una stanza ed essere diversa. So cosa significa non vedere molte persone che ti assomigliano. Ma non voglio essere definita soltanto da quello». E sul proprio percorso aggiunge: «Ho avuto una carriera che non avrei mai potuto pianificare in questo modo. Sono stata molto fortunata, ma ho anche lavorato tantissimo».

Dopo oltre vent’anni davanti alla macchina da presa, però, prima o poi vorrebbe passare dall’altra parte. Non subito. «Voglio poter essere prima di tutto una mamma e una moglie». Perego sta dirigendo e producendo molto e Saldaña vuole sostenerne il percorso: «Sono molto soddisfatta come attrice. Voglio sostenere la sua visione e quello che sta costruendo, perché lo sta facendo con uno scopo nel quale mi riconosco. E nel frattempo posso essere una mamma per i nostri tre ragazzi». Poi, ne è convinta, arriverà il suo momento. «So che succederà. Posso guardare gli altri dirigere soltanto ancora per un po’, fino a quando dirò: datemi la macchina da presa. Fatemi provare». E ride: «Noi donne pensiamo sempre di avere ragione, perché almeno la metà delle volte ce l’abbiamo. Quindi vorrei provare a dimostrare di avere ragione».

Quale cinema vorrebbe fare, del resto, comincia già a essere chiaro. Saldaña produce insieme alle sorelle e stanno cercando di acquisire i diritti di un libro. «Non posso dire quale sia perché non voglio che qualcuno arrivi e ce lo porti via». Racconta però la storia: una coppia afroamericana nella Bay Area degli anni Quaranta o Cinquanta. «Lui torna dalla guerra come un uomo distrutto, come tanti veterani tornati dopo aver vissuto traumi enormi. Sua moglie è una donna tradizionale, resta a casa e fa tutto ciò che pensa sia giusto per far stare bene il marito e tenere insieme la famiglia». Ma all’interno del matrimonio emerge una domanda: «Non sappiamo se il marito sia gay o eterosessuale».

È questo conflitto a interessarla. «Sono temi universali, non appartengono esclusivamente a una comunità o a una razza. Potrebbe essere la moglie in quella situazione oppure il marito a domandarsi se lei sia eterosessuale o meno. Il punto è una persona che, per qualche ragione, sente di non avere altra possibilità che nascondersi».

Il tema universale, dunque, ma raccontato attraverso volti che il cinema ha mostrato molto meno. «Non ho mai visto un film con un tema del genere raccontato attraverso una famiglia di colore. Mi piacerebbe moltissimo vederlo. E se nessun altro lo farà, allora un giorno vorrei essere io la regista che racconta una storia così».

E non deve essere necessariamente una famiglia afroamericana. «Potrebbe essere sino-americana, potrebbe essere latinoamericana. Ma deve essere una famiglia di colore, qualcosa che non abbiamo mai visto prima». È forse qui che le due anime del suo discorso finiscono per incontrarsi: non essere scelta soltanto per il colore della propria pelle, ma fare in modo che quel colore non determini nemmeno quali storie si abbia il diritto di abitare e raccontare: «Penso che queste comunità ne abbiano bisogno. Penso che le comunità queer di colore ne abbiano bisogno».

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