Locarno film festival

Da Africa e Svizzera i cortometraggi più interessanti

Sono giunti a metà strada i due concorsi dei Pardi di Domani
«Parcelle S7».
Antonio Mariotti
11.08.2020 06:00

Mettere l’accento sul cinema che verrà ha significato per il Festival di Locarno 2020 puntare sui Pardi di Domani come principale sezione competitiva. Una scelta non certo improvvisata, visto che si tratta di una sezione che ormai da decenni svolge un ruolo essenziale nella scoperta di nuovi talenti a livello mondiale, ma che ha di certo comportato un cambio di prospettiva per molti spettatori ella rassegna locarnese, abituati più alla logica del lungometraggio che a quella del corto. Giunti a metà delle proposte dei due concorsi (svizzero e internazionale) il bilancio – tra alti e bassi più che normali in questo campo – non può essere che positivo.

Somalia, Senegal, Tunisia

In generale, non si può certo affermare che la visione del mondo di oggi proposta dai giovani cineasti dei Pardini sia particolarmente ottimistica o gioiosa. Al contrario, le storie che sfilano sullo schermo parlano spesso di fughe, di incertezze, di appuntamenti mancati, di scoperte spiacevoli, di delusioni cocenti, di mutamenti ambientali disastrosi.

È il caso di Life on the Horn del regista somalo stabilito a Vienna Mo Harawe. In un bianco e nero che ne evidenzia fortemente il simbolismo, assistiamo alla vicenda di un padre e di un figlio che sopravvivono in mezzo al nulla sulla costa del Corno d’Africa, una regione che ha subito un pauroso disastro ambientale dopo essere divenuto un deposito illegale di scorie tossiche provenienti dall’Occidente. Un rapporto scarno tra due personaggi immersi in un ambiente ostile che il regista affronta con tatto e sensibilità.

Accenti più magniloquenti ma altrettanto simbolici in Parcelle S7 che il regista iraniano Abti Sarabi ha girato in Senegal tra i raccoglitori di canna da zucchero. Il film è un’elegia in onore di questi uomini che sembrano dei guerrieri pronti ad affrontare un nemico insidioso che, dopo essere stato debellato, dà origine a fuochi purificatori che ammantano l’aria di uno spessa cortina di fumo.

Molto più quotidiano ma altrettanto intenso Nour della regista tunisina Rim Nakhli (diplomata al DAMS di Bologna) che segue il periplo di due ragazzi, fratello e sorella, che attraversano l’intera città per incontrare un padre invisibile. Un periplo avventuroso che evidenzia però soprattutto la mancanza d’affetto di cui entrambi soffrono nonostante la loro vivacità e il loro coraggio.

«Nha Mila» ed «Ecorce»

L’ideale ponte tra queste proposte provenienti da lontano e quelle del Concorso nazionale è senza dubbio Nha Mila, il cortometraggio della regista cresciuta in Ticino Denise Fernandes, coprodotto da Venturafilm e RSI. L’idea forte di questo film ottimamente girato e interpretato è quella di ambientarlo in «terreno neutro», durante uno scalo aereo a Lisbona che servirà alla protagonista - capoverdiana da decenni emigrata all’estero - per ritrovare un legame concreto con il proprio passato e la propria cultura. Un risultato che sta molto a cuire a Denise Fernandes che, per raggiungerlo in prima persona anche in vista di realizzare il suo primo lungometraggio, non ha esitate a trasferirsi a Lisbona. Particolarmente riuscito l’accostamento tra generazioni femminili diverse: quella di cui fa parte Mila, che ha saputo costruirsi un minimo di benessere grazie a un lavoro durissimo e senza tregua, e quella più giovane che - nonostante tutte le incertezze del presente - è perfettamente integrata nella società continentale.

Un campo dove negli ultimi tempi il cinema svizzero ha saputo imporsi anche in campo internazionale (vedi il successo di Ma vie de courgette) è quello dell’animazione. Tra quelle proposte finora a Locarno, molto interessante è risultata Ecorce codiretta da Samuel Patthey e Silvain Monney, entrambi classe 1993 ed entrambi diplomati in animazione alla Hochschule di Lucerna. Con tratti delicati, che oscillano tra il realismo più inquietante e l’astrazione, i due giovani cineasti sviluppano quello che potrebbe essere definito un «reportage disegnato» tra le mura di una casa di riposo per persone anziane. Un universo fatto di molta routine e di qualche imprevisto ma dove la presenza della morte è costante, quale tappa ravvicinata dell’esistenza di ognuno. Un film commovente ma al tempo stesso lucido e capace di distillare l’essenza di inquietudini che pervadono i corridoi e le stanze di questo mondo per definire il quale spesso bastano pochi tratti di matita.

Infine, da segnalare anche il breve documentario Espiritos e Rochas: um Mito Açoriano nel quale la regista svizzero-turca Aylin Gökmen riesce a tratteggiare la vita di una piccola comunità isolana la cui esistenza è perennemente minacciata dalla presenza di un vulcano.