«Declinando la cultura in chiave digitale»

Alessio Petralli, oggi tutti parlano di digitale, big data, startup, intelligenza artificiale, ecc. Quali sono le peculiarità della Fondazione Möbius in questo contesto così affollato?
«La Fondazione Möbius per lo sviluppo della cultura digitale esiste da tre anni, ma il Premio Möbius ormai ne conta ventidue. Siamo partiti tanti anni fa, occupandoci di “editoria elettronica” in lingua italiana, quando il cd-rom era una rivoluzione chiamata “il nuovo papiro” e poteva far guadagnare molti soldi a chi se ne occupava professionalmente: basti riandare con la mente al grande mercato delle enciclopedie, ormai quasi del tutto scomparso. Passando poi per diverse “ere geologiche digitali” (siti internet, app, ecc.), siamo arrivati ai nostri giorni.
Ben consapevoli di essere una piccola realtà, sappiamo che la nostra prerogativa di “divulgatori del digitale” sta soprattutto in questa lunga esperienza e nella rete di contatti che abbiamo sviluppato in tutti questi anni.
Richiamando Umberto Eco (che lo diceva per la tesi di laurea), si potrebbe dire che anche il digitale è come il maiale: non se ne butta via niente!».
Quali sono quindi le novità originali che la nascita della Fondazione ha favorito?
«La Fondazione ci ha consolidato e ci ha dato la possibilità di allargare le attività al di là della due giorni del Premio che ogni anno dal 1997 si svolge a Lugano (nel 2019 il 4 e 5 ottobre): stiamo portando avanti due cicli di conferenze, sempre aperte gratuitamente al pubblico e in lingua italiana. Uno degli scopi della Fondazione è infatti quello di “promuovere la lingua e la cultura italiane, in relazione alle altre lingue e culture, valorizzandone gli aspetti più vitali nella Confederazione e nel nuovo contesto globale e digitale”.
Il primo ciclo, organizzato in collaborazione con il Sistema Bibliotecario Ticinese, Coscienza Svizzera e il CERRD “Centro di risorse didattiche e digitali”, ha per titolo “Il futuro digitale prossimo e venturo” e lunedì 10 dicembre Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca, sarà da noi per presentare il suo ultimo libro “L’italiano è meraviglioso” e, nello spirito di questi incontri, lo farà con particolare riguardo a opportunità e rischi che la società digitale comporta per la lingua italiana. Si tratta della decima puntata di un ciclo che ha visto finora protagonisti diversi profili di osservatori della società digitale: giornalisti, ricercatori, scienziati, linguisti, storici, avvocati, imprenditori, ecc., i quali, ognuno dal suo osservatorio, hanno ragionato sulle molteplici implicazioni del digitale. Tutte le conferenze sono rintracciabili sul nostro sito www.moebiuslugano.ch: si va, tanto per dire, dal “come leggeremo nella società digitale” del direttore della Treccani Massimo Bray a “cultura umanistica e tecnologia” di Lorenzo Tomasin, storico della lingua che insegna all’Università di Losanna, passando dai ruoli che il diritto ha avuto in questi ultimi tempi rispetto ai mezzi di comunicazione (Edy Salmina e il suo libro recente sul quarto potere) e rispetto alle sfide poste dalle nuove dinamiche connesse alla rete (Bertil Cottier e Gianni Cattaneo sul “diritto nella rete”). Ma si è parlato anche di videogiochi, teorie del complotto, servizio pubblico, ecc.».
E il secondo ciclo di che cosa si occupa?
«Il secondo ciclo, in un periodo di “presentismo” spesso rivolto verso un futuro o apocalittico o integrato, vuole guardare un po’ indietro verso una società digitale che non è nata ieri, ripercorrendo i punti salienti e gli snodi essenziali che ci hanno portato fin qui. Questo ciclo si chiama “Il passato digitale ultimo e scorso” e finora abbiamo proposto la prima puntata con Alessandro Curioni, direttore del prestigiosissimo centro di ricerca dell’IBM a Rüschlikon (quattrocento ricercatori oggi e quattro premi Nobel nel corso della sua storia, iniziata a Zurigo nel 1956). Curioni ci ha raccontato la lunga storia dell’IBM, mostrando tra l’altro come fin dall’inizio innovazione e ricerca siano stati determinanti nel percorso di successo di questa grande azienda di successo, che però in alcuni momenti della sua esistenza ha rischiato di chiudere, lasciando a casa decine di migliaia di persone».
Il momento saliente del Möbius è però tradizionalmente la due giorni di inizio ottobre in cui si svolge il Premio. Quali sono le innovazioni a questo proposito?
«Per quanto riguarda il Premio, la novità maggiore è legata alla profonda crisi dell’editoria tradizionale, ragione per cui quest’anno, per la prima volta dopo ventidue anni, non è stato attribuito nessun premio, ma la giuria si è fermata a riflettere su nuove prospettive per il 2019 e ha assegnato solo una menzione speciale (alle “poesie elettroniche” di Fabrizio Venerandi). L’idea è di continuare in ogni caso a cercare prodotti innovativi presso gli editori tradizionali, ma anche di scavare in maniera più approfondita in quella che viene definita “editoria mutante”, la quale vede già oggi nuovi attori proporre nuove forme di attività editoriale. Tanto per fare un esempio, chi propone corsi di formazione in rete basati su cinema interattivo e intelligenza artificiale è senz’altro un nuovo editore. Per questa ragione il Grand Prix Möbius Suisse, che organizziamo in collaborazione con la Fondazione Agire, può riservare piacevoli sorprese anche rispetto all’editoria mutante, com’è stato il caso ad esempio nel 2017 con la Lifelike di Chiasso, che ha proposto il suo simulatore interattivo destinato ad allenare i medici con tante storie di “pazienti virtuali”, che evolvono a seconda delle scelte fatte, giuste o sbagliate che siano. E fra i nuovi editori vi è anche, tanto per dire, chi sa creare musei e mostre interamente virtuali
Abbiamo poi la bella e consolidata realtà del “Möbius Giovani”, in collaborazione con il corso di comunicazione visiva della SUPSI, grazie al quale nella scorsa edizione si sono scoperte e fatte scoprire attraverso originali video virali le opere di Vincenzo Vela sul territorio e nel suo museo di Ligornetto.
Senza dimenticare il “tema dell’anno”, declinato attraverso un dibattito introduttivo fra personalità di altissimo livello e un simposio finale a tutto campo. Negli ultimi anni il digitale è stato coniugato di volta in volta con la città intelligente, i big data, l’ambiente».
E per l’anno prossimo?
«L’intenzione è di riflettere in maniera ancor più approfondita, sempre con il taglio divulgativo che ci compete, sulle implicazioni del digitale in molte pieghe del nostro vivere. Quindi serviranno anche tanta storia e tanta filosofia, due bussole fondamentali per capire che cosa sta succedendo e per evitare di “andare a sbattere” per eccesso di entusiasmo o per immotivato pessimismo. A questo proposito stiamo pensando a nuovi percorsi per riuscire a coinvolgere di più i giovani, veri destinatari di questi cambiamenti epocali, ma troppo spesso falsamente “protetti” dalla fuorviante etichetta di “nativi digitali”, mentre la vera minaccia che incombe su di loro è quella di un esplosivo “analfabetismo digitale”, tutto in superficie e fuori dal tempo.
Un bel tema per il futuro, che asseconderebbe bene il ciclo sul passato digitale, è “digitale e memoria”. Insomma, per usare un facile slogan, occorre coltivare con cura una sorta di “memoria per il futuro”».

Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca
«La lingua italiana ha due grandi nemici: l’esterofilia e l’ignoranza diffusa»
Professor Marazzini, la lingua italiana è meravigliosa, ma è in difficoltà. Nel suo ultimo libro lei spiega come salvare la nostra lingua. Ma da chi e da che cosa va salvata?
«Purtroppo va salvata dagli italiani, cioè proprio da coloro che dovrebbero essere i suoi naturali sostenitori, e che invece non di rado si mettono di traverso, cercando di sminuire l’uso del proprio idioma nativo, relegandolo a funzioni secondarie. In prima fila, in questo gioco al ribasso, si sono segnalate, con prese di posizione esplicite o con azioni implicite più o meno coscienti, alcune autorità pubbliche: rettori dell’università, ministri, rappresentanti di istituzioni, intellettuali di fama. Ovviamente hanno sostenuto il proprio operato mediante alcune ragioni di apparenza logica: hanno insistito sulla necessità di una forte “internazionalizzazione” della cultura italiana, che a loro giudizio doveva passare per forza attraverso l’abolizione della nostra povera lingua in certi settori, soprattutto in quelli legati all’alta cultura».
Dopo che lei ha curato nel 2015 con Alessio Petralli il volume «La lingua italiana e le lingue romanze di fronte agli anglicismi», che cos’è successo su questo fronte?
«Il libro ha animato un dibattito sull’uso dei forestierismi, che danno effettivamente fastidio a una parte della popolazione. Il fastidio è diffuso sia tra coloro che non sanno l’inglese, sia tra alcuni che parlano bene e benissimo l’inglese. Ovviamente le motivazioni dei due gruppi non sono identiche, anche se in certi casi possono formarsi alleanze, per esempio per firmare manifesti come quello che fu proposto da Anna Maria Testa. Vi sono poi purtroppo alcuni rigorosi puristi che mi lasciano inquieto, perché in realtà non hanno intenzione di sostenere l’italiano nel confronto internazionale e manifestano una tendenza nostalgica, da bellettristi, che non giova alla nostra lingua».
Lei da tre anni fa parte con altri studiosi del Gruppo Incipit. Di che cosa si tratta e qual è il compito che si è assunto questo gruppo?
«Il Gruppo Incipit, che fa riferimento all’Accademia della Crusca, ma non è composto solamente da accademici della Crusca, comprende anche due cittadini svizzeri; si preoccupa di individuare alcuni neologismi incipienti di origine e provenienza estera, cogliendoli nel momento in cui si infilano nelle leggi e normative della comunicazione pubblica italiana. Allora Incipit raduna i propri componenti, avvia la consultazione, e offre un sostituto o traducente italiano, proponendone l’uso. A volte il gioco funziona. Altre volte no. Incipit si preoccupa soprattutto della qualità della comunicazione pubblica».
Ma non è solo una questione di parole forestiere, un fenomeno sì significativo, ma che sta sulla «superficie» della lingua. Se una lingua muore è per altre ragioni più profonde: quali? L’italiano è davvero in pericolo?
«Secondo me lo è, e gravemente, perché è aggredito su due fronti: da una parte è assediato dall’ignoranza largamente diffusa tra nostri concittadini, certificata da inchieste internazionali. Dall’altra tanti linguisti per anni hanno deriso chi manifestava qualche perplessità e hanno elaborato tabelle e statistiche che minimizzavano la presenza di anglismi. Ancora adesso si insiste sul fatto che le parole francesi sono in numero maggiore rispetto a quelle inglesi. In realtà non conta nulla la provenienza della parola, ma conta la capacità di adattarla foneticamente e morfologicamente alla struttura dell’italiano. Molti però sostengono che si deve prendere ogni mercanzia così come arriva, senza discutere. Si sa: gli italiani sono sempre stati esterofili, fin da quando, nel Cinquecento, andavano a gara a far passare eserciti delle potenze straniere, per farsi male da soli. Però, allora, l’italiano era in una fase di meravigliosa espansione, anche se il contesto politico era assai fragile».
