Social media

Dipendenza digitale infantile, vietare i social è la soluzione?

In seguito alla legge passata dal parlamento francese, vietando l'accesso ai social media ai minori di 15 anni, abbiamo parlato con il medico Alberto Pellai delle soluzioni per combattere questa dipendenza
©Gabriele Putzu
23.07.2026 16:00

I nostri figli trascorrono sempre più tempo con gli occhi fissi sugli schermi, un fenomeno che quando diventa un problema richiede una soluzione urgente per combattere una dipendenza digitale.

Il Parlamento francese ha approvato definitivamente una legge che vieta l’accesso ai social media per i minori di 15 anni. Un’iniziativa fortemente voluta dal presidente Emmanuel Macron e senza precedenti a livello europeo, che entrerà in vigore a partire da settembre. Ma questo divieto salverà davvero i bambini dalla dipendenza? Ne abbiamo parlato con Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta. Insieme a Barbara Tamborini, ha recentemente pubblicato Esci da quella stanza, un libro che tratta dell’introduzione dei nostri figli in un mondo dominato dalla tecnologia.

Il ciuccio elettronico

Negli ultimi 15 anni, gli smartphone hanno fatto il loro ingresso sempre più precocemente e intensamente nelle nostre vite; effettivamente «più di un bambino su due possiede uno smartphone prima della fine della scuola elementare» afferma Pellai.

Quindi, il telefono non è più soltanto uno strumento di comunicazione, ma è diventato una componente integrante della società. Molte famiglie dipendono da questo strumento; ad esempio, genitori in momenti di crisi usano il telefono come un «ciuccio elettronico». Il medico aggiunge che una interazione precoce con i social media «è correlata ai peggiori indicatori di salute mentale».

Dipendenze e gli effetti dei social media

Come detto, la propagazione pandemica degli schermi nella nostra società può avere effetti terrificanti, manifestandosi in cambiamenti di comportamento e della salute dei giovani. L’effetto di scrolling è un potentissimo attivatore del neurotrasmettitore che gestisce la gratificazione istantanea, ovvero la dopamina.

In effetti, lunghe esposizioni alla dopamina sono associate alla dipendenza alterando la reazione del cervello alla vita reale. La gente nell’arco degli ultimi 12 anni ha trascorso sempre più tempo nel mondo digitale. Ma è solamente la vita reale che «allena quelle life skills che ci rendono adeguati a saper affrontare le sfide della vita reale» sottolinea Pellai. Di conseguenza, i ragazzi che passano troppo tempo sui loro schermi mostrano meno intelligenza emotiva.

Inoltre, «un’esposizione prolungata ai social media coincide con un livello di ansia più alto rispetto ai soggetti che ne fanno un utilizzo minore». Sulle piattaforme digitali si verifica un «meccanismo di vetrina», dove i minori ricevono like o commenti che possono essere sia positivi sia ostili, il che può generare molta ansia nelle nuove generazioni. Tuttavia, la riduzione della propria autostima e della percezione della propria immagine corporea colpisce soprattutto le ragazze.

Il divieto o educazione digitale

Secondo Pellai, il divieto dei social non rappresenta la soluzione miracolosa a questo problema. Il medico sostiene che «gestire una dipendenza così pandemica richiede molte azioni diverse che devono avvenire contemporaneamente». Il divieto è tuttavia uno dei passaggi necessari per modificare la percezione della norma sociale legata all'uso dei social media. Pellai sottolinea la necessità di adottare un approccio a 360 gradi, «fare educazione digitale per dotare i ragazzi della comprensione e della consapevolezza necessarie a capire perché il mondo, in questo momento, sta mettendo delle regole». In aggiunta, a livello familiare, è altrettanto importante che i genitori seguano le indicazioni fornite dalla comunità pediatrica.