Doomscrolling, quando ci si sente «intrappolati» nelle notizie negative

In Svizzera, il 2026 si è aperto in maniera inaspettatamente tragica. L'incendio di Crans-Montana, nella notte di Capodanno, ha seminato dolore e angoscia in tutto il Paese, tenendo incollate molte persone ai telegiornali e ai siti di informazione, per giorni. Settimane dopo, l'escalation del conflitto in Medio Oriente – con il conseguente caos al traffico aereo – ha, nuovamente, richiamato l'attenzione di tanti, tantissimi utenti. Il mondo, per certi versi, sembra non volerci dare tregua: le notizie negative, soprattutto in queste settimane, sono state tante. E non sono passate inosservate.
Quando le «brutte notizie» si moltiplicano, però, aumentano anche le preoccupazioni. Una situazione che porta alcune persone a sviluppare comportamenti dannosi per la propria salute mentale, come il doomscrolling. Con questo termine, si descrive l’atto di passare molto tempo di fronte a uno schermo – che sia quello del cellulare, del computer o anche la televisione – assorbendo una grande quantità di notizie negative. In certi casi peggiorando, inevitabilmente, uno stato di ansia e preoccupazione già esistente. Ne parliamo con Katharina Lobinger, professoressa straordinaria della Facoltà di comunicazione, cultura e società, all'USI.
Non riuscire a fermarsi
Per certi versi, andare a caccia di notizie negative è un comportamento «normale». «È un fattore umano, sociale», esordisce l'esperta. «Quando parliamo di doomscrolling ci riferiamo alla pratica di andare alla ricerca di informazioni negative – legate a un evento già di per sé negativo – senza riuscire a fermarci». In altre parole, chi «fa doomscrolling» (dall'inglese doom, che significa sventura, destino o condanna, e scrolling, ossia «scorrere una pagina», soprattutto sui social), non riesce a staccarsi da una notizia angosciante o preoccupante. «Ci si ritrova a seguire un tema che ci preoccupa, reel dopo reel, post dopo post. Non è un comportamento che diverte: al contrario, non ci si riesce ad allontanare da una notizia negativa. E questo, ovviamente, crea problemi a livello di benessere mentale, instaurando dentro di noi una sensazione di angoscia, ansia o altri problemi psicologici».
Un video dopo l'altro
Il termine «doomscrolling» è piuttosto recente e diversi studi si stanno ancora concentrando sui suoi meccanismi. In pochi anni, però, qualcosa è cambiato, soprattutto per quanto riguarda la fruizione di contenuti negativi sui social. «Le architetture delle piattaforme sono cambiate e sono sempre più potenti nel tenerci incollati allo schermo», spiega Lobinger. Instagram e Tiktok – i due social media più visual per eccellenza – offrono un'infinità di contenuti, di ogni tipo, che «obbligano» l'utente a «rimanere dentro» la piattaforma. «Dietro a tutto ciò ci sono meccanismi che cercano di tenerci collegati. È quello che si definisce effetto «lock-in», ossia l'incapacità di percepire quanto tempo sia passato da quando abbiamo aperto una piattaforma, perché si continua a scorrere tra i contenuti che vengono proposti».
Quello del lock-in è un meccanismo legato a un ulteriore concetto, ossia quello di infinite scroll. «Sui social non c'è una fine, c'è sempre qualcosa che viene dopo. È un aspetto interessante, perché ci dà la sensazione di voler guardare sempre un contenuto in più, perché non sappiamo che cosa apparirà dopo». In base alla selezione dell'algoritmo, potrebbe capitarci un video molto interessante, oppure uno estremamente noioso. E così, ancora, all'infinito. «Siccome non sappiamo quello che ci uscirà, continuiamo ad andare avanti, con la sensazione di voler scoprire quello che arriverà dopo». Proprio per questo, il lock-in e l'infinite scroll sono due concetti connessi al doomscrolling. Ma come avverte la professoressa, «continuando a "scrollare" può aumentare anche la percentuale di contenuti negativi in cui ci imbattiamo».
Serendipità
Ci sono altri motivi, però, per i quali i social sono la piattaforma su cui è più facile «fare doomscrolling». In primo luogo, come spiega l'esperta, «un problema che da sempre caratterizza i social è quello di offrire una moltitudine di contenuti, dall'intrattenimento puro e leggero alle notizie giornalistiche». È come se fosse «un frullato di informazioni», che spesso diventa difficile filtrare. Un aspetto, questo, che non si presenta con questa intensità su altri media.
Pensiamo, per esempio, alla televisione. Sebbene il doomscrolling possa verificarsi di fronte a qualunque schermo, sulla televisione risulta più complesso imbattersi in una lunga lista di notizie negative. Una persona che la accende per guardare il telegiornale, per esempio, è consapevole di ciò che guarderà. Più difficilmente, soprattutto rispetto ai social, ci si ritrova di fronte a ripetuti contenuti negativi, su un media di questo tipo. «C'è una chiara delineazione dei contenuti, un palinsesto. E questo manca completamente sui social», osserva Lobinger. «Piattaforme come Instagram hanno un'architettura diversa e dipendono anche dagli algoritmi, che sono complessi da capire anche per i ricercatori. Quello che caratterizza i social, a livello di informazioni, è l'effetto sorpresa, ciò che viene definito serendipitous discovery». Come dal termine serendipity, serendipità, l'imbattersi in qualcosa che non si stava cercando. Un aspetto che sui social è centrale. «Su Instagram e Tiktok ci si può imbattere in contenuti che non si aveva pianificato di vedere». E alcuni di questi, va da sé, possono essere negativi e alimentare ansie e preoccupazioni.
Filtrare, quando è possibile
Come proteggersi, dunque, dai contenuti negativi che non fanno altro che peggiorare il nostro stato d'animo? Rispondere a questa domanda, come evidenzia l'esperta, non è semplice. «Da un lato, l'utente può curare i suoi spazi social. Si possono creare liste di contenuti che non vogliamo vedere sulle piattaforme, escludendo hashtag e parole chiave». Ma dall'altro lato, questa tecnica non sempre risulta efficace. «Le piattaforme non sempre ci permettono di creare questi spazi "curati", quindi diventa difficile mettere in atto meccanismi di "difesa personale" dai contenuti problematici». Anche oscurando alcuni temi, tramite parole chiave, l'algoritmo non sembra sempre rispettare le scelte dell'utente, e capita che proponga reel e contenuti legati agli argomenti che non vorremmo vedere sul nostro profilo. Un'altra soluzione per combattere il doomscrolling, secondo la professoressa Lobinger, potrebbe essere quella di impostare un limite di tempo sulle piattaforme, così da trascorrerci meno ore e avere, di conseguenza, meno possibilità di vedere video che suscitano ansia e preoccupazioni.
Non solo. «Dobbiamo ricordare che i social vengono utilizzati su uno schermo piccolo, molto personale. E proprio per questo, gli utenti potrebbero aver bisogno di un po' di leggerezza, su queste piattaforme, e non di negatività». Anche per questo motivo c'è chi cerca di filtrare ed eliminare alcuni contenuti specifici, che possono creare malumore. Questo procedimento, però, può avere anche effetti meno positivi del previsto. «Escludere certi contenuti dal proprio profilo aumenta il rischio di eliminare anche quelli di stampo giornalistico». Una situazione che, come sottolinea l'esperta, peggiora il quadro generale relativo all'informazione. «Gran parte della popolazione, oggi, non consulta più attivamente i giornali e non ha abbonamenti a testate e siti di informazione. Si tratta di persone che gli studi svizzeri definiscono "news avoiders"». Persone che – letteralmente – cercano di evitare le notizie. «Filtrando i contenuti, potremmo quindi perdere quella connessione con il giornalismo. E questo è un dato da non sottovalutare, dal momento che oggi, le persone per informarsi ricorrono prevalentemente ai social».
Scegliere secondo l'umore
Trovare il giusto equilibrio tra l'informarsi su ciò che accade nel mondo e vivere senza angoscia, dunque, può essere complesso. «In futuro, una soluzione potrebbe essere quella di utilizzare diversi account sulla stessa piattaforma, differenziando il contenuto che viene proposto su ognuno di essi», spiega l'esperta. «Una persona potrebbe voler leggere certe notizie al mattino, ma non la sera o il pomeriggio, o viceversa. Per questo motivo, forse, potrebbe essere utile creare diversi canali a cui accedere, in base a quello che vogliamo osservare in quel momento e a seconda del nostro umore». Detto in altre parole, differenziare i canali dedicati all'informazione e all'intrattenimento. «Potrebbe essere utile, perché in questo modo si vedrebbero principalmente i contenuti che si vogliono vedere nel momento in cui si apre l'applicazione».
Il discorso, però, è complesso anche a causa del ruolo che i social ricoprono nella società al giorno d'oggi. «Le piattaforme, ormai, sono uno spazio importante, per le connessione e le relazioni sociali». Ma possono essere anche «spazi problematici», proprio perché si trovano così tanti contenuti in unico posto. E non sempre, ci imbattiamo in quelli che vorremmo, realmente, vedere.
