L’intervista

«È l’interprete a rendere vivo lo spartito»

Lo afferma il compositore Eric Montalbetti, di cui l’Orchestre de la Suisse romande eseguirà il Concerto per flauto venerdì sera al LAC
Il compositore Eric Montalbetti. (Foto OSR)
Antonio Mariotti
07.05.2019 06:00

Venerdì prossimo, 10 maggio, LuganoMusica ospita nell’ambito della sua stagione al LAC l’Orchestre de la Suisse Romande, guidata da Jonathan Nott. L’OSR è stata committente dei più celebri compositori del secolo scorso, fra i quali Stravinskij, presente nel concerto con la Sinfonia per fiati, scritta in morte di Debussy. Anche Maurice Ravel era di casa nella Svizzera romanda. Nott eseguirà l’iconico Boléro e la rara trascrizione per orchestra di Gaspard de la nuit. Nella tradizione delle commissioni prestigiose, l’OSR e Nott presentereranno una importante novità, il Concerto per flauto di Eric Montalbetti, solista l’artista residente di LuganoMusica, Emmanuel Pahud. Per saperne di più su questa operazione abbiamo interpellato il compositore francese.

Prima di tutto una curiosità: Montalbetti è un nome di famiglia che esiste anche nella nostra regione, ha per caso lontane origini ticinesi?

«Non che io sappia. Sono di origini italiane, il mio bisnonno veniva dalla regione di Milano. Ma forse venerdì sera al LAC avrò anche l’occasione di conoscere qualche parente».

Memento vivere, la sua composizione, che l’OSR eseguirà in prima mondiale domani sera a Ginevra e che sarà poi replicata giovedì a Boulogne-Billancourt e venerdì a Lugano, celebra il miracolo quotidiano della vita. La scelta del flauto come strumento solista è direttamente legata al tema?

«Il progetto è nato dall’invito da parte di Emmanuel Pahud di scrivere qualcosa per lui e quindi la scelta del flauto era obbligata. Per me si tratta di una sorta di allegoria della vita in opposizione all’esperienza della morte che possiamo fare ogni giorno quando scompare un nostro caro oppure in relazione al nostro stato di salute. Partendo da ciò, si trattava di costruire qualcosa che avesse un senso, una coerenza sul piano armonico, timbrico e dell’orchestrazione».

Comporre un Concerto è come raccontare una storia di cui il protagonista è il solista. Durante il suo lavoro il modo di suonare di Emmanuel Pahud è sempre stata una presenza costante?

«Non potevo certo ignorare la sua ricchissima personalità e il suo virtuosismo che si esprime soprattutto in modo incredibile nei Piano e nei Pianissimo. Il fatto che la sua presenza potesse “contaminare” in senso positivo il comportamento dell’orchestra mi ha spinto a cercare un’armonia tra queste due entità. Ciò non toglie però che i rapporti tra solista e orchestra mutino continuamente sull’arco dei 20 minuti di durata della composizione».

Leggendo la sua biografia mi ha colpito il fatto che lei abbia sempre composto musica, sin da bambino, ma che abbia mantenuto segreta questa sua attività fino a pochissimi anni fa, come mai?

«È vero compongo dall’età di 11 anni e per tutti questi anni non ho mai cessato di scrivere. Per me si è sempre trattato di un’attività molto personale che non pensavo di rendere pubblica un giorno. Anche perché ho lavorato per quasi 20 anni come produttore per l’Orchestra sinfonica di Radio France e non mi andava di mischiare i due ruoli. Da quattro anni a questa parte ho ripreso in mano le mie composizioni e ho scelto di pubblicarle e devo ammettere che sono stato molto fortunato perché da allora il mio lavoro ha riscontrato grande interesse».

Che tipo di sensazioni suscita in lei la prima esecuzione di una sua opera?

«Anche grazie al mio lavoro di produttore, mi sono reso conto che uno spartito non contiene tutto. È chiaro che ogni compositore cerca di essere il più preciso possibile per indicare la via al solista e all’orchestra, ma bisogna pensare anche a quel margine di libertà che può permettere all’interprete di “appropriarsi” della musica, di farla sua. È un po’ la stessa cosa che capita a teatro con un copione a cui attori diversi possono dare colori diversi grazie alla propria voce o al proprio modo di muoversi. È l’interprete che rende vivo lo spartito ed è questo che trasmette l’emozione allo spettatore. Ed è questo che mi tocca particolarmente: il fatto che il mio lavoro solitario di scrittura durato un anno prenda vita per magia su un palcoscenico davanti a un pubblico».