E Roosevelt con la cultura esaltò il rilancio dell’America

«Maledizione, dovranno pur mangiare anche loro!». Così sbottò indignato Harry Hopkins, l’uomo che Franklin Delano Roosevelt aveva messo a dirigere le operazioni del New Deal, a chi gli chiedeva se nel più poderoso progetto di rilancio economico (e non solo) della storia si sarebbero dovuti includere aiuti e progetti anche per gli artisti. E così fu. Pittori, scultori, scrittori, fotografi, drammaturghi, attori, registi, cineasti, musicisti e tantissimi altri non solo ebbero la possibilità di sopravvivere ma cambiarono per sempre l’anima dell’America. Diverse personalità del mondo intellettuale stanno ricordando di questi tempi, mentre la cultura è ancor più sotto attacco e la pandemia rischia di relegarla definitivamente tra i lussi del superfluo, le possibili risposte che nella storia si sono date a crisi paragonabili a quella che stiamo attraversando. Tra i primi a ricordarsi di uno degli aspetti più singolari del New Deal (nella sua seconda fase dal 1935 in poi fino all’entrata degli USA nella Seconda guerra mondiale) il curatore e critico d’arte svizzero Hans Ulrich Obrist (direttore della Serpentine Gallery di Londra) che ha evocato lo spirito e l’esempio incredibile di un Paese che sostiene l’arte e il ruolo complessivo della cultura come ricetta democratica per garantire la sopravvivenza e il prestigio di una società e di un sistema.
Steinbeck insegna
Ma cerchiamo di capire cosa accadde davvero in quell’America disperata, quella di Steinbeck per intenderci, con la Grande Depressione a lasciare i morti di fame per le strade, un quarto della popolazione senza lavoro, milioni di bambini poveri e di famiglie senza tetto, e cinque milioni di persone che vagano per le immensità degli Stati Uniti in una specie di nomadismo di massa senza legge, senza aiuti, senza assistenza medica, senza nulla insomma, in una specie di ritorno ad una condizione semiprimitiva di espedienti, brutalità e sopraffazione. In questo contesto Roosevelt e i suoi decidono che nell’immensa Works Projects Administration (WPA) vanno inseriti anche coloro che ( come diremmo oggi) «si occupano di cultura» dando vita ad una serie di progetti destinati ad aiutare questi disoccupati particolari, sotto il cappello del Progetto Federale Arti suddiviso in quattro settori. La missione era di raccontare e documentare il Paese reale e la sua volontà di sopravvivere sviluppando il sapere e la creatività con i soldi dell’erario federale. E così il Federal Writers’ Project curò una serie di guide statali di ottimo livello, catalogò archivi storici, curò schedari per la consultazione dei quotidiani, pubblicò opere di storia locale e regionale e riunì le testimonianze degli ultimi schiavi e dei nativi che avevano combattuto sulla frontiera ancora viventi. Il Federal Arts Project offrì a parecchie migliaia di artisti senza lavoro l’opportunità di abbellire luoghi pubblici, uffici postali, edifici statali e federali, scuole, biblioteche, tribunali con affreschi e murales ispirati alla storia statunitense o al mondo del lavoro e del progresso. Il Federal Music Project organizzò e strutturò delle orchestre che tennero per anni concerti sinfonici in tutto il Paese con oltre cento milioni di spettatori complessivi e creò scuole di musica cui parteciparono oltre mezzo milione di alunni al mese. Il Federal Theater Project infine con le sue compagnie itineranti composte di quasi tredicimila attori e tecnici non solo tornò a riportare la vita sui nobili palcoscenici di Broadway ma fece conoscere il teatro, la danza, ma anche le marionette, i balli folcloristici o il circo in luoghi sperduti dove nessuno aveva mai visto nulla del genere. Per non parlare del sostegno all’industria cinematografica che poi ricambiò il presidente con poderose dosi di pellicole di propaganda nell’imminenza e durante la guerra contro le potenze dell’Asse. Certo non ne scaturirono soltanto capolavori. A fronte dei Gorky, dei Pollock, dei Rothko, dei de Kooning, dei giganti della fotografia, dei Saul Bellow, degli Orson Welles, degli Arthur Miller, molta della produzione di quell’epoca è andata perduta o è finita nel dimenticatoio. Ma al di là dei risultati economici (si è calcolato che in totale nel progetto vennero coinvolte 45.000 persone e che a fronte di una spesa di 5 milioni di dollari si produsse «arte» per un valore di circa 450 milioni) fu lo spirito di quell’impresa a cambiare l’America per sempre. Con la consapevolezza di quanto in un mondo davvero libero l’inutile sia per tutti l’autentico indispensabile.
