Fedez contro Marracash: «I manifestanti non sono Pokémon»

Le vetrine del centro di Milano sono andate in frantumi due volte nello stesso fine settimana. Ora, a spaccarsi, è il rap italiano. Da una parte c'è Fedez, che accusa i colleghi di cavalcare la rabbia dei giovanissimi per guadagnare pubblico. Dall'altra ci sono Marracash e Ghali, che dopo gli scontri del 17 e 18 ottobre si sono detti vicini a chi è sceso in piazza. È uno scontro a colpi di post e di storie Instagram, e dice molto sul clima che si respira nella metropoli lombarda.
Un weekend di guerriglia
Tutto era partito da «Italia in piazza», una manifestazione contro il carovita e il caro benzina e per la scuola. Sabato, mentre il corteo sfilava pacificamente, gruppi di ragazzi si sono staccati dal resto dei manifestanti. Erano in gran parte minorenni e senza legami con movimenti politici. Il bilancio: vetrine sfondate tra piazza del Duomo, via Torino e corso Vittorio Emanuele, negozi saccheggiati e pensiline del tram distrutte. Contro gli agenti sono volati bombe carta, sassi ed estintori. Domenica, dopo un nuovo tam tam sui social, la scena si è ripetuta ed è stato assaltato anche un supermercato in via Torino. Centinaia di giovani sono stati fermati e portati in questura.
«Non sono Pokémon»
È in questo clima che Fedez, all'anagrafe Federico Lucia, ha pubblicato sui social un lungo messaggio rivolto ai ragazzi. Il rapper è cresciuto tra Buccinasco e Rozzano. Tutto parte da una frase: «Dentro le vetrine distrutte ci sono anche gli artisti che vi sostengono». Per lui la contraddizione è evidente: chi esalta la ribellione è lo stesso che sui social mette in mostra lusso, abiti firmati e orologi costosi. «Siamo noi che promuoviamo quell'idea di vita e di successo», scrive. È proprio il modello contro cui si sono scagliati i giovanissimi.
Nel mirino ci sono i colleghi che, secondo lui, trasformano il malcontento in un mezzo per farsi notare. «I manifestanti non sono Pokémon da scagliare per il proprio tornaconto, per avere nuova audience», attacca. Poi si rivolge ai suoi follower: «Il vostro rapper preferito, alla fine della giornata, tornerà in prima fila alle sfilate di Louis Vuitton. Ricordatevi che al vostro fianco non c'è nessuno».
Segue l'affondo, con un riferimento trasparente: «Sento dire che è giusto sfondare le vetrine da qualcuno che, alla Prima della Scala, si è fatto fotografare con Beppe Sala». E ancora: «Perché hai accettato di addomesticarti in quel momento? Perché era opportuno farlo, lo capisco. E ora perché sostieni il saccheggio? Perché oggi è opportuno fare questo».
«Con le buone non cambi le cose»
Il post di Fedez arriva dopo il commento di Marracash, il rapper della Barona, che su Instagram aveva scritto: «Aspettavo questa reazione da tempo e credo che siamo solo all'inizio. Con le buone non cambi le cose».
Sulla stessa linea si è schierato Ghali, precisando però di voler parlare di chi manifesta pacificamente. Il rapper di Baggio ha condiviso un messaggio di solidarietà: «A tutti i ragazzi che scendono in piazza, a quelli che hanno il coraggio di scendere in piazza: continuate a lottare per ciò in cui credete, anche a costo di sembrare pesanti». Alla Festa del Cinema di Roma è tornato sull'argomento: «Sono contento che le persone stiano scendendo in piazza per cercare i diritti e le risposte». La manifestazione e le violenze del weekend, ha chiarito, sono però due cose ben distinte: «Non distraiamoci».
Con loro si è schierato anche Sayf, secondo al Festival di Sanremo con «Tu mi piaci tanto». «Puntano il dito contro la violenza delle manifestazioni per delegittimare, per togliere il diritto delle persone a ribellarsi a un sistema che non funziona», ha scritto. Secondo lui, quella violenza «non è e non sarà mai paragonabile» a quella con cui «la classe dirigente degenerata» toglie dignità alla vita delle persone.
La replica di Marracash
Marracash, intanto, è tornato sui social. «Ok, mi sono preso una vagonata di merd*, ci sta, me l'aspettavo», esordisce. «Un paio di cose non mi stanno bene però. La prima è che non ho mai inneggiato alla violenza. Siamo tutti d'accordo a condannare la violenza, ogni tipo di violenza». Ma quando la violenza esplode, aggiunge, bisogna farsi delle domande: «Cosa porta dei minorenni a mettersi il cappuccio e andare a rischiare di essere presi a manganellate o arrestati in centro? Pur nella follia del gesto sono sintomo di qualcosa. Di un fallimento della nostra società di cui tutti siamo responsabili».
Secondo il rapper, per ora il malessere tocca «le classi più deboli e ai margini, le periferie e le seconde generazioni», ma si sta allargando anche al ceto medio. «Non dite che non li avete visti arrivare», avverte.
Infine risponde, senza nominarlo, a Fedez: «Un'altra cosa che non tollero è il più stupido dei commenti, la retorica del "tu hai i soldi, tu non puoi parlare". Ho visto i primi euro intorno ai 30 anni, ora ne ho 47, non sono ancora in pari». E conclude: «Aver fatto i soldi non cancella più di metà della mia vita e soprattutto non mi impedisce di desiderare un mondo più equo e più giusto per tutti, né di lottare per questo».
Lo sguardo verso Como
La polemica tra rapper si inserisce in un dibattito che in Italia è ormai diventato politico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha convocato una riunione sull'ordine pubblico e il Governo ha varato un nuovo decreto sicurezza. La preoccupazione arriva anche al confine con il Ticino. Secondo «Il Giorno», su WhatsApp sono comparse almeno due chat che chiamano a raccolta centinaia di giovani a Como per sabato 24 ottobre. L'obiettivo dichiarato è replicare quanto successo a Milano.
