I giovani, i social, le dipendenze: «È un problema di salute pubblica»

Il legame tra social media e dipendenze, in questi giorni, è più che mai sotto i riflettori. La sentenza della giuria di Los Angeles, che accusa Google e Meta di aver sviluppato consapevolmente piattaforme che creano dipendenza, è destinata a creare un terremoto nel mondo digitale. Il caso di Kaley G.M., la giovane a cui è stata diagnosticata una depressione scaturita dai contenuti visionati su Instagram e YouTube, è solo uno tra migliaia, ma apre le porte a nuove, importanti, riflessioni.
«Intrappolati» nei social
Basta aprire un social media per rendersi di conto di quanto sia facile rimanere «intrappolati» al suo interno. Video dopo video, contenuto dopo contenuto, nell'utente spesso si instaura la curiosità di restare collegato per vedere «che cosa apparirà dopo». Un meccanismo di cui, come ci spiega Matteo Galletti, professore associato di filosofia morale all'Università degli Studi di Firenze, sono vittime, in particolare, le persone che sono state esposte precocemente ai social media. «Dai dati contenuti nel libro di Jonathan Haidt "La generazione ansiosa: Come i social hanno rovinato i nostri figli" emerge chiaramente che un'esposizione precoce ai social, sui più giovani, è correlata a una vera e propria "epidemia" di problemi di salute mentale, come ansia, depressione e difficoltà di concentrazione», spiega l'esperto.
In tal senso, la sentenza della giuria di Los Angeles ha messo in luce il fatto che ci siano degli effetti dannosi legati alla capacità dei social di catturare l'attenzione di una persona. «Queste piattaforme sono delle sticky traps, delle "trappole appiccicose": nel momento in cui si entra nel mondo dei social si entra nei meccanismi che li caratterizzano, come lo scroll compulsivo». Ma c'è di più: secondo il professore, si genera anche una necessità di continuare un'attività che per l'utente è anche verosimilmente piacevole. «Dalla sentenza risulta che questi effetti ci sono, e non sono casuali: anzi, si è cercato di ottenerli in maniera intenzionale».
L'altra faccia della libertà
Su una piattaforma «progettata» per creare dipendenza, viene spontaneo chiedersi quanto l'utente abbia ancora libertà di scelta. «Nel momento in cui si crea una dipendenza significa che si crea un meccanismo per cui c'è una sorta di coazione, o costrizione quasi, a utilizzare quel mezzo e a renderlo una presenza costante nella propria vita», chiarisce Galletti. Ma sui social ci sono meccanismi ancor più sottili. «La promessa degli ambienti digitali è quella di aiutare a scegliere e visualizzare contenuti che sono in linea con i propri gusti e le proprie preferenze. Gli utenti sono ridotti a una serie di dati che fotografano quello che si è fatto, scelto, praticato sulle piattaforme, e quello che ci viene proposto è in qualche modo coerente con i contenuti visionati in passato». Un aspetto, questo, che può apparire antitetico alla mancanza di libertà, sottolinea il professore. Ma che, proprio per questo motivo, nasconde alcune insidie. «Si può pensare che sia un modo per valorizzare il profilo dell'utente: l'ambiente digitale impara a conoscerci e propone contenuti in linea alla nostra persona. Ma è un meccanismo sottile, altrettanto pericoloso, perché crea delle "bolle chiuse", che filtrano i contenuti e che, in fondo, ci imprigionano in una certa identità. In altre parole, ci precludono la possibilità di essere esposti alla varietà e alla diversità, di poter cercare altro rispetto a quello che siamo stati abituati a cercare».
Per l'esperto, questo corrisponde a una «chiusura identitaria particolarmente pericolosa», in contraddizione rispetto all'idea di apertura che i social sembravano voler produrre in origine. «Facebook è nato per connettere le persone, dando l'idea che fosse possibile, attraverso i social, allargare i propri orizzonti. In realtà ci troviamo con strumenti, sistemi e mondi che chiudono sempre di più l'individuo in una bolla».
Diversi, ma non del tutto
Da piazze d'incontro, insomma, i social in qualche modo sembrano trasformarsi sempre più in strumenti antidemocratici. In piattaforme la cui connotazione positiva è sempre più difficile da percepire. «Dovremmo però distinguere tra i vari social», avverte l'esperto. «Credo che ci siano profonde differenze tra Facebook, TikTok e Instagram, che hanno probabilmente contenuti, modalità e persino pubblici diversi. Pensiamo a Facebook, che oggi viene descritto come il "social network dei boomer": è evidente che le modalità di relazione, su questa piattaforma, siano diverse rispetto a quelle dei giovanissimi, soprattutto su TikTok». Ogni social, insomma, ha i suoi utenti e le sue dinamiche. Ma anche alcuni aspetti comuni. «Quello che traspare è che i social, per vocazione, avrebbero potuto essere delle piazze pubbliche, delle agorà. Oggi, invece, si sono trasformati in luoghi dove si radicalizzano le opinioni e le convinzioni, in cui il dibattito pubblico, quando esiste, molto spesso è di pessima qualità e non serve a una crescita collettiva. Sono piattaforme in cui anche le emozioni e i sentimenti espressi sono forme degenerate e radicalizzate di quelle che incontriamo nella realtà non virtuale».
Un aspetto che, per l'esperto, è «preoccupante» e fotografa una situazione molto diversa da quello che ci si aspettava da queste piattaforme, ma che non deve portare a generalizzazioni eccessive. «Penso che sia Facebook che Instagram siano comunque luoghi dove si possono trovare anche contenuti positivi, che invitano le persone a riflettere», osserva Galletti.
Tra età ed etica
Lo stesso verdetto della giuria di Los Angeles pone l'accento su un aspetto in particolare, ossia quello legato all'età degli utenti. «Il problema principale che emerge dalla sentenza è legato all'età a cui è giusto poter usufruire di questi strumenti, senza essere troppo giovani per poterne fare un uso critico e consapevole». Basti pensare che sempre più Paesi stanno inserendo o valutando divieti di utilizzo delle reti sociali ai ragazzi. L'Austria, proprio ieri, ha deciso di vietare l'uso dei social ai minori di quattordici anni, mentre diversi Paesi dell'UE – come Francia, Spagna e Danimarca – hanno già annunciato di introdurre una «maggiore età digitale».
I pericoli e i timori legati alle piattaforme digitali sembrano innumerevoli. Al punto che oggi, pensare a un social media «etico» può essere complesso. «In primo luogo, bisogna capire che cosa significhi avere una piattaforma etica. Per ottenerla, dovremmo riflettere su quali sono i valori che consideriamo autentici, e che dovrebbero generare discussione e confronto su una piattaforma ideale. Pensiamo, per esempio, alla libertà di espressione: fino a che punto un social media può tollerarla? Possiamo accogliere qualsiasi espressione possibile e immaginabile, quindi anche ideologie razziste, oppure, anche in questi, casi vanno imposti limiti di comportamento?», osserva Galletti.
La questione, insomma, è più articolata di quanto sembri. «Sviluppare una piattaforma etica, insomma, è possibile, ma prima ci si deve mettere d'accordo su tante questioni che creano discussioni anche nella vita fuori dai social». Il tema della limitazione dell'accesso, a detta dell'esperto, è un tema «reale» soprattutto perché oggi abbiamo piattaforme «altamente imperfette». «Pensiamo al dibattito che è stato innescato sull'accesso alle piattaforme pornografiche: ci sono i social "per tutti", ma ci sono piattaforme che assomigliano sempre più ad ambienti sociali che propongono contenuti che un tempo erano per adulti, e a cui ora, invece, tutti possono accedere».
Un problema concreto
Per l'esperto, tuttavia, non ci sono dubbi: la sentenza della giuria di Los Angeles va presa sul serio. «Ci dice una cosa che non può passare in secondo piano, ossia che l'accesso ai social sta diventando, ormai, una questione di salute pubblica. Il proliferare di problemi di salute mentale o psichiatrici, in una generazione altamente esposta a queste piattaforme, indica che siamo di fronte a un problema di salute pubblica». Ed è proprio da questo punto che bisogna partire. «Limitare l'accesso ai social è un aspetto che appare rilevante, perché in assenza di certi limiti possono sorgere problemi di corretto sviluppo e di benessere in termini di salute mentale, nei più giovani». Si tratta, dunque, di una generazione che rischia, tramite l'esposizione ai social, di avere effetti «altamente indesiderati», dal momento che avviene durante una fase di sviluppo in cui è opportuno che le esperienze siano di diverso tipo.
Cosa fare, dunque, per proteggere i più piccoli? I limiti imposti da sempre più Paesi sono una prima soluzione. Ma l'educazione resta un punto centrale. «Molto spesso si sente dire che dovrebbe essere la scuola che insegna, ma io nutro qualche scetticismo. È un compito delicato e oneroso, e il rischio è quello di sviluppare soluzioni non efficaci, poiché l'uso di queste piattaforme avviene in contesti che sono per lo più extra-scolastici». Come afferma Galletti, si rischia di scaricare il problema su un'istituzione che spesso deve affrontare altre situazioni problematiche. «Si tratta, piuttosto, di una questione sociale, un problema pubblico, che non è riferibile e riconducibile all'ambiente scolastico». E che, proprio per queste ragioni, si fa sempre più allarmante, per la nostra società.
