L'approfondimento

I ticinesi che vanno a sciare in Italia nel 2026

Quanto è conveniente, se lo è, varcare il confine per la mitologica settimana bianca completa? E ancora: dove sta andando questo sport, grazie anche agli americani?
©Chiara Zocchetti
Stefano Olivari
22.03.2026 12:45

Lo sci in Italia è tornato a essere uno sport per ricchi, cioè quello che era prima degli anni Ottanta. A dirlo sono un ex campione come Gustavo Thoeni, molte analisi sui flussi turistici e tutti gli appartenenti alla vituperata classe media. Che sciano meno rispetto ai tempi della loro adolescenza, visto che molte località italiane sono praticabili soltanto da stranieri benestanti. Un fenomeno che gli sciatori svizzeri conoscono bene e quelli ticinesi ancora meglio, visto che da sempre sono abituati a fare confronti.

Quanto costa uno skipass?

In Italia nella stagione 2025/26 i prezzi degli skipass hanno registrato un aumento medio del 4% per il giornaliero e del 4,4% per l’abbonamento di 5 giorni, rispetto all’anno precedente. Fa più impressione l’incremento cumulativo dal 2021, che sfiora il 40% senza alcuna giustificazione di inflazione ufficiale o reale. Poi è chiaro che ogni località fa storia a sé, pur avendo tutte la tendenza al rialzo: per il giornaliero ci sono i 36 euro di Champorcher, in Valle d’Aosta, ma anche gli 86 di Dolomiti Superski, cioè il comprensorio più vasto d’Italia con 1.200 chilometri di piste. A Madonna di Campiglio si arriva a 85 euro, a Livigno a 72, mentre a Cortina o Courmayeur si superano facilmente i 70 euro. Per una famiglia di tre persone, stando bassi, solo gli skipass sono una sassata da più di 200 euro al giorno. E la mitologica settimana bianca completa (alloggio, noleggio attrezzature, pasti, lezioni), quella entrata nell’immaginario collettivo grazie ai Vanzina con Vacanze di Natale, può oggi toccare gli 8.000 euro a famiglia anche in posti senza pretese. I motivi? Iniziamo da quelli ufficiali, più volte ricordati: l’impennata dei costi energetici per l’innevamento artificiale, la modernizzazione degli impianti in una logica green (qualsiasi cosa voglia dire), la necessità di rendere le stazioni competitive a livello internazionale inventandosi collegamenti di ogni tipo. Veniamo ai motivi ufficiosi del caro sci, che poi è un motivo solo: perché chiedere 6.000 euro a un italiano, che magari si lamenta anche, quando se ne possono chiedere 8.000 a uno svizzero che quasi ti ringrazia per la convenienza?

La classe sociale

Non c’è bisogno di inchieste, basta l’esperienza personale degli appartenenti alla Generazione X, per ricordare come a metà anni Ottanta la settimana bianca fosse diventata alla portata di impiegati e anche operai, certo in strutture alberghiere ben più spartane di quelle di oggi con SPA, televisione satellitare, chef aspirante stellato, animazione, eccetera. Nel 1992 un giornaliero in una località italiana media costava circa 32.000 lire, che attualizzate in base al potere d’acquisto erano i 18 euro del 2026. Da tenere presente il fenomeno della chiusura dei piccoli impianti, un po’ per la mancanza di neve naturale (negli ultimi anni ne sono scomparsi in Italia circa 300 per questo motivo) e molto per la neo-ossessione per il comprensorio, capace di attirare grandi investimenti e di dare visibilità politica. Lo sci è diventato quindi un prodotto cosiddetto premium: piste tirate tipo biliardo per sciatori poco allenati, aprés-ski di lusso, hotel 5 stelle e servizi esclusivi. Thoeni, leggenda dello sci italiano, con 4 Coppe del Mondo e tutto il resto, ma anche albergatore, lo ha detto chiaro: «Lo sci è sempre più un lusso per pochi. Le Alpi rischiano di trasformarsi in un globale resort di lusso per stranieri milionari».

L'impatto degli stranieri

I 12 miliardi di euro di giro d’affari del turismo sciistico italiano, record stabilito proprio quest’anno, dicono proprio che c’è stata questa sostituzione, di cui fanno parte (come sostituti) anche gli sciatori svizzeri. Per chi vive in Ticino o nei Grigioni l’Italia offre un vantaggio enorme: distanze brevi, prezzi inferiori rispetto alle stazioni svizzere (dove un giornaliero supera spesso i 90-100 franchi, senza contare il resto) e varietà di comprensori. Fra le località più amate Madesimo e la Ski Area Valchiavenna, 95 chilometri di distanza e due ore da Lugano: 40 chilometri di piste, fra cui il celeberrimo Canalone, e uno skipass intorno ai 55 euro. Interessante in chiave ticinese i progetti che entro il 2032 prevedono una nuova funivia in Val di Lei, la seggiovia Groppera potenziata e riapertura completa dell’area di confine, sul modello di Cervinia-Zermatt: non è fantasci prevedere entro 5 o 6 anni questa area condivisa. Più lontana e un po’ più cara (skipass a 72 euro) è Livigno: 115 chilometri di piste e paradiso anche dello shopping per i noti motivi. Bormio fa al caso dello sciatore più esigente, con le sue piste che messe insieme sono il doppio di Livigno e 6 volte Madesimo, per uno skipass ancora dai costi umani (60 euro) e un dopo-sci incentrato sulle famose terme. In sintesi: i prezzi in Valle d’Aosta e Trentino-Alto Adige sono esplosi, ma per uno svizzero la Lombardia è ancora conveniente.

Popolo o élite?

La discussione non è soltanto sulla nazionalità degli sciatori, che può anche essere indifferente, ma sulla loro classe sociale. È qui che sta avvenendo la vera sostituzione, che ha indicatori infallibili come il numero di ristoranti gourmet o di SPA. Una tendenza mondiale, per uno sport che paragonato ad altri è senza dubbio di nicchia: nel 2024 le giornate-sciatore nel mondo sono state 366 milioni, più che nel pre-Covid, ma i 135 milioni di sciatori singoli dicono che la questione interessa meno del 2% della popolazione mondiale, percentuale ben diversa dal 35% svizzero. Uno sport ancora a trazione europea, visto che il 43% degli sciatori appartiene al Vecchio Continente, uno sport che nel mondo cresce al ritmo del 7% annuo, quindi più di quasi tutti i settori tradizionali dell’economia. Se è vero che l’America anticipa le tendenze allora per chi ama lo sci c’è davvero da preoccuparsi, perché nella stagione 2024/25 il 75% del turismo sciistico statunitense è arrivato da famiglie con un reddito di oltre 100.000 dollari all’anno e la percentuale di sciatori Under 25 è scesa dal 43% al 33. Certo nel presente i soldi si chiedono a chi ce li ha.