Il gradito ritorno del vecchio agronomo

Sono tornati i Jethro Tull: Ian Anderson ci ha ripensato. Aveva «ritirato il nome», un nome che non aveva mai amato troppo appartenente, si sa, ad un agronomo vissuto tra Sei e Settecento, e che venne scelto provvisoriamente proprio nel periodo in cui la Island mise sotto contratto la band che si ritrovò con un appellativo suggestivo, ma fuorviante. Nel chiudere quella porta Anderson aveva anche eliminato tutti i musicisti dell’ultima formazione – tra i quali il chitarrista Martin Barre che ha suonato in tutti i lavori a partire dal secondo – senza troppi complimenti, per proseguire da solo. A differenza di quanto era capitato con le sue opere solistiche quando la band era attiva, i dischi successivi si potevano dunque considerare a tutti gli effetti la prosecuzione del percorso della band. Ma la dura legge della disattenzione del pubblico generico fa sì che pure se non è cambiato nulla a parte il nome, ecco, proprio quel nome si rivela importantissimo per la riconoscibilità. Così, per dare massima visibilità ai brani di The Zealot Gene (che, a scanso di equivoci, riporta solo il suo faccione in copertina) il pifferaio del rock britannico ha rivitalizzato il celebre marchio di fabbrica.

Si tratta di un disco quasi religioso, anche se l’autore di My God non si è convertito. Nelle numerose interviste concesse in questo periodo ha infatti confermato di non avere fede, ma di sentirsi molto più a suo agio nelle chiese e a contatto con il sacro. Forse, da vecchio bastian contrario, non si ritrova in un mondo dove di sacro non c’è più niente e il «gene degli zeloti» ha preso il sopravvento. Fin dalle note dell’iniziale Mr. Tibbets sappiamo di trovarci nella «Tull-zone» con il flauto subito in primo piano e la voce di Anderson (che dal vivo ha dato non pochi problemi) che riporta ai vecchi tempi. Jacob’s tales è un blues con accenti folk e un racconto che prende spunto dalla storia di Giacobbe e Isacco. Secondo l’autore Mine is the mountain è una My God parte due (anche se l’intro pianistico può ricordare Locomotive breath). Più dura è The Zealot Gene che ha tutta la forza di un’invettiva. Shoshana sleeping è il singolo che ha lanciato questa nuova vita della band e riporta alle sonorità degli anni Sessanta: un efficace biglietto da visita. Chi ama le ballate acustiche Anderson- style non sarà deluso da Sad city sisters, Where did saturday go? e dalla squisita Three loves, three mentre Barren Beth, wild desert John allunga la galleria di personaggi che il musicista dipinge da più di mezzo secolo. The betrayal of Joshua Kynde è un’incursione in uno stile meno classico, ma non meno efficace. Cangiante è In brief visitation che conduce alla conclusiva The fisherman of Ephesus, buona chiusura per un gradito ritorno.