Il tempo si è fermato in Anatolia

In "Winter Sleep", Palma d'oro 2014 del turco Nuri Bilge Ceylan
Antonio Mariotti
23.12.2014 04:00

Vedere un film del regista turco Nuri Bilge Ceylan significa entrare in un mondo molto particolare, apparentemente lontano dai drammi e dagli eccessi dell'attualità ma sottilmente legato ad essa attraverso la presenza di personaggi che, quasi sempre, sembrano essersi autoesiliati in una no man's land pressoché priva di rischi dopo aver sperimentato l'ebbrezza di combattere in «prima linea» nel loro campo d'azione ed esserne usciti psicologicamente segnati per sempre. In questo «mondo fuori dal mondo» - che è al tempo stesso intriso di riferimenti diretti alla terra natale del cineasta (la sua amata-odiata Anatolia) e talmente rarefatto da acquisire un'aura universale che lo rende del tutto comprensibile - si svolgono quei regolamenti di conti con se stessi e con gli altri che rivestono una vera importanza, che mettono sul piatto della bilancia il reale valore morale di un essere umano.Una simile introduzione è ancora più importante se si pensa che l'ultimo film di Ceylan, Winter Sleep – premiato con la Palma d'oro al Festival di Cannes nel maggio scorso – ha una durata nettamente al di sopra della media (3 ore e 16 minuti) che non deve però a priori scoraggiare lo spettatore, ma al contrario stimolarlo ad abbordare con fiducia l'opera di questo originale regista, ancora troppo poco conosciuto dal grande pubblico, grazie a quella che si può considerare la summa poetica di quanto ha fatto finora. Un film forse meno affascinante del recente C'era una volta in Anatolia (2011) ma ancora più profondo. Il prestigioso riconoscimento ottenuto per il suo magnifico Winter Sleep rappresenta del resto il logico coronamento del percorso di un autore che, negli ultimi dodici anni, sulla Croisette aveva già conquistato il premio per la miglior regia e ben due Grand Prix. Winter Sleep non rappresenta però una tranquilla passeggiata: si tratta infatti di un film per molti versi arduo, che va gustato attimo dopo attimo sull'arco di tutta la sua durata. Vicino per certi versi alla narrazione del suo connazionale premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk, Ceylan non cerca mai l'accondiscendenza dello spettatore, ma preferisce percorrere strade a volte tortuose per metterci di fronte – senza mai giudicarci – alle nostre debolezze, alle nostre contraddizioni, alle nostre paure e alle nostre illusioni.Il contesto in cui si svolge il film, la Cappadocia, con le sue abitazioni trogloditiche e il suo paesaggio quasi lunare, così come la stagione invernale, risultano in questo caso estremamente importanti e contribuiscono in maniera determinante a creare quello huis clos che richiama irrimediabilmente il teatro trasformando Winter Sleep in un'opera contemporanea dai forti accenti cechoviani. Il protagonista, Aydin, è del resto un attore in pensione impegnato a scrivere una storia del teatro turco, che gestisce alcune case e un piccolo hotel sperso tra le montagne, insieme alla giovane moglie Nihal, che pare non amare più, e alla sorella Necla, sofferente per le conseguenze psicologiche del suo recente divorzio. Man mano che il tempo peggiora, che i clienti si fanno più rari fino a scomparire del tutto, e che la neve imbianca il paesaggio circostante, il raggio d'azione dei protagonisti si riduce, mentre aumentano la loro solitudine e, al tempo stesso, il loro bisogno di andare a fondo riguardo alle questioni irrisolte che pesano sulle loro coscienze. Ciò li porterà – nella seconda parte del film – a confronti sempre più serrati in cui non sarà risparmiato nulla a nessuno, tanto che alla fine si ha l'impressione che il «sonno invernale» del titolo corrisponda non a uno stato d'animo passeggero ma un disperato trincerarsi dietro una invalicabile e pessimistica barriera d'incomunicabilità che per Nuri Bilge Ceylan corrisponde al vero grande problema dei giorni nostri.

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