Libri

Il thriller globale di Alan Friedman

Il noto giornalista esordisce come romanziere con un libro dalla trama serrata che tratteggia l’inquietante potere celato dietro le quinte del mondo di oggi e raccontato, tra storia, finanze e politica, come un esplosivo intrigo internazionale a cui anche le cronache ci stanno ormai abituando
Sergio Roic
20.10.2026 10:44

A chi pensate quando pensate ad Alan Friedman? Al giornalista arguto commentatore politico anche di questo giornale? Al saggista brillante che vi avvicina ai grandi problemi della finanza e dell’economia? All’uomo intelligente e informato presente nei media e nei dibattiti? Eppure, lo stesso Friedman confessa di aver sempre voluto scrivere romanzi e che dai diciotto anni in poi il rammarico di non scriverli gli abbia procurato un forte rimpianto. Ma ora è giunto il momento di mettere le carte sul tavolo, perché proprio ieri è uscito di stampa il primo romanzo (un thriller) di Alan Friedman intitolato La mano di Orfeo e pubblicato da Baldini e Castoldi. La mano di Orfeo è la storia di Alex Grayson, un giovane americano dapprima istruito dalla Delta Force e poi gettato nei meandri della politica che a Washington si intrecciano con l’azione palese e segreta delle varie agenzie di informazione e spionaggio che tutti ben (?) conosciamo: CIA, MI6, FSB, insomma, gli americani, gli inglesi, i russi. Ma non finisce certo qui, tra sigle, conflitti e patti più o meno segreti, giacché all’orizzonte dell’ignaro (non per molto, comunque) Alex appare la mano (l’azione, il disegno, la minaccia) di un’ineffabile organizzazione o rete dal misterioso nome di Orfeo.

Orfeo, dapprima, assume le sembianze del faccendiere politico Mark Patterson, un uomo che tesse intrighi alla luce del sole ma che agisce nell’ombra e dalle cui mani passano i fondi e la determinazione necessaria a ordire congiure che, man mano che il romanzo procede, assumeranno la forma di un autentico Rashomon globale (Chi sta con chi? Chi sono gli amici e chi i nemici? Cui prodest, a chi giova tutto ciò?). Alex Grayson, che suo malgrado, ma anche a seguito di alcune decisioni prese, è sempre più coinvolto nelle trame di Orfeo, si ritrova a salvare uno scienziato fuggiasco (fuggiasco dalla Russia) nelle strade di Praga e a sostenere un ruolo che, infine, non sente più come suo. Un limite, c’è un limite oltre il quale non può andare e questo limite è incarnato da un giornalista dandy inglese che lo invoglia a passare dall’altra parte della barricata: alla stampa. Grayson si trasferisce a Londra e diventa un attento e responsabile giornalista d’inchiesta. Quale e quanta è la sorpresa (del lettore) quando si accorge che Mark Patterson e il dandy inglese in realtà collaborano e malignano sul ruolo che, nelle loro mani, assumerà Alex. Quando Alex Grayson si accorge di essere una pedina nelle mani di Orfeo anche nelle vesti di giornalista, decide, a seguito di circostanze fortuite che gli permettono di cambiar vita, di rifugiarsi in Toscana nella proprietà della futura moglie. Nel frattempo, ha già percorso una pericolosa china costellata di fughe, omicidi e minacce di ogni genere. Nemmeno la Toscana e la felice vita sulle colline senesi riuscirà a proteggere Alex da Orfeo giacché, un paio di decenni dopo, l’americano divenuto soddisfatto possidente italico dovrà compiere un’ultima missione per conto di Patterson e di Orfeo, quella di consegnare alla rete di interessi cannibale proprio lo scienziato, Misha, che aveva salvato a suo tempo a Praga. C’è anche molta Svizzera nella seconda fase della vita di Alex Grayson: visite a Zurigo, Gstaad, Ginevra, dove in un clima jamesbondiano il Nostro dovrà sfuggire agli spietati killer russi.

Romanzo coinvolgente e dalla narrazione asciutta e diretta, ma che comunque non rifugge da una panoplia di elementi visivi che fanno godere lo sviluppo dell’azione come se ci si trovasse al cospetto delle immagini di un film, La mano di Orfeo è una spietata rivisitazione, di finzione finché si vuole ma innestata su elementi veridici e ben riconoscibili della realtà attuale, dei rapporti clandestini di potere in un mondo conflittuale qual è quello odierno. Nel romanzo compare uno «scandalo Bernstein» che chiunque può facilmente associare a uno dei grandi recenti scandali del potere worldwide. Inoltre, sorprendentemente (o meno, visto il grado di sofisticazione degli argomenti trattati), il tambureggiante ritmo degli omicidi, delle vendette e degli interventi illegali nella politica di Stati terzi procede a mo’ di balletto, mano nella mano o quasi, tra agenti di agenzie di spionaggio e controspionaggio che, in teoria, dovrebbero essere contrapposte, rivali e nemiche. La puntuale comparsa di squadre di killer «orientali» informati da elementi «occidentali» (e cioè Orfeo stesso in quanto rete di condivisione occulta del potere) sugli spostamenti e in ultima analisi sulla vita di coloro che devono essere eliminati in quanto di ostacolo alle malefatte di Orfeo, è un vero e proprio campanello d’allarme emblematico del grande disincanto dell’autore nei confronti della politica mondiale d’oggidì. Certo, La mano di Orfeo è un romanzo, la dicitura iniziale parla di fatti e personaggi di finzione, ma, a differenza dei thriller di un Tom Clancy, ad esempio, qui si ha la netta sensazione di procedere sì all’interno di un’opera di fantasia, ma anche di poter essere letteralmente prigionieri di questa «fantasia» perché da un giorno all’altro potrebbe trasformarsi (se non lo ha già fatto) in realtà. Ed è questo, in definitiva, il grande merito di questa prima opera narrativa di Alan Friedman (ne seguiranno altre, a quanto pare): il sapere raccontare la realtà usando i metodi e le risorse della fantasia; il saper cogliere il momento storico confuso e destabilizzante nelle pagine di un thriller; il levare il proprio grido d’allarme nella grande arena della fiction, spesso e volentieri più frequentata e meglio compresa delle note di cronaca.