Intramontabili necrologi

In greco antico, per indicare il tumulo si usava il vocabolo sèma, che significa anche segno. Le due parole si identificano perché la tomba è un «segnale». Inequivocabile. Si può allora sostenere che, praticamente in ogni cultura, dopo la morte si inneschi una sequenza «semantica» che aiuta a riconoscere chi non c’è più e a farne vivere la memoria in chi resta. Questa sequenza, proiettata nel moderno, è diventata - con l’invenzione della stampa - il necrologio, la parola scritta che fissa il ricordo dei morti e, come ha detto il grecista siciliano Salvatore Nicosia, diventa, per i vivi, «strumento di perpetuazione di uomini, eventi, valori, affetti».
Nei giorni successivi all’improvvisa scomparsa del sindaco di Lugano, il Corriere del Ticino ha pubblicato oltre 300 necrologi. Un numero che non ha pari nella storia recente del nostro giornale. Un altro «segnale», hanno commentato in molti, della popolarità di Marco Borradori, dentro e fuori i confini della città alla cui guida era da 8 anni.
Ma una riflessione più attenta porta a fare qualche altra considerazione. A cominciare dalla domanda su che cosa sia, oggi, il necrologio. Quale significato abbia. E perché si continui a pubblicare.
Il ruolo della carta
Nel mondo pre-cristiano il ricordo non era per tutti. Le epigrafi, ad esempio, erano soggette a regolamenti cittadini. L’epitafio era considerato un tributo alla memoria e un surrogato di immortalità, ed era concesso solo a chi ne fosse ritenuto degno: a Sparta una legge di Licurgo concedeva l’iscrizione funebre soltanto ai caduti in guerra o alle donne morte di parto.
Nella più «democratica» Atene, invece, l’uso delle iscrizioni funebri era talmente diffuso ed esagerato che, secondo Platone, sarebbe stato opportuno limitarne la lunghezza a quattro versi, lo spazio più ampio che a detta del filosofo poteva essere dedicato alla lode di un essere umano.
L’annuncio pubblico della morte attraverso i necrologi o - come accade in Italia - con l’affissione di manifesti negli spazi pubblici, è il modo per far conoscere alla comunità l’evento luttuoso. Una necessità, soprattutto nelle medie e grandi aree urbane, dove i rapporti sociali sono sfilacciati e spesso molecolari. Qualcosa che resiste anche nel mondo iperconnesso e digitale, in cui pure avrebbero potuto affermarsi nuovi e più tecnologici rituali.
E già questo è un primo elemento di riflessione. Il necrologio, il ricordo affidato al giornale, alla carta, resiste. Si impone, quasi. Le forme di lutto collettivo «social» non mancano e sono frequentate: basti pensare alle bacheche di Facebook dei profili di chi muore. Ma non hanno la stessa forza dei necrologi. Che si pagano. E, soprattutto, si stampano.
La moderna Spoon River
Dall’Antologia Palatina a Spoon River il passo temporale è lunghissimo. Ma il senso non cambia. Il discorso necrologico si è sempre mosso tra «forme semplici» e brevi di scrittura, collegate alla rappresentazione della morte, e funzioni collettive extra-letterarie. I necrologi sono una sorta di mappa pubblica sulla quale si disegna la geografia sociale di un territorio, piccolo o grande che sia. Una mappa attraverso cui, leggendo con un po’ di attenzione, si possono ricostruire la vita del defunto, la sua rete di amicizie, il grado di autorevolezza, persino le sue debolezze. Una mappa, nel caso del sindaco di Lugano, sulla quale sono state tracciate anche le linee direttrici dell’universo politico-istituzionale-associativo della città e del cantone.
«Esserci», nelle pagine dei necrologi, è importante: e non soltanto per testimoniare l’affetto verso chi è prematuramente scomparso e la vicinanza alla famiglia. Come ha detto lo scrittore Giacomo Papi, «al centro della vita - e quindi della morte - ci sono le relazioni personali. Per questo, la funzione “politica” del necrologio» è tanto «ovvia» quanto importante. «La maggior parte dei morti, per fortuna, compatta la società, non la divide. Quando se ne va una persona famosa, sulle pagine dei necrologi dei quotidiani va in scena una lotta invisibile per esserci ed essere visibili, e accostare il proprio nome» a quello del morto. Una forma aggiuntiva di tributo, che assegna alla persona che se n’è andata un’ulteriore capacità: tenere insieme gli opposti, smussare gli spigoli, ricompattare. E leggendo i necrologi di Marco Borradori ben si comprende quale fosse la sua qualità principe: saper dialogare con chiunque, rifuggire sempre il pregiudizio, favorire il dialogo.
Istantanea bene a fuoco
C’è poi un altro elemento che emerge in modo prepotente dalla lettura dei 300 e più annunci dedicati in memoria del sindaco di Lugano. Ed è, inevitabilmente, quello legato allo stile. Alle parole. Alla “retorica” della morte e della vita. I brevi testi dei necrologi sono figli di culture, visioni, stati d’animo anche molto diversi tra loro. Chi scrive, vuole ovviamente rendere pubblico il proprio dolore ed esprimere il proprio cordoglio. Ma pure ottenere attenzione. Farsi leggere. In questo senso, fanno premio i momenti vissuti assieme, le circostanze più intime, la condivisione di passioni e interessi. Il discorso dell’epigramma, quello antico scolpito sulla pietra così come quello contemporaneo stampato sul giornale, si sviluppa sempre su tre punti: la persona scomparsa; chi lo ricorda con un nome, un verso, un frammento di esistenza condivisa; e chi legge. L’idea è che le parole possano superare l’assenza attraverso il ricordo. Le parole che, sole, possono estendere nel tempo la memoria.
Parlare della morte, poi, significa contemporaneamente parlare della vita e del suo senso, lenire l’angoscia esplosa davanti alla scomparsa di un amico, di un familiare: un’assenza improvvisa che rimanda alla perdita irrimediabile di una parte di sé. Farlo in poche o pochissime righe è difficile. Impone di andare dritti verso l’essenziale, di eliminare i fronzoli e di ridefinire «anche i confini del dicibile e dell’indicibile, cioè del pudore».
Diceva Alden Whitman, il più celebre tra gli scrittori di necrologi del Times: «L’obituary, il necrologio, non è una biografia completa, né un saggio scolastico; non è un tributo ed è solo in parte lo schizzo di una personalità. Un buon necrologio ha le qualità di un’istantanea messa bene a fuoco, dev’essere il più denso, misurato, il migliore possibile... Se l’istantanea è chiara, chi la osserva trae un veloce orientamento sul soggetto, sui suoi successi, sui suoi difetti e sui suoi tempi. Comporre l’istantanea... richiede tempo e pazienza, bisogna scavare e, infine, ci vuole una certa abilità con le parole».
