Società

La bandiera esiste ancora? In Svizzera sì

Gli svizzeri nella media espongono volentieri la propria bandiera, non soltanto quando la Nazionale gioca il Mondiale, e la differenza con quanto sta accadendo in questi giorni a Birmingham, con la bandiera britannica diventata oggetto di scontro, è clamorosa
©Gabriele Putzu
Stefano Olivari
06.09.2026 09:04

La bandiera esiste ancora e in Svizzera più che nel resto d’Europa. Qui, diversamente da quanto accade in altri Paesi, la bandiera riesce nel miracolo di essere un simbolo identitario ma non divisivo. Gli svizzeri nella media espongono volentieri la propria bandiera, non soltanto quando la Nazionale gioca il Mondiale, e la differenza con quanto sta accadendo in questi giorni a Birmingham, con la bandiera britannica diventata oggetto di scontro, è clamorosa. Perché lo stesso simbolo viene considerato patrimonio di tutti in un paese europeo e provocazione politica in un altro?

Tre Europe

Un sondaggio YouGov realizzato per conto di Galaxus ha dato un valore numerico alle impressioni. Il risultato è stato infatti netto: la Svizzera e l’Austria guidano la classifica di affetto per la bandiera, visto che il 40% dei cittadini di entrambi i paesi dichiara di esporla volentieri. Seguono Germania e Italia, attorno al 31 per cento, e la Francia, ferma al 27 per cento. Secondo la stessa YouGov, dati dello scorso luglio, il 54% degli adulti statunitensi possiede la propria bandiera, contro il 22% dei britannici che hanno in casa la Union Jack. Svizzera campione d’Europa, quindi? Se parliamo della bandiera in senso stretto, intesa come simbolo di stoffa da esporre alle finestre, senz’altro sì, mentre se consideriamo l’uso del simbolo nazionale nella quotidianità (giacche, adesivi, quadermi, magliette, eccetera) allora la Scandinavia è imbattibile con l’80% dei norvegesi, il 75% dei danesi e il 54% degli svedesi che utilizzano la propria bandiera. Evitiamo di elencare una sfilza di percentuali, l’importante è notare che esistono tre tipi di Europa: quella che ama e rispetta la bandiera a prescindere dalla situazione (Svizzera, Austria, paesi scandinavi, Finlandia, Islanda, Polonia, Ungheria, Croazia, Grecia, paesi baltici), quella che la riscopre per eventi particolari, spesso sportivi (Italia, Germania, Spagna, Portogallo, Irlanda) e quella che la usa comunque poco (Francia e Regno Unito, ma anche Belgio e Paesi Bassi) e quasi sempre in contesti istituzionali, non certo di entusiasmo popolare.

Fra calcio e auto

Le differenze fra Paesi non sono soltanto quantitative, perché cambia il motivo, cambia il luogo, cambia soprattutto il significato culturale dell’atto. In Svizzera e in Austria il motivo più citato per l’esposizione della bandiera resta l’orgoglio nazionale, indicato da circa due terzi di chi lo fa. Lo sport non monopolizza il gesto: in Svizzera il 44% lo associa agli eventi sportivi ma il 37% lo fa con le festività, in particolare il primo di agosto. E in Austria le festività nazionali pesano persino di più (45%). In Italia, invece, tra chi espone la bandiera il 71% lo fa soprattutto per il calcio e gli eventi sportivi e anche in Germania questa percentuale (66%) è molto alta. Anche i luoghi parlano. In Italia l’83% di chi espone la bandiera la mette sul balcone o alla finestra. In Austria il balcone vale invece per il 50%, in Svizzera per il 45%, in Francia per il 38%. La Germania ha un comportamento curioso: il 43% di chi espone i colori nazionali li mette sull’auto, sugli specchietti o sul cofano.

Il caso svizzero

Quanto alla Svizzera, in Europa ha quasi il monopolio del giardino con l’asta, unito all’uso massiccio di magliette con la croce bianca. Pochi altri paesi sembrano così a proprio agio nel trasformare il simbolo nazionale in oggetto quotidiano, domestico, quasi decorativo. Apolitico, verrebbe da dire nonostante le bandiere per la loro stessa storia siano un simbolo politico fortissimo, spesso nato in occasione di sanguinose battaglie (Svizzera compresa). Lo storico Christian Koller, dell’Università di Zurigo, ha proposto una spiegazione interessante del caso svizzero, interessante perché controintuitiva, partendo dall’osservazione che in Svizzera la bandiera nazionale sia meno onnipresente negli edifici pubblici rispetto alle bandiere cantonali. Facile il confronto del Ticino con la vicina Lombardia, dove quasi nessuno sa dell’esistenza di una bandiera lombarda (ma esiste, è anche ufficiale), si sopporta come una tassa quella dell’Unione Europea sugli edifici pubblici e si dà un peso soltanto a quella italiana. Il federalismo svizzero, paradossalmente, lascerebbe più spazio a un uso privato della croce bianca. Inoltre la bandiera svizzera non è cambiata dal XIX secolo. Non porta il peso di rivolgimenti politici, dittature, cambi di regime o riscritture identitarie che in altri paesi hanno reso il vessillo più ambiguo. È un segno di continuità, che non è percepito come un’arma di parte. Questo è il punto. In Svizzera esporre la bandiera non equivale a dichiarare guerra a qualcuno, non perché gli svizzeri siano più ‘buoni’ rispetto ai francesi o agli italiani ma perché le loro guerre sono molto più lontane nel tempo. Importante anche il discorso culturale: la Svizzera ha quattro lingue nazionali, una forte immigrazione, una tradizione di democrazia diretta e un’idea di appartenenza costruita più sul patto civico e istituzionale che su un mito etnico.

Il caso Birmingham

Il contrasto dell’atteggiamento svizzero e scandinavo con l’Inghilterra, e in particolare con Birmingham, è purtroppo la realtà. Nella seconda città del Regno Unito, tra il 2025 e il 2026, l’esposizione della Union Jack e della croce di San Giorgio sui lampioni, sulle rotatorie e su altri elementi di arredo urbano è diventata un caso politico e giudiziario. Il movimento ‘Raise the Colours’ ha iniziato a coprire strade e quartieri di bandiere britanniche e inglesi, presentandosi come campagna di unità e patriottismo. Per i critici, invece, si trattava di una mobilitazione carica di retorica anti-immigrazione, se non di suggestioni di estrema destra. In sintesi, il consiglio comunale di Birmingham ha iniziato a rimuovere le bandiere non autorizzate, per ragioni di sicurezza. Nel 2026 l’amministrazione ha addirittura chiesto un’ingiunzione all’Alta Corte per vietare gli «attacchi non autorizzati» alle infrastrutture stradali, con pene potenzialmente pesanti per chi persistesse. Il Comune ha tenuto a precisare che la Union Jack sventoli ogni giorno davanti alla Council House e che il problema non sia la bandiera in sé, ma l’uso non autorizzato dello spazio pubblico. Ha anche ricordato di rimuovere tutto ciò che viene attaccato abusivamente ai pali: bandiere, striscioni, pubblicità. Il punto, però, è che il caso è esploso proprio intorno alle bandiere nazionali britanniche. E che in città, da anni, in alcuni quartieri sono visibili altre bandiere, in particolare palestinesi, senza che questo abbia generato la stessa reazione istituzionale tempestiva. Scontato ma giusto il paragone con la Svizzera: a Lugano una bandiera nazionale su un giardino o su un balcone è un dettaglio del paesaggio. A Birmingham, città in cui i musulmani sono il 29,9% della popolazione (in alcuni quartieri si sfiora il 90) e i cristiani il 34, una Union Jack su un lampione può essere letta come provocazione o come disperata rivendicazione di un paese che alcuni abitanti sentono sfuggire: senza giri di parole bisogna dire che le croci su tante bandiere sono croci cristiane, non sono messe lì per l’idea di un grafico. Da qui a a dire che la Svizzera sia ‘meglio’ del Regno Unito ce ne passa, vista la differenza delle rispettive storie, ma questa e la realtà del 2026 e non si può ignorarla.