L'omaggio

La Dynasty di Valentino, ultimo imperatore della moda

Quale è stato l’impatto dell’ultimo imperatore della moda sulle nostre vite da follower?
©ALESSANDRO DI MEO
Stefano Olivari
20.01.2026 23:30

Se c’è una persona che non ha bisogno di essere celebrata dopo la morte questa è Valentino, visto che tutti sanno chi fosse e che lui stesso ha dedicato gli ultimi vent’anni di vita ad autocelebrarsi, o lasciarsi celebrare, in libri, film e manifestazioni varie legate alla moda. Sempre con classe, ça va sans dire, una classe che comprende anche l’essere sceso dalla giostra al momento giusto. In ogni caso molto meno ricordato il Valentino pop, quello che ha creato un immaginario anche per la gente comune, quella che non avrebbe potuto comprare un suo abito dei bei tempi nemmeno accendendo un mutuo. Quale è stato quindi l’impatto dell’ultimo imperatore della moda sulle nostre vite da follower?

Sul mercato USA grazie a Dynasty

Come quasi tutti i grandi stilisti, Valentino è diventato icona pop planetaria negli anni Ottanta, sfondando sul mercato americano grazie a una serie televisiva fondamentale come Dynasty, la grande rivale della coeva Dallas. Protagonista assoluta della saga dei Carrington e dei Colby era Alexis, interpretata da una memorabile Joan Collins, che in pratica vestiva soltanto Valentino. Che in breve da brand amato da VIP tipo Jackie Kennedy o comunque da pochi divenne sogno di massa e proprio grazie ad Alexis Carrington sinonimo di potere femminile ostentato, con spalle larghe, tessuti preziosi e un lusso quasi caricaturale, da americani ricchi che ci tengono a fare sapere quanto siano ricchi. Valentino guadagnò subito visibilità enorme tra il grande pubblico americano, terza via fra il minimalismo di Armani e l’aggressività di Versace. Fu lì che Valentino, formatosi nella Parigi di fine anni Cinquanta, divenne pop. E come tutte le grandi operazioni di marketing fu parzialmente casuale, nel senso che Joan Collins aveva conosciuto Valentino nel 1968 a Roma, prendendo a prestito un abito per un’ospitata televisiva, rimanendo folgorata dal suo stile e acquistando in seguito tante cose da lui. Per Dinasty lei indossò a volte abiti Valentino suoi personali, poi sull’onda del successo impose al costumista Nolan Miller di disegnare per tutte le attrici (in particolare Linda Evans, cioè Krystle Carrington) della serie abiti in quello stile, paradossalmente più Valentino di Valentino stesso, accentuando sensualità, uso di tessuti preziosi e, bisogna ripetersi senza mancare di rispetto al maestro, le proverbiali spalle larghe.

Aspirazionale  con Sex and the City

Più di altri stilisti Valentino è stato un simbolo del lusso, senza alcun problema ideologico nel rivolgersi a persone ricche o aspiranti ricche. Uno stile, al di là del rosso e dei singoli modelli, diventato mezzo secolo fa ciò che oggi si definirebbe narrazione: dopo Dinasty gli abiti di Valentino sono stati fissati nella memoria collettiva del telespettatore da tante altre serie, su tutte Sex and the City ed Emily in Paris. Nel primo caso la musa di Valentino è ovviamente la giornalista Carrie (interpretata da Sarah Jessica Parker), con i vari abiti che sintetizzano le fasi della sua vita, dal romanticismo anni Novanta fino al lutto (ad esempio indossa un Valentino quando sparge le ceneri di Mister Big a Parigi) e alla rinascita, passando per la ricca vita sociale newyorkese. Se Alexis aveva reso Valentino popolarissimo, Carrie lo ha reso aspirazionale e del resto lei, nella serie, non era ricca ma faceva comunque di tutto per potersi permettere un Valentino e lanciare un messaggio di un certo tipo.

Emily in Paris e il nuovo Valentino

La televisione ha propagandato anche il cosiddetto post-Valentino, cioè il brand dopo l’uscita di scena del fondatore, con una virata verso il cosiddetto ‘lusso accessibile’, concetto che a Valentino faceva venire l’orticaria e che invece un Armani avrebbe considerato un titolo di merito. In Emily in Paris gli abiti del nuovo Valentino si vedono dappertutto, non soltanto addosso a Emily (Lily Collins), con un product placement martellante e una filosofia abbastanza simile a quella di tanti altri marchi: la moda non più emblema di un mondo da sogno, ma come spinta al consumismo, con un consumatore (viene da dire consumatrice) internazionale, indifferenziato, di base non diverso da quello inseguito dalla concorrenza. La serie Netflix segna quindi il passaggio di Valentino a brand globale, conosciuto da tutti ma senza più una vera anima. La fine di Valentino? Lui lo pensava.

L'ultimo imperatore

Sul piano personale Valentino è sempre stato meno alla mano, comunque meno raggiungibile, rispetto ad altri grandi stilisti. Un divo, non antipatico ma divo. Si considerava l’anello di congiunzione fra la ‘vecchia’ alta moda alla francese e quella costretta a lavorare per i nuovi ricchi, impensabile quindi che cercasse bagni di folla o situazioni nazionalpopolari. Lo stesso rapporto con le stelle dello spettacolo non era paritario: loro dicevano, o millantavano, di essere suoi amici, ma non valeva il contrario. Baci, abbracci, poi ognuno a casa sua.

Non cercava il consenso perché lo aveva naturalmente, non faceva Valentino perché era Valentino ed è per questo che sulle prime non aveva apprezzato la famosa imitazione di Dario Ballantini a Striscia la Notizia: poi aveva fatto buon viso a cattivo gioco accettando addirittura anche di incontrare il comico. Davvero poche le sue apparizioni mediatiche al di fuori di manifestazioni legate alla moda: la più famosa il cameo in Il diavolo veste Prada, del 2006, quando appare durante una scena al Met Gala, interagendo con Miranda Priestly (Meryl Streep). Significativo che per quella breve apparizione avesse preteso di disegnare l’abito dell’attrice e soprattutto che fosse stato l’unico stilista di un certo livello ad accettare di comparire nel film, visto che tutti i suoi colleghi temevano le ritorsioni di Anna Wintour, la storica direttrice di Vogue alla quale il personaggio di Miranda era ispirato.

Per il resto davvero poche cose, fra cui pochi secondi in Zoolander 2 (!), che scompaiono di fronte al documentario del 2008, Valentino: l’ultimo imperatore, con il titolo che dice già tutto. Una sorta di film definitivo, con Matt Tyrnauer, giornalista di Vanity Fair, che segue Valentino e il socio ed ex compagno Giancarlo Giammetti negli ultimi anni di carriera, terminando con la preparazione dello show finale per il ritiro nel 2008. Presentato a Venezia nel 2008, mostra Valentino come protagonista assoluto della propria vita: capriccioso, imperturbabile, ironico, circondato dai suoi leggendari carlini. Quando dice "Après moi le déluge!" non sta scherzando. Fra l’altro ha ragione.