«La letteratura può dare voce a tutto ciò che non osiamo dire»

Nel suo ultimo romanzo, Chiara (Einaudi, 2025), Antonella Lattanzi racconta un legame assoluto nato nell’infanzia: un patto d’amore che sfida la violenza delle famiglie di origine e le fratture dell’età adulta. Sabato 28 marzo sarà ospite degli Eventi Letterari Monte Verità, che prendono il via giovedì 26 marzo.
«Chiara è un romanzo che sfida l’idea dell’infanzia come luogo sicuro. Io credo che, al contrario, sia un tempo dell’anima e del corpo in cui è come se non avessimo pelle: si percepisce tutto, si vive tutto fino in fondo. Il dolore colpisce con forza assoluta, così come la gioia. Ho voluto raccontare la storia di due bambine, vittime di famiglie violente, diverse per contesto e tipo di violenza, ma unite nel rifiutare la cultura del dolore e nel voler cercare la felicità».
Il romanzo insiste sull’idea che il pericolo non venga da fuori ma dall’interno, e che la violenza non sia un’eccezione, ma si nasconda nella normalità.
«Oggi, per fortuna, si parla molto di violenza familiare e di femminicidi. Ma i bambini? Chi li guarda quando gli adulti sono impegnati a salvarsi o a gestire situazioni difficili. La mia non è una critica agli adulti, ma un invito a spostare lo sguardo. Si parla sempre dei genitori e quasi mai dei figli. Eppure tutto comincia da lì, dallo sguardo. Quando un bambino viene accudito il contatto visivo con un adulto trasmette la certezza che ci sarà sempre qualcuno capace di accettarlo. Ma quando i genitori sono assorbiti da altro, dal difendersi dalla violenza, dal tentare di salvare situazioni familiari fragili o segnate da problemi profondi, quella presenza può mancare. E allora quei bambini non vengono visti. È questo che vorrei: che venissero visti».
Chiara mette infatti in discussione l’idea della famiglia come luogo sicuro: secondo lei oggi siamo più pronti a riconoscere che non è sempre così?
«Penso che la famiglia non sia un luogo sicuro. Non lo è mai stata davvero: può essere, al contrario, il luogo in cui nasce anche la distruzione. Questo non significa che la famiglia non debba esistere, ma che vada ripensata. Non credo nell’idea di famiglia tradizionale come unico modello possibile: ognuno costruisce la famiglia che può, che vuole, che riesce a creare. Per me, famiglia sono anche gli amici che scegliamo, gli affetti verso cui sentiamo responsabilità, il dovere di esserci nei momenti giusti. Troppe volte, e spesso ancora oggi, le famiglie sono state carceri silenziose, in cui può accadere di tutto senza che nessuno lo sappia. E quando si tratta dei bambini, quasi sempre non c’è nessuno a salvarli».
Secondo lei è cambiato qualcosa nel modo in cui parliamo di violenza domestica rispetto a qualche anno fa?
«Ho voluto scrivere questo libro perché, quando si parla di violenza domestica, ci si concentra quasi sempre sulla coppia. Le donne continuano a morire in modi inaccettabili: è assurdo che oggi un uomo possa uccidere una donna per gelosia, eppure accade. Allo stesso tempo però, nelle famiglie succedono molte altre cose invisibili, che nessuno racconta. Ed è qui che entra in gioco il nostro compito di scrittori: dare voce a ciò che non si racconta, a ciò che spesso non abbiamo il coraggio di dire. Un lavoro quotidiano si sta facendo, ma ancora troppo poco su ciò che riguarda i figli».
In un contesto mediatico che spesso semplifica, un romanzo come Chiara chiede complessità e tempo: crede che il pubblico sia ancora disposto a sostenerli?
«È una domanda importante. Quando ho scritto Cose che non si raccontano (Einaudi, 2023), in cui parlavo della mia ricerca di maternità, temevo di chiedere troppo al lettore: troppo dolore, troppa esposizione, persino troppa costruzione letteraria, perché volevo fosse un romanzo, non un memoir. Invece è stato un libro molto amato. Questo mi ha fatto capire una cosa semplice: le persone sono intelligenti. Dobbiamo solo aiutarci tutti a riattivare questa intelligenza. Anche con Chiara sta succedendo qualcosa di simile: molte persone mi scrivono per ringraziarmi, perché il libro le ha costrette ad affrontare qualcosa del loro passato, un dolore, un ricordo, un legame. Per questo credo fortemente che esista un pubblico per libri più complessi. E Chiara, in fondo, non è un libro complesso: è un libro in cui si entra, o si sceglie di non entrare. La mia fiducia nel lettore è totale».
Il romanzo sembra muoversi tra l’esperienza vissuta e il racconto accettabile: è un modo per resistere al trauma o per smascherare il linguaggio della normalità?
«Mi piace dire che ho cercato di scrivere un libro omertoso. Per me il linguaggio è protagonista della storia, tanto quanto i personaggi. In questa vicenda, le due bambine non vogliono parlare del dolore, vogliono parlare della gioia. Condividono lo stesso mostro, ma non sentono il bisogno di nominarlo. Così, nei loro racconti, la violenza resta implicita: già conosciuta. Per questo anche la lingua doveva essere omertosa, allusiva, mai esplicita. I grandi strumenti della letteratura, secondo me, sono l’allusione, l’illusione, la sensualità, cioè non svelare tutto subito, e la fantasia: armi potenti, imprescindibili nella scrittura. Un esempio: i genitori di Marianna le ripetono quanto le vogliono bene, aggiungendo però che non bisognerebbe mai avere figli, perché rovinano la vita. Lei lo scrive, poi mette un punto. Non sappiamo se abbia avuto figli, se li abbia persi o cercati: spetta al lettore riempire quei vuoti, come fa con la propria infanzia e adolescenza. Così un libro non è più solo dell’autore: diventa di tutti».