Musica

La sperimentazione in Do degli Young Gods

Nel suo ultimo lavoro discografico il trio ginevrino interpreta «In C» di Terry Riley, la famosa composizione caposcuola del «minimalismo americano» che si ben si presta alle sonorità elettroniche e oniriche della band elvetica già pioniera del genere «industrial»
The Young Gods sono, da sinistra, Bernard Trontin (batteria), Cesare Pizzi (tastiere) e Franz Treichler (voce). © Charlotte Walker
Dimitri Loringett
Dimitri Loringett
27.12.2022 06:00

Un brano musicale composto per un numero indefinito di interpreti che può (in teoria) durare all’infinito e che inizia suonando ad libitum una battuta di tre quarti con la nota Do (maggiore). Fantasia? Non proprio. Parliamo di un caposaldo della musica cosiddetta «minimalista», il famoso In C del compositore americano Terry Riley scritto nel 1964 e ora interpretata in chiave elettro-acustica da parte degli Young Gods, band svizzera di culto della scena «industrial», che a inizio settembre di quest’anno ha pubblicato l’album, il 12.esimo in studio, The Young Gods Play Terry Riley In C.

Il brano di Riley, spesso citato come la prima composizione minimalista, consiste in 53 brevi frasi musicali numerate che durano da mezza battuta a 32 battute; ogni frase può essere ripetuta un numero arbitrario di volte. In questo modo, sebbene il contenuto melodico di ogni parte sia predeterminato, In C presenta elementi di musica aleatoria. «In C fa parte del “minimalismo americano”, una tendenza degli anni Sessanta (rappresentata da Riley, Philipp Glass, Steve Reich e altri, ndr) che prevedeva uno stile di composizione che, per la prima volta, aveva una specifica identità statunitense. Prima di allora, la musica classica contemporanea si basava prevalentemente su ciò che veniva scritto in Europa», spiega Franz Treichler, il frontman degli Young Gods, nel documentario pubblicato poco dopo l’uscita dell’album (visibile su YouTube). «Per eseguire il brano - continua Treichler - idealmente servono trenta musicisti, ma noi lo abbiamo fatto in tre. La bellezza di questa composizione è la sua “ciclicità”: pur dovendo seguire nell’ordine, una dopo l’altra, le 53 frasi musicali, ogni musicista può iniziare (e finire) una frase quando vuole, anche sovrapponendosi. Inoltre, una particolarità di questa composizione è che non c’è né un direttore d’orchestra, né un’indicazione sugli strumenti da suonare. Ogni musicista è quindi responsabile dello strumento e delle parti che suona, deve “prendere delle decisioni”, e ciò fa sì che ogni esecuzione di In C non sarà mai uguale. E questo è fantastico».

Non è la prima volta che il trio, formatosi a Ginevra nel 1985, si cimenta nell’interpretazione di opere altrui: nel ‘91 pubblicarono infatti The Young Gods Play Kurt Weil, con arrangiamenti originali di brani - di cui alcuni inclusi nella pièce di Brecht L’opera da tre soldi - del noto compositore e musicista tedesco. Ma rispetto ad allora, la musica degli Young Gods si è gradualmente evoluta, smorzando i toni più «ruvidi» dei loro primi lavori, caratterizzati da ossessivi «loop» di chitarra elettrica rigorosamente campionata (gli Young Gods sono considerati pionieri del genere industrial proprio per l’uso dei «sampler» che si diffusero nei primi anni Ottanta) e ritmi tribali suonati invece da un batterista «umano», per abbracciare sonorità più sperimentali e oniriche, con sempre più sintetizzatori e pubblicando anche opere strumentali, come Heaven Deconstruction (1996) e Music For Artificial Clouds (2004). Ancora Treichler: «Mi sono innamorato di In C, ed era da tempo che volevo fare qualcosa con lo smem a Friburgo (v. sotto), ma non sapevo ancora come». E così, buona parte dei suoni di synth sono stati pre-registrati allo smem, mentre l’album è stato realizzato allo Studio des Forces Motrices a Ginevra, nel famoso centro culturale autogestito L’Usine, luogo dove i «giovani dei» mossero i primi passi oltre trent’anni fa.

In una nota stampa Treichler riassume bene la filosofia di questo lavoro, che calza bene con quella degli Young Gods di oggi, ma anche degli esordi: «In C è come un gioco della vita: tutti devono ascoltarsi attentamente per far funzionare le cose. Si potrebbe dire che questo vale per tutta la musica, ma In C è molto più del mero suonare insieme nello stesso momento: questo brano invita a entrare in un’altra dimensione dove gli eventi passati e futuri sono così intrecciati da rimanere costantemente nel campo di tutte le possibilità».

Il santuario dei sintetizzatori

Lo swiss museum for electronic music instruments (smem), situato nel polo d’innovazione Bluefactory a Friburgo, è un vero e proprio santuario per gli appassionati di strumenti musicali elettronici. Aperto nel 2016, contiene circa 5 mila oggetti - sintetizzatori, organi, effetti, drum machine ecc. - della collezione privata appartenuta al basilese Klemenz Trenkle. Dal 2018 lo smem dispone anche di una «playroom» aperta al pubblico che può «giocare» con strumenti rari e leggendari della collezione.