L'intervista

L'AI tra tecnologia e filosofia

In dialogo con il Prof. Gino Roncaglia sulla necessità di uno sguardo filosofico allo sviluppo dell'intelligenza artificiale
Michele Castiglioni
02.10.2026 12:31

Quando si parla di intelligenza artificiale, occorre che la contestualizzazione avvenga a più livelli, non solo quello prettamente tecnico o applicativo, ma anche a livello di attribuzione di senso e di lettura delle interazioni con il reale. Si rende quindi necessaria un’osservazione critica che coinvolga la filosofia, come ci spiega Gino Roncaglia, Professore ordinario presso il Dipartimento di Filosofia, comunicazione e spettacolo dell’Università Roma Tre e autore di «Filosofia dell’intelligenza artificiale», che sarà ospite il 3 ottobre del Premio Möbius.

«La filosofia dell’intelligenza artificiale ha soprattutto due aspetti rilevanti: il primo riguarda il gran numero di questioni etiche che sono sollevate dal suo sviluppo e che è fondamentale affrontare in relazione ai problemi che vengono sollevati da questi nuovi sistemi. Il secondo aspetto importante è quello della comprensione di alcuni aspetti del funzionamento dei sistemi di cui noi conosciamo i meccanismi tecnici di basso livello - quindi sappiamo come costruirli e sappiamo quali sono le fondamenta tecniche - ma che mostrano ormai uno scarto così ampio tra gli aspetti tecnici di base, il loro comportamento e i risultati del loro lavoro, che un’interpretazione si rende indispensabile».
Quindi come possiamo parlare sensatamente di intelligenza nel contesto dell’AI? «Per rispondere a quest’ultima domanda» continua Roncaglia «serve aver chiarito a quale significato del termine »comprensione« facciamo riferimento e questo è un problema filosofico». Viene perciò messo in discussione lo stesso concetto di intelligenza, il quale sembra essere relativizzato. «Si può naturalmente cercare di definirlo, ma resta direi impossibile arrivare a un consenso generale. Quello che possiamo affermare è che ci sono molti aspetti diversi dell’intelligenza e anche molte gradazioni, non è un concetto tutto-niente».

L’idea è che quindi possiamo distinguere tipologie diverse di intelligenza e gradi diversi di intelligenza. E capire quali di queste tipologie si possono applicare all’intelligenza artificiale è un problema innanzitutto filosofico. «Poi ci sono anche altri aspetti» aggiunge «per esempio il confronto con le neuroscienze - anche se questi sistemi naturalmente sono molto diversi dal cervello umano. E sicuramente la filosofia è un campo che serve per parlare di queste cose».

Ma quindi quanto si avvicina effettivamente all’essere umano l’intelligenza artificiale attuale nelle sue varie forme e fin dove si può spingere il suo sviluppo, visto che già giungono notizie di AI sfuggite al controllo che operano in forma autonoma? «Sicuramente sono sistemi diversi dal nostro cervello per tanti aspetti. Per dire: il nostro cervello biologico è evolutivamente preparato all’apprendimento del linguaggio, quindi a un bambino o a una bambina basta l’esposizione al linguaggio per apprenderlo, mentre questi sistemi partono da reti neurali indifferenziate. E questo probabilmente spiega come mai a noi per imparare a usare il linguaggio serva un campione di usi linguistici molto minore rispetto a quello che serve a un grande modello linguistico. Quello che possiamo dire sicuramente è che i grandi modelli linguistici non lavorano come il cervello umano. Per quanto riguarda il dove possono arrivare invece, direi che è una previsione quasi impossibile, nel senso che le persone che lavorano in questo campo sono molto divise tra loro. C’è chi ritiene che i sistemi con le architetture attuali abbiano comunque dei limiti intrinseci che non possono essere superati e invece c’è chi pensa che sostanzialmente scalando i sistemi attuali si possano progressivamente ottenere risultati più alti. La risposta onesta è che non lo sappiamo. Però ci sono aspetti che dobbiamo affrontare molto seriamente, e non tanto per le ipotesi apocalittiche nelle quali il sistema informatico stermina l’umanità, ma piuttosto per due grossi fattori di rischio: il primo è quello degli usi intenzionalmente malevoli. Dalle armi biologiche, alle armi chimiche, ai virus informatici possono essere »maneggiati« semplicemente con un sistema installato su un computer da 10mila franchi». Questo poiché i modelli di medie dimensioni adesso hanno la potenza che avevano i modelli di grandi dimensioni di poco tempo fa, visto l’incessante sviluppo tecnologico industriale. «Quando è stato fatto l’AI Act sull’intelligenza artificiale» prosegue Roncaglia «sono stati definiti come modelli critici, sottoposti a controlli particolari, i modelli più grandi. Ma i modelli di medie dimensioni di oggi sono altrettanto potenti, se non più potenti, dei modelli che erano i modelli di frontiera quando è stato fatto l’AI Act». Il secondo problema sono gli errori umani: «se noi diamo a un sistema di intelligenza artificiale un compito formulato male e il sistema - che ormai in molte situazioni agisce autonomamente - ritiene che per svolgere quel compito si debbano fare delle azioni che non sono desiderabili, diamo un’istruzione al sistema senza sapere come il sistema cercherà di seguire le nostre istruzioni». In pratica «sistemi a cui noi diamo in buona fede delle istruzioni immaginando che lavorino in un certo modo, ma loro possono »pensare«, sbagliando, che una strada, una scorciatoia pericolosa sia il modo più efficiente per raggiungere l’obiettivo che gli abbiamo posto». È una questione di gestione responsabile e di controllo: un esempio è la disputa tra Anthropic e il governo americano sulla possibilità di usare sistemi di intelligenza artificiale senza controllo puntuale umano in situazioni di guerra: «se noi abbiamo dei sistemi che la decidono da soli in una situazione militare il rischio che qualcosa poi vada male è molto alto».

Spostandosi sul piano filosofico più puro, invece, il timore per l’intelligenza artificiale appare più come una questione psicologica profonda riguardo al fatto che noi esseri umani non siamo più pensabili come «vette evolutive», ma ci sono le macchine che a questo punto ci contenderanno il primato. «Sì, in un certo senso sì. C’è chi ritiene, con le teorie transumaniste per esempio, che i sistemi intelligenti artificiali siano il passo successivo dell’evoluzione. A mio parere l’idea è un’ipotesi filosofica forse affascinante, ma non mi sembra che possano esserci delle basi fondate per discuterla oggi. Invece, la questione generale del ruolo dell’intelligenza artificiale nelle nostre società è che pone altri problemi, legati al lavoro, ad esempio, o all’istruzione: come deve affrontare il mondo della scuola questo tipo di sfide? Se le si affronta senza competenze, il rischio è che l’intelligenza artificiale sia usata come una scorciatoia, delegandole una parte dell’apprendimento. Si tratta di non usarla in modo sostitutivo, ma in modo collaborativo».