L’epopea di Mosè Bertoni, da Lottigna al Paraguay

Danilo Baratti e Patrizia Candolfi condensano in un meraviglioso volume trent’anni di studi appassionatisulla figura straordinaria e inafferrabile del tenace scienziato e pioniere bleniese diventato una leggenda in Sudamerica
Mosè Bertoni a Puerto Bertoni, da «Illustrazione ticinese», 22 febbraio 1941.
Red. Online
21.01.2022 21:34

La sua è forse la più incredibile tra le numerose e avvincenti storie legate all’emigrazione ticinese. Ma a ben guardare l’epopea (perché di questo si trattò) di Mosé Bertoni, lo studioso e scienziato bleniese che a cavallo tra Otto e Novecento inseguendo i suoi sogni rinuncia ad una sicura e tranquilla carriera accademica in Svizzera e diventa un Padre della Patria in Paraguay, è anche molto di più. Ce ne fornisce un’ulteriore conferma il meraviglioso volume (Dalle Alpi al Paraná. Vita e opere di Mosè Bertoni, emigrante bleniese in Paraguay, 1857-1929) appena uscito per i tipi di Casagrande in cui gli storici Danilo Baratti e Patrizia Candolfi condensano trent’anni di ricerche appassionate sulla figura del sabio suizo dipanandone, anche grazie ad un’immensa documentazione, gli aspetti più oscuri e controversi e contribuendo in modo fondamentale ( separando la storia dalla leggenda) a raccontarci il «vero» Bertoni.

«Nei trent’anni passati dal nostro primo libro, L’arca di Mosè (Casagrande, 1994), sono emersi altri documenti che ci hanno permesso di mettere a fuoco un po’ meglio certi momenti della vita di Bertoni», ci spiegano gli autori. «La spinta a pubblicare questa seconda biografia è venuta quindi dal desiderio di aggiornare alcune conoscenze, ma soprattutto dalla consapevolezza che la lettura della prima era particolarmente impegnativa, e non solo per le ottocento e passa pagine. Questo è un testo dalla struttura più lineare, più abbordabile. E poi si può dire che l’avevamo già lì, dovevamo solo tradurre e adattare la seconda edizione di Vida y obra del sabio Bertoni che abbiamo pubblicato in Paraguay nel 2019. Poi per finire si è fatto di più, perché abbiamo aggiunto un nuovo capitolo e integrato in extremis una scoperta dell’ultimo momento. Si tratta di alcuni bei documenti relativi all’avventurosa esplorazione del Paraná fino alle cascate del Guairá, nel 1893, soprattutto una preziosa mappa che sembrava irrimediabilmente perduta».

Anche in Ticino gli estremi della parabola bertoniana sono piuttosto noti: nel 1884 il promettente scienziato bleniese si imbarca con la moglie Eugenia e la sua già numerosa famiglia alla volta di Buenos Aires. Con loro Bertoni si spingerà fino in Paraguay, dove formerà i primi agronomi del Paese e fonderà una colonia agricola e scientifica in un luogo che porta ancora oggi il suo nome: Puerto Bertoni. Personaggio complesso e poliedrico, Bertoni si è dedicato alla botanica (a lui si deve la prima descrizione della Stevia rebaudiana), alla sperimentazione agronomica, all’antropologia, alla cartografia, alla meteorologia, perfino all’attività editoriale, con la creazione di una tipografia nella foresta. E ancora oggi el sabio Bertoni è venerato in Paraguay come un Padre della Patria, unico tra tutti i personaggi leggendari che popolano l’immaginario collettivo locale associato al sapere e alla scienza.

Oltre le contraddizioni
Ma con tenacia bertoniana i due storici non si accontentano del consueto ritratto apologetico e scavano nel personaggio senza evitare di porsi le domande più scomode. Chi è stato, veramente, Mosè Bertoni? Un anarchico internazionalista, un nazionalista paraguaiano, un patriota svizzero? Un positivista liberale, un cristiano tolstoiano, un cattolico, uno spiritista? Un idealizzatore del «buon selvaggio» guaraní o il fautore di un progresso «civilizzatore»? Un marito e padre esemplare o un patriarca tirannico? «Leggendo il libro - precisano Danilo Baratti e Patrizia Candolfi - le risposte si trovano, ma non sono mai risposte univoche. Bertoni è stato tutto questo, in momenti diversi della sua vita e anche, paradossalmente, nello stesso tempo. Il capitolo che riassume un po’ tutto quanto si intitola Contraddizioni. È un tratto che ritroviamo anche nel suo rapporto con la natura, come abbiamo mostrato mettendolo in relazione con lo scrittore Horacio Quiroga. È come se in lui si riassumessero tutte le contraddizioni e le passioni della sua epoca. Ed è anche questa compresenza di elementi così diversi a renderlo un personaggio affascinante. In fondo anche le sue carenze in alcuni ambiti scientifici contribuiscono a questo fascino. Nella sua foga enciclopedica si occupa di tutto e talvolta prende delle cantonate. E i suoi progetti grandiosi, portati avanti con un’energia e una caparbietà impressionanti, spesso si scontrano tragicamente con la realtà impietosa del Paraguay di quei decenni. Eppure se si fosse affermato come uno scienziato di successo, sostenuto dai governi e sorretto economicamente da una fiorente colonia agricola, probabilmente non saremmo qui noi a parlarne. Non sta in questo l’interesse di un’esistenza».

L’esistenza straordinaria di un uomo «eccessivo e multiforme» che viene ripercorsa per intero, dai sogni giovanili al naufragio finale, soprattutto dando voce allo stesso protagonista attraverso l’analisi certosina condotta sulla sua monumentale corrispondenza che regala sorprese e squarci di luce sulla complessità del personaggio. Come quando in una lettera in francese al fratello Brenno lo troviamo il 1. agosto 1920 a intonare da solo in riva al fiume l’inno nazionale. In romancio. «Si tratta di un gesto in cui si condensano due aspetti importanti del pensiero di Mosè Bertoni - ci spiega Patrizia Candolfi - il patrottismo e l’attaccamento al romancio. Importanti ma non facili da spiegare. Il patriottismo è presente in quasi tutta la sua vita, scompare solo nei pochi anni della sua fase anarchica per riprendere forza subito dopo l’arrivo in Sudamerica. Il suo patriottismo non è mai bellicoso, e si accompagna a ideali di fratellanza universale. Ed è nel contempo un doppio patriottismo: svizzero e paraguaiano (suo figlio Guillermo Tell ha scritto che Mosè ha amato quel Paese fino alla follia). Quanto al romancio, Mosè era convinto che gli abitanti della val di Blenio, e così il loro dialetto, fossero più romanci che lombardi. Per lui la “razza retica” conservava i caratteri superiori dell’antico Homo alpinus, il progenitore di altri popoli europei, come gli abitanti delle Cévennes o i bretoni, e indirettamente anche degli indios guaraní. Una teoria bislacca ma non priva di fascino, costruita a partire da una quantità impressionante di letture storiche e antropologiche, legata anche alle sue idee sul popolamento delle Americhe, che sarebbe avvenuto a partire da un arcipelago scomparso, da lui battezzato Archinesia». Anche così l’infinito Bertoni torna a stupirci e a commuoverci.