Il reportage

L’esperienza del teatro Ghiribizzo dove l’italiano è un elemento centrale

Nato a fine anni Ottanta da un’iniziativa di Marco Sabbatini, oggi professore di letteratura italiana all’Università di Ginevra, il gruppo resiste al passare del tempo, rinnovando la sua vitalità - Alcuni dei partecipanti imparano la lingua solo attraverso l’attività d’insieme
Matteo Galasso
20.04.2026 06:00

Anche l’Università di Ginevra ha il suo teatro in italiano. Si chiama Il Ghiribizzo. Nato nel 1989, è uno dei laboratori teatrali più consolidati all’interno dell’ateneo. In un cantone francofono, dove l’italiano non è lingua ufficiale, questo atelier universitario lavora e debutta ogni anno e coinvolge studenti con competenze linguistiche diverse.

Il progetto nasce alla fine degli anni Ottanta su iniziativa di Marco Sabbatini, oggi professore di letteratura italiana all’Università di Ginevra. L’idea risale a quando era studente. «Dopo vari tentativi di laboratori teatrali con alcuni docenti dell’epoca, sono riuscito ad allestire un piccolo spettacolo studentesco. Poi è diventato annuale». Da allora il Ghiribizzo è andato avanti senza interruzioni e cambia volti e voci a ogni ricambio di studenti.

All’inizio, sottolinea il fondatore, il lavoro era basato su una forte partecipazione collettiva. «Non c’era una vera regia». Tutti contribuivano alla costruzione dello spettacolo, in un clima di maggiore libertà. Con il tempo la struttura è diventata più stabile. «È arrivata una direzione artistica, necessaria per dare al lavoro una forma più definita: sono nati progetti più articolati e anche la partecipazione a qualche festival». Questo passaggio ha garantito continuità al lavoro e ha portato, alcune volte, un confronto con contesti esterni all’università.

Aperto a tutti

Accanto a lui lavora Ciro Ceresa, farmacista ticinese e drammaturgo, entrato nell’atelier dodici anni fa come studente. «Durante l’anno accademico c’è un incontro settimanale, ma quando si prepara lo spettacolo di fine anno ci si vede anche tutti i giorni, weekend compresi». A inizio semestre d’autunno il gruppo si allarga, con nuovi ingressi legati ai cicli di studio. «Gli esercizi ludici e corporei aiutano a sciogliere la barriera linguistica, a conoscersi e a capire inclinazioni e ruoli».

Al Ghiribizzo «accettiamo tutte le persone che hanno voglia di fare teatro, anche se non parlano italiano», afferma il professore. Quando il testo entra in prova, il lavoro procede in modo condiviso. «Incoraggiamo gli italofoni a tradurre e spiegare ai francofoni per fargli capire meglio quello che recitano e aiutarli con la pronuncia», spiega Ciro Ceresa. La lingua diventa così un elemento centrale, sulla scena e nella vita di tutti i giorni.

Gli spettacoli mutano nel tempo, ma le tematiche restano connesse. «Riprendiamo testi letterari e li reinterpretiamo con un’ossatura narrativa propria», osserva il docente, e richiama una rilettura di Porcile di Pier Paolo Pasolini.

In altri casi la sceneggiatura nasce da zero. «In genere si parte dal testo e, tramite gli esercizi nel primo semestre e le improvvisazioni, scriviamo le scene», aggiunge il farmacista, che ha scritto e diretto lo scorso anno uno spettacolo sulla morte.

Molti non italofoni

Durante una lezione serale emerge subito una particolarità: una parte consistente dei partecipanti non è italofona. «Ho scelto di partecipare per una banale coincidenza di orari», racconta Virgile. Pauline è arrivata su invito di uno dei codirettori: «Avevo già recitato in inglese e in francese e ho colto l’occasione per imparare l’italiano». Anaïs cercava «un’attività in italiano per allenarmi senza studiare la grammatica», Lukas «per incontrare persone con cui praticare».

Riguardo a come si rende il gruppo coeso e unito, Zeynep, studentessa italiana, ricorda un episodio delle prime settimane: «Stavamo in cerchio e una persona al centro doveva emettere un suono. Poi tutti lo imitavano. Io ho iniziato a urlare e tutti hanno seguito. Mi sono sentita benissimo. Alla fine mi hanno ringraziata per avergli tolto un peso e subito siamo entrati in confidenza». Per Nica, studentessa di storia dell’arte, «ciò che più di tutto unisce è la settimana prima dello spettacolo, quando ci si concentra assieme per arrivare pronti». Gli allievi francofoni citano anche il dopo-spettacolo, quando la tensione si scioglie e si festeggia insieme la buona riuscita del lavoro di squadra.

Per chi arriva senza conoscere la lingua, l’inizio non è semplice. Virgile ricorda che nei primi spettacoli «non conosceva una parola di italiano». Pauline parla di una «divisione naturale» all’inizio: «Tocca a noi fare lo sforzo e integrarci, poi ci si mescola». Lukas conferma che la separazione non è netta: chi comprende meno tende a intervenire meno nelle discussioni, mentre gli italofoni parlano anche francese. In scena ricorda di aver provato stress e vergogna per il lessico, ma poi le correzioni hanno fatto il resto. Anaïs conferma: «Se mi perdo, mi aiutano subito. Il gruppo è compatto».

Un laboratorio teatrale

Per Nica e Zeynep, che frequentano l’atelier da tre anni, l’esperienza si inserisce in continuità con un percorso teatrale già avviato. «In francese vivo tutto il giorno, quindi mi serviva una valvola di sfogo in italiano», spiega Nica. Zeynep aggiunge che «riprodurre opere di letteratura italiana mi avvicina a casa quando sento la nostalgia». Entrambe notano di aver migliorato competenze espressive e di guardare alla letteratura con occhi diversi rispetto alla scuola, dove spesso finisce in secondo piano e non sempre entrano in programma autori come Pasolini. Questo rende il lavoro interessante anche per i francofoni, con i quali, una volta trovata la coordinazione scenica e chiarito il significato del testo, si crea una forte complicità.

Nel contesto ginevrino, il laboratorio teatrale vive all’interno di una realtà universitaria attraversata da più lingue e culture. Come osserva Marco Sabbatini, «la lingua e la cultura italiana vivono da un lato attraverso gli italo-discendenti, dall’altro grazie alla passione di chi le ama e le diffonde». È in questo spazio che si colloca il progetto, sostenuto anche da una consapevolezza istituzionale: l’italiano è una delle quattro lingue nazionali e, anche in un cantone francofono, è legittimo far vivere una lingua minoritaria. Un’idea condivisa dagli studenti stessi. «Bisogna continuare a promuovere i l plurilinguismo», riassumeAnaïs.

Rapporto con le istituzioni

Il dialogo con le istituzioni parte dall’università e nel complesso funziona, pur con qualche difficoltà. Il fondatore riconosce che «l’inserimento nel tessuto culturale italofono a Ginevra resta fragile», anche se non mancano occasioni di apertura, come una recente partecipazione a un evento organizzato dal Consolato italiano.

In un contesto dove le proposte culturali in lingua italiana sono poche, l’atelier svolge anche un ruolo di riferimento per gli italofoni lontani da casa. Far conoscere il progetto oltre l’ateneo resta però complesso e risente del continuo ricambio degli studenti.

Lo spettacolo finale diventa così il principale punto di contatto con il pubblico, una vetrina di italofonia all’interno dell’università, sottotitolata in francese e anche in inglese. Tra gli spettatori locali c’è chi, come Marisa, pensionata ginevrina, segue i corsi di italiano per restare vicina al bel Paese e chi, come Carlota, studentessa, arriva per sostenere alcuni amici. In ogni caso si apprezza la capacità degli interpreti di rendere comprensibile la lingua attraverso il corpo e la scena «anche senza sottotitoli».

Strumento di apprendimento

Per gli attori, recitare in una lingua non propria è un passaggio delicato. Virgile lo descrive come un’esperienza utile, che impone attenzione al lessico e alla pronuncia. Altri osservano come il lavoro sul suono e sulla musicalità incida anche sul modo di muoversi e di usare la voce. Il teatro diventa così uno strumento concreto di apprendimento: dopo alcuni spettacoli, raccontano, parlare e comprendere l’italiano risulta più naturale quando è legato alla scena. In molti lo ripetono con semplicità: «L’italiano è vicino al francese. Non è come recitare in tedesco!».