Libri

La «riscoperta» della Ca’ di ferro

Un ricco volume, redatto da un’équipe di studiosi ed esperti in restauri, illustrato con estese iconografie, approfondisce la struttura, la genesi e la funzione della caserma per mercenari fatta costruire tra il 1558 e il 1580 dal colonnello urano Peter a Pro in zona Rivapiana a Minusio
© CdT/Archivio
Matteo Airaghi
21.10.2026 06:00

Scrigno di tesori d’arte, l’attestano le guide «Le vie del passato - Itinerari storici e archeologici», stilate dall’Associazione Archeologica Ticinese e dall’Ufficio beni culturali fra il 1998 e il 2016, il Cantone Ticino continua sia a svelarne ulteriori esempi, in edifici e in ornamenti, sia a meglio documentarne e valorizzarne i noti. Specie nel Locarnese, la regione più ampia del territorio – i già baliaggi di Locarno e di Valmaggia –, geograficamente varia, storicamente densa di luoghi, protagonisti, eventi, all’origine di una intensiva migrazione di artigiani delle arti dal Sopraceneri non meno che di una produzione in sito. Così dopo la «scoperta» oltre vent’anni fa del «rivellino» del castello di Locarno, datato al 1507, e attribuito su robusti indizi a Leonardo da Vinci, un’altra architettura appartata, la Ca’ di ferro a Minusio, per nulla ignota, ma poco divulgata, quanto a struttura e storia, è stata «recuperata» dalla ricerca; meglio identificando il singolare monumento descritto da Johann Rudolf Rahn e Theodor von Liebenau nel 1891, da Giorgio Simona nel 1913, da Giuseppe Mondada nel 1946 e da Virgilio Gilardoni nel 1983, sottolineandone l’unicità e connettendolo in modo più serrato con la committenza e i probabili artefici. La severa costruzione a bordo lago, zona Rivapiana, un rettangolo appena irregolare, torrino e casermaggi lato montagna, torrione lato riva, mura in pietra, feritoie per moschetti, inferriate – da cui il nome mutato dall’antico Vignaccia dal patriota piemontese Angelo Brofferio, lì presso residente nel 1846-’66 –, già al primo sguardo ne scopre i tratti militari. Rafforzati dall’insieme, un complesso su due piani nel settore del palazzo signorile, tre e quattro in quelli per le milizie, cinque nel torrione; ciascuno separato dagli altri da porte ferrate e collegato appena da scalette ricavate dentro lo spessore delle pareti. Evidenti altri accorgimenti difensivi quali le casematte «alla prova di bomba», le postazioni per colubrine, le piombatoie in cima al torrione per colpire in verticale: la mascheratura da cascina tardo-medievale, o innocente palazzotto, lascia intravedere la determinazione del committente, Peter a Pro, patrizio urano, colonnello di mercenari, di munirsi di un fortilizio nel baliaggio di Locarno, luogo di radunata delle truppe destinate a Carlo IX di Valois, re di Francia, durante le Guerre di religione del 1562-’98, dov’è segnalato infatti nelle battaglie di Dreux (1562), Saint-Denis (1567), Jarnac e Moncontour (1569).

La decorazione a stucco

Di fatto l’anno di conclusione della fabbrica, il 1580, e la definizione di «batteria di mano» – da artiglierie leggere – dati da Francesco Ballarini, allora canonico di Locarno, coincidono con le finalità. Ma se è eccezionale pure per il sito – nella Confederazione, e più nei Baliaggi i fortilizi, specie se «privati», sono proibiti –, è la decorazione a stucco a lasciare... «di stucco»: dal ciclo delle Metamorfosi, di Ovidio, e della Creazione, della Cappella Sistina, alle figure di Muzio Scevola e Guglielmo Tell, ai rilievi del San Niklaus von der Flüe e delle Virtù e di monumenti romani, tra essi l’Obelisco Vaticano, eretto appena nel 1586. Non meno stupefacenti i motti patriottici nei nastri, «qva non pro libertate ferenda», e «libertas non bene pro totto avro venditvr», nella casa di un comandante di truppe assoldate a una potenza straniera; monito a non considerare spendibile per qualunque prezzo e per inseguire fortune economiche personali, la «patria», la «Res Pvblica» patriziale i cui equilibri interni sono stati fragilizzati dalla frattura religiosa tra cattolici e riformati, dal 1522, risultando inoltre esposta in caso di conflitto persino fra Paesi cattolici quali Francia e Spagna, eventualità certamente all’origine della costruzione. Residenza privata, esclusa dai circuiti, la Ca’ di ferro è stata di recente aperta dalla proprietà, in cooperazione col Municipio di Minusio e l’architetto Alain Poroli, a un’équipe di studiosi. Ne è risultato un libro con ricca iconografia in piante, sezioni, foto d’epoca e attuali, in cui essa e la cappellina di pertinenza, del 1630, sono descritte e illustrate in cinque capitoli: struttura, storia e attribuzione ai magistri brissaghesi Giovanni e Pietro Beretta tratteggiate da Roberta Ramella e Marino Viganò; pitture dell’oratorio, da Veronica Provenzale; rilievi e stato dei relativi stucchi, da Alberto Felici e da Camilla Mauri. In particolare quest’intervento, per cura della Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana di Mendrisio, non solo ha costituito il primo «cantiere» del genere dall’epoca del Rahn, là in ispezione nel 1887; ma ne lascia sperare di futuri, intesi a esplorare, rilevare nuovamente, salvaguardare un edificio monumentale tanto «eccentrico», foderato di significati storiografici e decorativi di valore «nazionale» per la Svizzera. Preludendo, magari, ad altre visite guidate oltre le cinque, consentite in via d’eccezione dalla proprietà, in occasione delle Giornate europee del patrimonio gli scorsi 12-13 settembre.

La Ca’ di ferro a Minusio. Storia e struttura 1558-1630 - AA. VV., a cura di Marino Viganò. Ed. Pedrazzini
La Ca’ di ferro a Minusio. Storia e struttura 1558-1630 - AA. VV., a cura di Marino Viganò. Ed. Pedrazzini

Il volume verrà presentato martedì 27 ottobre 2026, ore 20.30, nell’Aula Magna delle Scuole Medie Vignascia , in via Vignascia 1, a Minusio.

In questo articolo: