La Svizzera coraggiosa e fiera non piegata al nazifascismo

Durante la Seconda guerra mondiale la Svizzera, per anni circondata da forze nazifasciste, rimase neutrale. A lungo, dopo la guerra, la neutralità fu criticata, anche aspramente. L’approfondimento storico porta ora ad una valutazione equilibrata e realistica, cui il libro di Favretto è un notevole contributo. La popolazione svizzera era antinazista. L’intervento contro Germania e Italia non avrebbe influenzato il risultato del conflitto. Sugli esuli ci furono decisioni di funzionari svizzeri non condivisibili, ma la neutralità, grazie soprattutto al popolo dei cantoni di frontiera e delle chiese, ha consentito di salvare moltissime vite. Il libro, ricchissimo di eventi e dati, del giurista piemontese Sergio Favretto valuta la condizione in cui venne a trovarsi la Svizzera dal 1943 in poi: non era opportunismo il suo, perché il continuo coraggioso intervento, a partire dall’autunno 1943, a favore della Resistenza italiana e degli ebrei, che i nazisti volevano estirpare dall’Europa, poteva farne una vittima della furia nazifascista. Oggi si sa che Italia e Germania avevano già deciso come spartirsi la Svizzera in caso di vittoria. L’abnegazione dalla popolazione, specie del Ticino e del Vallese, anche in circostanze assai pericolose, è stata enorme, tanto più che in Svizzera c’erano, a partire dal 1925, 24 sezioni di fascisti italiani collegate all’ambasciata e ai consolati. Nel libro sono diffusamente descritte formazioni partigiane italiane, le più grandi e forti d’Europa, lungo la frontiera.
Durante il periodo bellico la Svizzera dette ospitalità a circa trecentomila esuli antinazisti di varie nazioni. Cinquemila dei quarantamila ebrei italiani oltrepassarono il confine svizzero evitando le camere a gas. Bambini dell’orfanatrofio ebraico di Parigi furono trafugati in Svizzera in tre ondate. Nell’ottobre 1944, durante un attacco dei nazifascisti alle forze della Resistenza, le formazioni partigiane e le autorità cantonali organizzarono il trasferimento di 200 bambini dai 4 ai 14 anni, accolti da famiglie svizzere. Generose operazioni umanitarie si ebbero, oltre che nel Canton Ticino, nel Vallese. In diversi espatri, spesso clandestini nei sentieri dei contrabbandieri, giocò un ruolo determinante il capitano svizzero Guido Bustelli, comandante della sezione luganese del servizio segreto elvetico. Nel libro si descrive come riuscì a far arrivare mitra di produzione svizzera ai partigiani italiani evitando l’embargo delle autorità elvetiche. Per l’impegno umanitario emerge, personaggio straordinario, il ticinese Guglielmo Canevascini. Un’orribile «caccia all’ebreo» da parte dei nazisti cominciò dopo l’8 settembre 1943, quando l’Italia centrale e settentrionale era dominata dai tedeschi. Un lungo e dettagliato capitolo è dedicato alla Svizzera «approdo sicuro per gli ebrei», con la descrizione di un evento terribile, l’uccisione di molti ebrei traditi da fascisti italiani a pochi passi dalla frontiera sul lago Maggiore. Parroci, vescovi e cardinali italiani realizzarono una coraggiosa operazione d’aiuto agli ebrei per la loro uscita dall’Italia, potendo contare sulla collaborazione degli svizzeri.

Gli esuli hanno testimoniato grande e duratura riconoscenza verso la Svizzera. Un esempio è lo scrittore antifascista Ignazio Silone, esule per anni a Zurigo, dove pubblicò i capolavori Fontamara e Vino e pane. Molti anni dopo il ritorno scrisse che «...della mia rinascita e resurrezione sono in grandissima parte debitore alla Svizzera... la considero come la mia seconda patria, come la patria del mio spirito.»
Il libro è un lavoro storico e un caldo riconoscimento dell’umanità e generosità del popolo svizzero.