Lansdale: «L’importante è non smettere mai di esplorare»

Joe R. Lansdale è uno degli autori americani contemporanei più conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo; i suoi romanzi e i suoi racconti, che appartengono ai generi più disparati – noir, horror, thriller, giallo, western, fantascienza – oltre ad essere pubblicati ovunque con grande successo, sono stati spunti per film, serie e fumetti a loro volta molto apprezzati ed è lui stesso anche sceneggiatore. È a Bellinzona in questi giorni ospite della 13. edizione del Festival di letteratura «Storie Controvento».
Lei ha trattato un po’ tutti i generi che hanno a che fare con il giallo, il thriller, l’horror, il noir ma anche ambientazioni western e fantascientifiche. Insomma, è come se non volesse perdersi nessuna possibilità stilista a livello di narrazione: è un desiderio di esplorare le varie modalità di sviluppo di una storia o è perché ama tutti questi generi ma sente di non appartenere a nessuno in particolare?
«È un po’ di tutto questo: sono interessato in tutte queste cose e questa è un po’ la spinta primaria per ciò che faccio. Ma è anche perché ho sempre il desiderio di cambiare, di fare qualcosa che non ho mai fatto prima. Anche in questo momento sto facendo cose che non ho mai fatto prima. E per me è importante che sia così, perché nella mia vita ho avuto modo di vedere – e non mi è piaciuto - persone che hanno intrapreso una certa strada e poi hanno continuato a seguirla per sempre. Anche la cosa più seriale che ho scritto, i libri di Hap & Leonard, che vanno avanti da oltre 36 anni ormai, quest’anno (negli Stati Uniti, in Europa probabilmente l’anno prossimo), giungeranno ad una fine. Sento che per quanto riguarda Hap & Leonard a questo punto ho detto tutto ciò che avevo da dire e quindi è ora di chiudere: non bisogna mai fermarsi. Nella mia vita ho scritto libri, sceneggiature per il cinema, fumetti, cambiando sempre per mantenere la mia «freschezza». Probabilmente se mi fossi concentrato su uno stile o un media soltanto, focalizzandomi maggiormente su un «prodotto», adesso sarei più ricco (ride, ndr.), ma per me è importante esplorare continuamente».
Una cosa che non manca mai nel suo stile narrativo è l’ironia, la capacità di strappare un sorriso anche se l’ambientazione è inquietante: il saper alleggerire la tensione è ciò che ci rende umani e che quindi anche più verosimili i suoi personaggi?
«Sì, penso di sì. E, contemporaneamente è anche come sono fatto io. Non è che tutto ciò che scrivo sia divertente necessariamente, ma sembra effettivamente che sia uno degli elementi distintivi del mio modo di scrivere. In questo momento, ad esempio, sto lavorando a qualcosa che in realtà non penso sia in alcun modo divertente, ma durante il processo di scrittura in qualche modo il mio modo di essere, il mio inconscio, emerge e la personalità che si mostra è piena di humour. È il mio modo per rapportarmi con le cose, per sopportare anche le più terribili».
Un altro elemento ricorrente nelle sue opere è l’idea di trasformazione, di mutamento, di slittamento dalla «normalità» con un effetto di straniamento che va di pari passo con le vicende spesso violente che definiscono la trama: è un riflesso della realtà che osserva e dei suoi lati oscuri che ci costringono a guardare il mondo con occhi diversi?
«Prima di tutto penso sia un modo per mantenere interessante la narrazione. Quando scrivo qualcosa – che sia un’avventura, un noir, un thriller – nella maggior parte dei casi sto anche affrontando problematiche sociali o morali. Quando scrivo di cose che possono essere ritenute offensive, non lo faccio mai in modo gratuito; piuttosto sto cercando di sottolineare qualcosa, di mettere in evidenza qualcosa. Penso che sia il motivo per cui adotto questo approccio».
Nella sua carriera lei ha scritto libri, sceneggiature e si è rivolto con grande successo anche ai fumetti, fra l’altro collaborando a più riprese anche con la Bonelli: c’è uno di questi mezzi che predilige?
«La cosa che mi piace di più in assoluto è scrivere in prosa; amo i fumetti e gli altri media, non voglio essere frainteso, e ci sono momenti nei quali sento l’ispirazione per questa o quella modalità espressiva, ma quello che prediligo è scrivere romanzi e racconti. I racconti in particolare, la forma breve è la mia preferita: oltre a quelli pubblicati, che negli States in questo momento consistono di una quarantina di raccolte, nei miei cassetti ci sono altre centinaia di racconti mai pubblicati».
Il Texas, oltre che sua patria è anche lo sfondo nel quale si svolgono i suoi racconti. In altre parole, il Texas fa parte della sua ispirazione creativa – so che in questo senso ha avuto modo di parlare del Texas come «specchio di un’America contraddittoria»…
«Certamente, il Texas per me è un po’ tutte queste cose: è al contempo il posto più bello del mondo per viverci e anche il peggiore, politicamente parlando e dal punto di vista religioso. Ma in realtà, la maggior parte delle persone che conosco, anche quelle che vedono le cose in modo molto diverso da me sono comunque persone meravigliose, con le quali è bello avere a che fare. È in qualche modo divertente osservare – ed è il mio punto di vista, naturalmente - come ci siano persone che si comportano in modo splendido con la propria famiglia e con gli altri, che se hai bisogno di aiuto, te lo danno senza pensarci, ma allo stesso momento, come visione politica o religiosa siano agli antipodi. Il fatto è che, soprattutto negli ultimi anni, le posizioni su certi argomenti si sono molto radicalizzate, ognuno si è «riparato nel proprio campo». Ma, alla fine, di certe cose nella vita reale puoi sempre parlare: tante volte mi sono trovato a chiedere a qualcuno «perché la pensi in questo modo?», per poi spiegare perché io non la penso così. Tra persone si può discutere. Il problema nel nostro attuale governo è che le fazioni opposte non si parlano. La vita è complessa, la politica stessa è complessa, ma spesso non ci prendiamo il tempo per approfondire le cose e adottiamo posizioni predefinite, semplificate e manchiamo di comunicazione. Alla fine, tornando al Texas, quello che voglio dire è che, come qualsiasi altro luogo, è un ambiente complesso, molto più di quanto non appaia da fuori».
È un momento storico di grandi cambiamenti e di grandi difficoltà per la stessa idea di democrazia e di società per come l’abbiamo intesa sinora: pensa che la letteratura e l’arte in generale possa ancora avere la forza per rivestire un ruolo nel mettere a nudo ciò che si cela sotto l’ipocrisia e le narrazioni «di facciata»?
«Finora ne sono sempre stato convinto, ma oggi comincio a dubitarne, soprattutto a causa dello sviluppo massiccio dell’intelligenza artificiale: l’IA mi spaventa, specialmente in relazione al mondo della creatività. Attenzione, so bene che può essere uno strumento molto potente e utile, per esempio in ambito medico, o in altre applicazioni specifiche; ma il suo utilizzo impone una costante attenzione a ciò che genera. Occorre grande prudenza nel considerare i contenuti che vengono creati e purtroppo vedo che molte persone invece non la adottano. L’IA è ormai in grado di imitare le nostre emozioni e mi domando quando arriverà il momento in cui l’imitazione diventerà realtà. Si, penso che viviamo in tempi davvero preoccupanti: non solo per la sostituzione del lavoro umano, ma anche perché se effettivamente un giorno l’IA potesse sviluppare una propria coscienza, chi ci dice che non possa decidere di eliminare la prima causa logica dei mali del mondo, ovvero noi esseri umani? E questo utilizzo massiccio dell’intelligenza artificiale va anche di pari passo con le trasformazioni profonde della produzione e distribuzione culturale, che stanno pian piano erodendo le possibilità espressive e anche le capacità critiche delle persone, anche le nuove generazioni».
Sta lavorando su qualcosa di nuovo in questo momento? Possiamo avere un’anticipazione?
«Si, ma non posso ancora parlarne. Però posso dire che sto lavorando, tra le varie cose, a un mio memoir, ad un nuovo romanzo e ad una sceneggiatura intitolata A dozen tough jobs per George R.R. Martin che sarà produttore e sarà un’animazione».
