Tre frammenti di Roberto Bolaño

È noto che gli editori, i curatori, i parenti e altra umanità interessata abbiano l’abitudine di promuovere un autore scomparso fino agli sgoccioli. Ogni carta ritrovata, ogni abbozzo ripescato del grande scrittore dev’essere organizzato in un libro e messo in commercio. A volte queste operazioni fanno quantomeno sorridere, quando poi non si procede al rappezzamento dell’opera da parte di altri e nuovi scrittori, che aggiungono, completano, reindirizzano. Il caso di Adelphi e Roberto Bolaño non è naturalmente questo. Mentre pubblica e ripubblica in italiano le sue opere, la casa editrice milanese tiene ben presente che un libro è tale e pubblicabile se ha una compiutezza stilistica e una solidità narrativa. È il caso di Sepolcri di cowboy, tre frammenti di romanzo del buon Roberto riscoperti fra le sue carte postume. Si tratta di due storie ambientate o ruotanti attorno alla tragedia del Cile, quella del colpo di stato che buttò giù (e uccise) Allende nel 1973. I primi due frammenti parlano allora di una partenza per il Messico e della vita in un Cile ormai in preda a deliri dittatoriali con aerei che compongono in cielo tramite strisce di fumo la «nuova poesia nazista». Il terzo frammento è un racconto compiuto che dalla Guyana porta a Parigi dove dei surrealisti estremi vivono nelle fogne della ville lumière. Roberto Bolaño, per intero o a pezzi, è sempre e comunque da leggere.

Recensione apparsa su ExtraSette n. 6, 2020