Meloni, Weidel, Le Pen: il potere femminile parla di destra

Ancora nel 2026 le donne leader politici (o politiche) sono una minoranza, ma quelle poche sono quasi tutte di destra o comunque non di sinistra. Dal consolidamento di Giorgia Meloni alla guida del governo italiano, in attesa delle elezioni del 2027, con grande rivale Elly Schlein, al ruolo di Alice Weidel in Germania nella AfD, fino ai profili storici e recenti di Marine Le Pen e Marion Maréchal in Francia e Kemi Badenoch nel Regno Unito, il vertice della destra continentale appare nettamente caratterizzato dalla presenza femminile. La domanda è semplice: perché la sinistra europea, Svizzera compresa, produce pochissime figure femminili con un reale potere?
No al vittimismo
Il tratto comune delle donne leader di destra non sono le idee politiche, a volte molto diverse, ma il rifiuto del vittimismo. In Italia Giorgia Meloni è diventata la prima donna a ricoprire la carica di presidente del Consiglio, arrivando dalla destra post-missina. La Meloni ha costruito la sua leadership non in quanto donna, ma attraverso una lunghissima militanza di partito, partendo da Azione Giovani fino alla fondazione di Fratelli d'Italia. Il suo stile di leadership rivendica la femminilità nella sua dimensione materna ed empatica (il web, simpatizzante e antipatizzante, ha trasformato in tormentone pop il suo "Sono una donna, sono una madre"), ma rifiuta la logica dell’uomo a cui sottomettersi: un atteggiamento figlio anche della sua storia personale, con un padre inesistente e un compagno prontamente esonerato quando l’ha messa in imbarazzo. In Germania Alice Weidel rappresenta un altro paradosso fatto donna: la leader di Alternative für Deutschland, ex manager con un dottorato in economia e apertamente gay, guida un partito che visto dall’esterno sembra reazionario e patriarcale. Eppure la sua figura fredda e tecnocratica incarna l’opposizione al sistema, secondo chi vota AfD, meglio di profili femminili e maschili percepiti come vecchi. Quanto alla Francia, il processo di de-demonizzazione del Rassemblement National portato avanti da Marine Le Pen si è basato proprio sulla sostituzione dell'immagine paterna di Jean-Marie con una figura materna, rassicurante ma inflessibile, cioè lei. Scontato il discorso sul Regno Unito, dove la tradizione conservatrice ha regalato alla storia le tre uniche donne primo ministro del paese: l’iconica Margaret Thatcher, poi Theresa May e Liz Truss che ha lasciato poche tracce. E oggi le stelle conservatrici dell’opposizione sono la Badenoch e Suella Braverman, che un marziano sbarcato oggi a Londra quasi potrebbe scambiare per laburiste.
Così a sinistra
La destra europea oggi ha tante figure di vertice, al governo e all’opposizione, ma si può fare anche qualche nome di sinistra, almeno sul piano delle sigle e delle alleanze. La premier danese Mette Frederiksen è al potere dal 2019 ed è socialdemocratica, ma con l’asterisco: infatti teorizza e applica una combinazione rigorosa di welfare di sinistra e di politiche restrittive sull'immigrazione. Di centro-sinistra è il primo ministro lituano (dal 2020) Ingrida Šimonyte, centrata sull’ambiente ma anche su un patriottismo misto ad atlantismo, in chiave ovviamente anti-russa. L’estone Kaja Kallas dopo essere stata primo ministro del suo paese è ora ai vertici dell’Unione Europea, ma più che di sinistra è una centrista liberale. Di sinistra, almeno secondo schemi novecenteschi, sono leader dell’opposizione come Elly Schlein in Italia, segretaria del Partito Democratico, e le spagnole Ione Belarra (Podemos) e Yolanda Diaz (Sumar). Si sono un po’ perse le tracce di Sanna Marin, ex primo ministro della Finlandia e icona pop: ha l’età per tornare in pista. Da sottolineare che molti partiti ecologisti e della sinistra radicale europea (come i Grünen in Germania o i Verdi/Groen in diversi paesi del Nord) adottano per statuto la regola della co-leadership paritaria (un uomo e una donna alla guida, in pratica), ma questo non cambia il discorso di fondo: quando la sinistra, di governo o di opposizione, ha un leader forte questo leader quasi mai è donna. A proposito di leader forti, curioso il caso di Angela Merkel, oggi considerata quasi di sinistra soprattutto per le sue posizioni sull’immigrazione ma che in realtà era, anzi è, della CDU e conservatrice.
Cento politologi
Se la realtà è chiara, non altrettanto si può dire delle cause. Prendendo cento politologi avremmo cento teorie diverse sul ritardo delle donne di sinistra nell’arrivare al potere vero all’interno del loro schieramento. Limitiamoci quindi alle principali. La spiegazione più diffusa è quella deil'istituzionalizzazione e della burocratizzazione di genere. In parole povere: nei partiti di sinistra l'accesso delle donne è spesso regolato da norme statutarie rigide: quote rosa, listini alternati, co-segreterie, comitati di garanzia e altre formule. Con meccanismi di cooptazione che favoriscono le carriere intermedie delle donne ma non leadership di rottura, che puntino a rovesciare i leader precedenti. Molta fortuna, almeno sui media, ha avuto la teoria del femonazionalismo, proposta dalla sociologa Sara Farris, secondo cui i partiti di destra moderni scelgano leader donne per motivi di immagine, conquistando la classe media, ma anche per il messaggio che danno all’elettorato femminile, quello di voler difendere la donna occidentale e la sua libertà. Altra teoria diffusa è quella dell’ambivalenza del ruolo: una donna leader di destra può combinare liberamente l'archetipo materno/protettivo con quello guerriero/sicuritario. In sostanza può dire cose estremamente dure in materia di giustizia o immigrazione proprio perché donna e madre, senza subire le accuse che subirebbe un uomo pronunciando le stesse parole.
E la Svizzera?
Le generalizzazioni poi si scontrano sempre con le realtà nazionali e alcune, come quella svizzera, sono più particolari di altre. Per quando riguarda la leadership femminile il paese ha un bilancio a due velocità, se si confronta il livello federale con quello cantonale, Canton Ticino in testa. Nonostante la Svizzera abbia concesso il diritto di voto alle donne a livello federale solo nel 1971 (e nell’Appenzello Interno addirittura nel 1990 per decisione del Tribunale Federale), le istituzioni centrali hanno recuperato terreno rapidamente. Da Elisabeth Kopp (PRD), prima consigliera federale eletta nel 1984, a Ruth Dreifuss (PS), prima donna presidente nel 1999, da Eveline Widmer-Schlumpf (UDC/PBD) a Karin Keller-Sutter (PLR) a Viola Amherd (Il Centro), le donne politiche di rilievo non sono mancate, anche grazie a un sistema consociativo che garantisce equilibrio e carriere. Molto cambia a livello cantonale, non soltanto in Ticino, dove le donne leader, di sinistra e di destra, sono e sono state poche (Marina Masoni su tutte), sicuramente mai di rottura. La stessa destra ticinese mai ha prodotto una Meloni locale, meno che mai la sinistra una Schlein. Insomma, qui l’uso di certe categorie europee ha poco successo, a prescindere dalle idee. Rimane il fatto che in Europa, facendo una sintesi grezza che prescinda dai singoli paesi, le donne elettrici sono meno di destra rispetto agli uomini, ma le donne leader sono quasi tutte di destra.
