Mezzo secolo di Apple

Sono passati 50 anni da quell’1 aprile 1976 in cui Steve Jobs, Steve Wozniak e il dimenticato Ronald Wayne crearono la Apple, trovando i soldi in modi che fanno parte della mitologia della Silicon Valley: Jobs vendette il suo pullmino Volkswagen, fra le altre cose. Dall’Apple I progettato da Wozniak in mezzo ai debiti alla capitalizzazione attuale di 3.630 miliardi di dollari la strada è stata lunga, fra enormi successi che hanno cambiato il modo di vivere anche degli antipatizzanti di Apple e qualche fallimento che in più occasioni ha messo in pericolo l’esistenza dell’azienda. Ma al di là delle celebrazioni, cosa è Apple oggi?
Pianeta Apple
I numeri del primo trimestre fiscale 2026 raccontano una realtà impressionante: ricavi per 143,8 miliardi di dollari, in crescita del 16% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e profitto netto che ha toccato i 42,1 miliardi (+19%). L’intero esercizio fiscale 2025 si è chiuso con ricavi record di 416 miliardi di dollari (+6,4%) e utile netto di 112 miliardi. Motore della Apple di oggi è l’iPhone, reduce dal trimestre migliore di sempre (85,3 miliardi di ricavi), con una quota di mercato che sfiora il 25%. Inoltre nel 2025 sono stati venduti circa 247 milioni di servizi Apple (App Store, Apple Music, iCloud, Apple Pay, eccetera), che rappresentano ormai quasi il 22% del fatturato totale, con margini lordi superiori al 75%. È la divisione che cresce più velocemente e con maggiore stabilità. Mac e iPad contribuiscono in misura minore, entrambi intorno agli 8,5 miliardi per trimestre. Il segmento cosiddetto Wearables, Home e Accessories (in pratica Apple Watch, AirPods, HomePod) vale invece circa 11 miliardi a trimestre, con l’Apple Watch che mantiene una quota globale del 31-32% nel mercato smartwatch. In estrema sintesi possiamo dire che la Apple di oggi va dove la porta l’iPhone, ma che in prospettiva spera di vivere di servizi. Di sicuro Wayne fece il peggior affare della storia vendendo il suo 10% per 800 dollari pochi giorni dopo quell’1 aprile: oggi sarebbero 363 miliardi di dollari, che farebbero di lui il secondo uomo più ricco del mondo dopo Elon Musk. Quanto a Wozniak, ha venduto tutte le sue azioni Apple negli anni Ottanta e gli stessi eredi di Steve Jobs non hanno più partecipazioni nell’azienda.
Mela Svizzera
In Europa Apple ha appena toccato un record storico: nel 2025 ha infatti spedito nel Vecchio Continente 36,9 milioni di iPhone, conquistando il 27% del mercato smartphone, con tendenza al rialzo. Germania, Francia, Regno Unito e Italia ovviamente sono i mercati trainanti, grazie al numero di abitanti, ma fra i paesi europei quello più Apple di tutti è senza dubbio la Svizzera. Secondo Statcounter a febbraio 2026 Apple controlla il 53,84% del mercato mobile svizzero, contro il 26,5% di Samsung. Poi se guardiamo al numero assoluto di utenti gli Stati Uniti restano imbattibili: oltre 150 milioni di iPhone attivi, con una penetrazione del 60% tra gli smartphone, di poco superiore al 58 del Giappone. In altre parole, fra i paesi di una certa importanza il podio mondiale iPhone per quota di mercato dice oro Stati Uniti, argento Giappone e bronzo Svizzera.
Jobs 1 e 2
Al di là dei numeri, quali sono state le chiavi del successo di Apple? Perché molto raramente, diciamo pure mai, il successo è arrivato con prodotti totalmente originali. Nell’era che possiamo definire Jobs 1, dalla fondazione al 1985, il focus è sempre stato sul personal computer, con l’Apple II a diventare nel 1977 il primo davvero di massa. Nel 1984 arriva il Macintosh: interfaccia grafica, mouse, design elegante, per certi versi il primo prodotto da Apple di oggi, il primo prodotto ‘bello’. Jobs sogna di mettere un computer su ogni scrivania e quasi ci riesce, senza però tenere conto dei costi di produzione, non proprio un dettaglio, venendo poi di fatto licenziato dalla sua azienda. Quanto nel 1997 torna si ritrova una Apple sull’orlo del fallimento ed è qui che invece di inseguire gli altri tira fuori un’idea fortissima e apparentemente suicida, almeno agli occhi del nerd medio, quella dell’ecosistema chiuso unito alla cosiddetta ‘esperienza utente’. Nel 1998 l’iMac con il design trasparente e i colori vivaci, ma soprattutto il ritorno al profitto. Nel 2001 è la volta dell’iPod che insieme ad iTunes rivoluzionerà (traduzione: distruggerà) l’industria musicale. Del 2007 è invece l’iPhone, il prodotto che unisce telefono, iPod, internet, tutto, che per molti fedeli del culto Apple è il prodotto perfetto. Non la pensa così Jobs: per lui il prodotto perfetto sarà l’iPad, uscito nella prima versione un anno prima della sua morte, avvenuta nel 2011. Tutto questo, insieme all’App Store (2008), è ancora oggi alla base dell’azienda, che nella sostanza vive di rendita e di miglioramenti, ma negli ultimi 15 anni non tirato fuori una sola idea disruptive. Semmai molti concorrenti si sono distrutti da soli, trascurando le emozioni dell’utilizzatore.
I fallimenti
Gli anniversari si caratterizzano per un’overdose di celebrazioni, che nel caso di Apple peraltro non hanno bisogno del pretesto di una data. Ma nella filosofia di Steve Jobs è giusto ricordare soprattutto i fallimenti, rovinosi ma che spesso hanno permesso di aggiustare il tiro. Sono stati davvero tantissimi, numericamente più dei grandi successi. Citiamo soltanto i flop più dolorosi. L’Apple Lisa (1983), primo computer di massa con interfaccia grafica e mouse, dal prezzo astronomico che attualizzato sarebbe di 30.000 dollari. L’Apple III (1980-1984), progettato senza ventola su insistenza di Jobs, che aveva la fissa della silenziosità. I problemi di surriscaldamento facevano letteralmente “saltare” i chip dalla scheda madre, al punto che la Apple dovette consigliare agli utenti di sollevare il computer e lasciarlo cadere per farli andare al loro posto. Risultato: ritirato dopo due anni. Il Newton (1993), il primo assistente digitale personale della Apple, perdita di mezzo miliardo. flop non imputabile a Jobs così come la leggendaria console per videogiochi Pippin (1996). Anche nell’era Jobs 2 non sempre ci sarebbe stato il tocco magico, anzi. Basti pensare al Power Mac G4 Cube (2000), da molti considerata la più bella tra le creazioni di Jony Ive, un cubo di plexiglas sospeso che sembrava fluttuare: meglio da guardare che da usare. Dopo la morte di Jobs le più grandi figuracce sono state quella di Google Maps (2012), non un prodotto ma un servizio, con le sue imprecisioni e le sue indicazioni folli, che portò a scuse pubbliche di Cook, senza dimenticare la fragilità della Butterfly keyboard e il disastro assoluto della Apple Car, progetto durato 10 anni e cancellato nel 2024, voragine da 12 miliardi. Più di recente tremenda per Cook anche l’ammissione del disastro del Vision Pro, che nemmeno sembrava un prodotto Apple. Inutile farla troppo lunga; Apple ha fallito tutte le volte in cui ha messo sul mercato un prodotto che non trasmettesse la ‘magia’, per usare una parola cara sia a Jobs sia a Cook (che fu assunto personalmente da Jobs nel 1998). Apple ha fallito tante volte, ma è sopravvissuta e diventata la compagnia più preziosa al mondo proprio perché ha saputo trasformare ogni sconfitta in un vantaggio strategico. Come disse una volta Jobs: “I grandi innovatori non hanno paura di fallire. Hanno paura di non provare”.
Uno sguardo al futuro
Il presente di Apple dice che iPhone 17 e 17 Pro dominano il segmento premium, che Apple Intelligence è diventata una funzionalità centrale dopo l’aggiornamento iOS 26, che i Mac con chip M5 offrono prestazioni da record, che Apple Watch Ultra 3 e AirPods Pro 3 continuano a dominare il mercato wearables. Il futuro immediato, sempre senza idee cha facciano scatter vibrazioni, è l’iPhone Fold (sui siti spcializzati chianato anche iPhone Flip), il primo iPhone pieghevole previsto per il 2027 in zona 2.500 dollari, il Vision Air, cioè la versione economica di Vision Pro), l’iPhone 18 Pro con Face ID sotto lo schermo e fotocamera posteriore a diaframma variabile, i nuovi iPad con schermi OLED e nel 2008 forse anche loro pieghevoli. Un futuro che ancora per almeno due anni sarà gestito dal sessantacinquenne Cook, prima del ritiro per passare la mano a un manager interno, con favorito John Ternus, un tecnico, uno degli ultimi ad avere davvero lavorato insieme a Jobs. Si torna sempre lì, a lui, ma ogni religione ha bisogno delle sue divinità.
