«Beethoven, per noi è una sorta di Bibbia»

L’Orchestra della Svizzera italiana ha affidato quest’anno il mini-festival «OSI a Pentecoste» all’insigne maestro Charles Dutoit, già presente come una sorta di direttore principale durante questa stagione. Nel concerto di sabato 23 maggio 2026 (Sala Teatro LAC, ore 20,00), Dutoit dirigerà il Concerto per violino di Beethoven (solista F. P. Zimmermann) accanto alla suite sinfonica Sheherazade di Nicolaj Rimskij-Korsakov e nella mattinata di domenica 24 (Sala Teatro ,LAC ore 11,00), ancora Beethoven (Ouverture Le Creature di Prometeo) che precederà la spettacolare Symphonie fantastique di Hector Berlioz. Abbiamo intervistato il maestro vodese partendo da Rimskij-Korsakov.
Maestro Dutoit, Rimskij-Korsakov è un compositore celebre ma allo stesso tempo misconosciuto nel suo valore, perché, secondo lei, è vittima di questo destino, fuori dalla Russia?
«Il problema è proprio quando un compositore è identificato come l'autore di una cosa sola dimenticandosi del resto del suo repertorio (è caso di Carl Orff e dei Carmina Burana): nel caso di Rimskij, la suite Sheherazade. Amo molto la sua musica: è orchestrata in modo magnifico, melodicamente ricca, superbamente elaborata, ma soffre il fatto che non ha la profondità, per esempio, dei grandi sinfonisti tardo-romantici tedeschi a lui coevi. Mi piace molto anche il fatto che sia stato il maestro di altri compositori che amo: allievi che ho visto in fotografia visitando la sua casa museo di San Pietroburgo come Prokof’ev e Stravinskij che nei suoi pezzi giovanili come Feux d’artifice, Scherzo fantastique, L’oiseau de feu, sono molto influenzati dalla tecnica orchestrale e dallo sguardo orientale di Rimskij».
Nei suoi programmi gli autori moderni russi sono molto presenti, è un lascito del suo mentore, Ernest Ansermet che è stato un pioniere nella diffusione del repertorio russo in Svizzera e nei paesi dove ha lavorato?
«Adoro la musica e le orchestre russe come quella del Mariinskij e la Filarmonica di San Pietroburgo, con le quali ho lavorato molto, ma che purtroppo non dirigo più dallo scoppio della guerra, nonostante i gentili inviti a ritornare. Con Ansermet ho potuto parlare, ricevere i suoi consigli, conoscere i suoi gusti e sentirlo dirigere Stravinskij e i russi, e tutti gli autori moderni con i quali lui era stato in relazione, da Falla a Bartok, da Honegger a Stravinskij, il musicista di cui ho diretto tutta l’opera. Autori di un’epoca favolosa, quella dei Balletti russi di Djagilev, prodigiosa di talenti non solo nella musica, ma nella pittura e nella letteratura».
Rimskij è stato uno dei primi musicisti russi ad essere ben accolto in Francia, fino ad avere ammiratori quasi fanatici come il giovane Ravel.
«La musica russa è molto vicina al gusto francese, soprattutto sono simili la chiarezza dell’orchestra e del linguaggio. Se prendiamo l’orchestrazione di Ravel, che è da considerarsi fra le massime della storia, è partita dai «Principi» di Rimskij-Korsakov, che possiamo considerare precursore della sonorità di Ravel e maestro di una nuova chiarezza sinfonica».
Se è ben conosciuta la venerazione di Berlioz per Beethoven, lo è meno quella di Berlioz da parte del gruppo dei Cinque russi.
«Berlioz è andato a dirigere la sua musica in Russia, dove è stato molto importante per tutti i Cinque, ma vorrei ricordare come la sua personalità sia stata formata da tre fatti fondamentali: la lettura del Faust di Goethe nella traduzione di Gérard de Nerval, che originerà le sue Otto scene e poi la Dannazione di Faust; l’esecuzione al Conservatorio di Parigi delle sinfonie di Beethoven dirette da Habeneck, che lo sconvolsero e sulle quali scrisse una una guida ancor’oggi meravigliosa; la visione dell’Amleto di Shakespeare interpretato dalla futura moglie Harriet Smithson. Queste tre esperienze lo hanno portato a scrivere la Symphonie fantastique, gli episodi autobiografici di un’artista ossessionato da una donna, a cui succedono viaggi mentali e cose incredibili espresse in una forma e struttura rivoluzionarie. Tra l’altro Berlioz porta nella sinfonia gli strumenti dell’opera che lui conosceva per creare un paesaggio sonoro completamente nuovo. Ma non bisogna dimenticare che alla base della sua orchestra c’è una sonorità classica: nel 1830 Beethoven è morto da pochi anni. La Fantastique appartiene alla grande rivoluzione dell’anno 1830, quando i francesi accettarono il romanticismo dopo la battaglia per l’Hernani di Hugo; è un’opera estremamente importante, un pilastro del movimento romantico».
Quale è il suo rapporto con la musica di Beethoven che accompagna tutti e due gli appuntamenti di OSI a Pentecoste?
«Di Beethoven si ha sempre un po’ paura, perché non si riesce mai a prenderlo del tutto. C’è un mistero intorno a lui, non è un amico facile, come potrebbero esserlo Haydn o altri compositori classici. Era un uomo non molto socievole, e nella sua musica si ritrova quell’ansietà morale sulla quale bisogna lavorare continuamente. Un lavoro che può continuare per tutta la vita, perché nelle sue opere si trovano sempre messaggi nascosti, contraddizioni; e in questa ricerca le 9 sinfonie diventano con le Sonate e i quartetti, la nostra Bibbia quotidiana moderna; più di lui solo J. S. Bach ha realizzato una musica che si può eseguire con qualsiasi strumento».