Sanremo 2026

Cristiano De Andrè: «Vengo a trovare la gente de Lûgan, quanta pazienza alla serata cover del Festival»

Il cantautore genovese sarà protagonista di un concerto a Lugano il prossimo 16 aprile – E ricorda i problemi tecnici durante la serata dei duetti con Bresh: «Mantenere la calma non è stato facile»
Foto Virginia Bettoja
Mattia Sacchi
27.02.2026 14:32

«E ‘nt’a cä de pria chi ghe saià/int’à cä du Dria che u nu l’è mainà/gente de Lûgan facce da mandillä/qui che du luassu preferiscian l’ä».

Nella casa di pietra chi ci sarà, nella casa dell’Andrea che non è marinaio. Gente di Lugano, facce da tagliaborse, quelli che della spigola preferiscono l’ala. Perché, spieghiamo noi, i pescatori genovesi sanno bene che la parte più buona del pesce è nella testa, dove ci sono le interiora. È una provocazione affettuosa, quella che Fabrizio De André inserisce in Crêuza de mä. Ma sotto l’ironia ligure c’è un’intuizione più profonda: il rapporto tra identità e appartenenza, tra chi vive il mare e chi lo osserva da lontano, tra cultura radicata e sguardo esterno.

Che Lugano entri dentro una delle canzoni più emblematiche della svolta mediterranea di Faber non è un dettaglio folkloristico. È un segno. È il riconoscimento di una geografia culturale che supera i confini nazionali e si muove tra porti, dialetti, minoranze linguistiche e frontiere simboliche.

È su questo asse che il prossimo 16 aprile, al Palazzo dei Congressi, torna in città Cristiano De André, con il «De André canta De André – Best of Tour 2026». Non un’operazione celebrativa, ma una rilettura musicale di uno dei più grandi cantautori italiani cantato dal figlio che tiene insieme fedeltà e autonomia.

Foto Virginia Bettoja
Foto Virginia Bettoja

In questi giorni, mentre tra poco si riaccenderanno le luci dell’Ariston per una nuova edizione del Festival di Sanremo, è quasi inevitabile tornare a dodici mesi fa. Nell’edizione 2025, dopo oltre 10 anni di assenza, Cristiano De André era salito di nuovo su quel palco, scegliendo per la serata delle cover un brano tutt’altro che accomodante: Crêuza de mä, in duetto con Bresh.

La serata, però, non filò liscia. Affatto. Microfono spento, bodypack caduto, comunicazioni incerte. L’esecuzione fu interrotta e ripetuta per ben tre volte. «Mi sono sentito gelare – spiega – perché quando canti una canzone così non puoi permetterti leggerezze. Non era rabbia per l’errore tecnico, quello può succedere. Era la sensazione che non si stesse capendo il peso di quel pezzo».

Tra la seconda e la terza esecuzione la tensione salì. «Non sono una persona molto paziente, ma quella sera ho usato ogni mia risorsa in corpo per provare a mantenere la calma. Ho chiesto solo rispetto. Non per me, ma per la canzone. È un brano che ha segnato la storia della musica italiana. Non puoi trattarlo come un riempitivo televisivo».

Paradossalmente, proprio quell’imprevisto finì per restituire a Crêuza de mä una forza ulteriore. «Alla terza volta eravamo concentratissimi. Forse quella tensione ha dato qualcosa in più». E il pubblico lo percepì. Il duetto con Bresh, ponte generazionale tra due Genove diverse, riportò al centro una pagina del 1984 che non ha mai smesso di interrogare il presente: «Alla fine l’interpretazione è andata davvero bene, diventando anche virale su Spotify, nonostante gli inconvenienti sono molto orgoglioso di quel momento».

Perché Crêuza de mä non è soltanto una canzone in dialetto: è un manifesto musicale che ha anticipato la world music, restituendo centralità al Mediterraneo quando la scena italiana guardava altrove. È un disco che ha influenzato generazioni di musicisti e che ancora oggi viene citato come uno spartiacque. «Mio padre aveva una visione – dice Cristiano – riusciva a sentire prima degli altri dove stava andando la musica».

Portare il prossimo 16 aprile quel brano a Lugano significa anche chiudere un cerchio simbolico. I versi che citano la città tornano a risuonare davanti a un pubblico reale, non evocato ma presente. Non più «gente de Lûgan» osservata dal porto, ma interlocutori consapevoli. «Quando canto quel verso qui – ammette – sento che cambia il senso. Non è più ironia distante, è dialogo. Peraltro conosco bene il Palazzo dei Congressi, ha un’ottima acustica e per questo sono convinto che sarà una serata speciale».

Per Cristiano, tuttavia, il confronto con quell’eredità non è solo artistico. È biografico. «Da figlio non posso che essere orgoglioso. Mio padre è stato uno dei più grandi poeti del Novecento. Ma quella genialità mi ha anche travolto». Crescere dentro una figura così significa fare i conti con un’ombra luminosa. «Lui mi aveva avvisato: sarebbe stato difficile. Avrebbe preferito che facessi veterinaria. Io ho scelto la musica perché era l’unica cosa che sentivo autentica».

Il progetto «De André canta De André» nasce nel 2009, a dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio. Non è un’idea improvvisata, ma un percorso strutturato in quattro volumi discografici, ognuno dedicato a una fase diversa del repertorio: dalle ballate più note ai concept album più complessi come Storia di un impiegato. Il Best of 2026 è una sintesi ragionata di quel lavoro.

«La scaletta non è cronologica – spiega – ma tematica. Ci sono le canzoni sociali, quelle politiche, quelle più intime. Ogni brano cambia sonorità rispetto al precedente. Voglio che il concerto sia un racconto, non una sequenza di successi».

Sul palco Cristiano è polistrumentista: chitarra acustica e classica, bouzouki, pianoforte, violino. È proprio la sua immensa dimensione musicale a consentirgli uno spazio personale. «Mi sono rifugiato nella musica più che nel ruolo di cantautore. Gli arrangiamenti mi hanno permesso di entrare nei brani senza snaturarli ma dando una mia visione».

Accanto a lui una band stabile e affiatata: Osvaldo Di Dio alle chitarre, Davide Pezzin al basso, Luciano Luisi alle tastiere, Ivano Zanotti alla batteria. Il lavoro sugli arrangiamenti è minuzioso, quasi artigianale. Il testo resta centrale, ma la veste sonora viene ricalibrata per parlare al presente.

E il presente, inevitabilmente, entra nel concerto. «Mio padre era un veggente – riflette Cristiano – riusciva ad anticipare i tempi. Oggi è ancora attualissimo». Le tensioni geopolitiche, le fratture sociali, l’emarginazione delle minoranze: temi che attraversano brani come La guerra di Piero, Khorakhané, Smisurata preghiera, Don Raffaè.

«Ma non basta cantare le sue idee. Bisognerebbe metterle in pratica». È qui che il concerto smette di essere memoria e diventa interrogativo, con canzoni che non consolano: mettono a disagio, chiedono posizione, obbligano a scegliere da che parte stare.

In una città di confine come Lugano, questo discorso assume una risonanza particolare. Il confine non è solo una linea geografica, ma uno spazio culturale. Le canzoni di De André parlano di chi vive ai margini, di chi attraversa frontiere fisiche e morali. Parlano di «anime salve», di individui che resistono in direzione ostinata e contraria.

Dietro l’ombra del padre, però, c’è un autore con una propria identità. Cristiano non è soltanto l’interprete del repertorio di Fabrizio De André: è un cantautore che negli anni ha scritto brani personali, lontani dall’imitazione. «Non ho mai voluto fare la copia di mio padre – dice – sarebbe stato un errore. Ognuno deve trovare la propria voce, anche se porti un cognome così. Quando ti chiami De André vieni giudicato con un altro metro. A un certo punto però devi smettere di difenderti e fare musica».

Sta lavorando a un nuovo album di inediti, previsto per il 2027. Un’esigenza artistica prima ancora che progettuale. «Ho bisogno di scrivere cose mie. Mi piacerebbe tornare a Sanremo con un brano, sarebbe un modo per ripartire davvero».

«Gente de Lûgan». In fondo, la parte migliore del pesce non è questione di testa o di ala. È questione di sguardo. E il concerto di Cristiano De André sarà proprio questo: uno sguardo che tiene insieme mare e lago, padre e figlio, memoria e presente. Un’eredità che non pesa come un monumento, ma vibra come una corda tesa tra due rive, pronta ancora a risuonare.

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