Ele A si prende Sanremo: «Partecipare al Festival? Lo farò solo con la canzone giusta, senza compromessi»

C’è anche un’eco ticinese, in questa settimana che concentra la musica italiana tra poche vie e molti riflettori. Non sul palco dell’Ariston, ma poco distante. Al «Fuori Festival» organizzato da Rolling Stone, tra addetti ai lavori, curiosi e fan, Ele A ha portato qualcosa che con il rumore sanremese ha poco a che fare: un live raccolto, quasi trattenuto.
Ele A, all’anagrafe Eleonora Antognini, classe 2002, è cresciuta tra Aranno e Lugano, figlia di due insegnanti di musica, formazione classica al violoncello e poi l’innamoramento per l’hip hop scoperto su YouTube, tra Gemitaiz e Notorious B.I.G. In pochi anni è passata dai freestyle pubblicati sui social – spesso registrati in cameretta durante il periodo del Covid – ai palchi dei festival europei, fino alla copertina di Rolling Stone che l’ha definita «la miglior rapper d’Italia». Un’etichetta impegnativa per un’artista che ha sempre rivendicato una cosa sola: autenticità.
Davanti a centinaia di persone, nella cornice informale degli spazi di Rolling Stone, la rapper cresciuta in Ticino ha scelto la via meno ovvia. Niente show da club, niente impatto frontale. Uno showcase costruito in chiave più intima, con i brani di Pixel e dei lavori precedenti ripensati, alleggeriti, lasciati respirare. «Vediamo come andrà in un’atmosfera così… oggi è un po’ una prova generale», dice poco prima di salire sul palco. E in effetti il set sembra un laboratorio dal vivo: basi più calde, meno stratificate, voce più scoperta, meno corazza.

Pixel, il suo primo album ufficiale, è un disco di passaggio: dal Ticino a Milano, dall’underground a un pubblico più ampio, dall’adolescenza a una consapevolezza diversa. Dentro c’è l’hip hop east coast degli anni ’90 che l’ha formata, ma anche jazz, drum and bass, elettronica. A Sanremo quelle tracce si trasformano ancora: diventano più essenziali, quasi nude. «Non abbiamo mai provato davvero questa formula», ammette. «Mi piace girare il lato più intimo delle canzoni, poi dipende sempre dal momento». In mezzo all’epicentro della musica italiana, dove tutto corre veloce e si misura in hype, lei rallenta. Non per sottrarsi, ma per restare fedele a un’idea precisa di scrittura.
Quando il discorso scivola inevitabilmente su Sanremo, la risposta è lucida, senza pose: «Non è in programma fare la canzone per il Festival. Se mai succederà, sarà perché ho una canzone giusta, non perché devo adattarmi». Nessuna chiusura ideologica, piuttosto un principio di coerenza. Prima viene la musica, poi il contenitore. «Avere voce in capitolo, soprattutto prima di fare qualunque cosa», aggiunge.
Rolling Stone Italia l’ha definita «la miglior rapper d’Italia». Un’etichetta pesante, soprattutto a 23 anni. Lei la ridimensiona subito: «Io non credo di essere minimamente arrivata. Vorrei essere la migliore per me stessa». È una frase che spiega molto del suo percorso. Dal demo stampato in 200 copie, Zerodue Demo, agli EP Globo e Acqua, fino a Pixel, passando per collaborazioni con Guè, Neffa, Franco126, Night Skinny e tour che hanno toccato Londra, Berlino, Parigi e Barcellona, la traiettoria è stata rapida ma mai costruita per compiacere. «Non farei mai San Siro con delle canzoni che non sento mie», aveva detto tempo fa. Il senso è lo stesso: meglio crescere con misura che bruciare le tappe.
Il ritorno in Ticino non sarà simbolico. Il 13 luglio 2026, al Parco Urbano di Bellinzona, in occasione del Nevermind Music Fest, Ele A salirà sul palco insieme a Nitro per un appuntamento che è già tra i più attesi dell’estate urban. Unica data ticinese per lei, unica svizzera per lui. «È bello suonare in tutta Europa, ma farlo a casa avrà sempre un'energia diversa«. Non nostalgia, piuttosto radice. Un modo per chiudere un cerchio e aprirne un altro.
E forse è proprio qui il punto. In mezzo ai riflettori di Sanremo, Ele A non ha cercato di alzare la voce. Ha preferito mostrarsi per quello che è. «Mi interessa che le persone capiscano la verità di quello che faccio», conclude. «Anche quando è fragile, anche quando è scomoda. Se arriva quella, allora va bene così».
