Musica

Ermal Meta: «Se vincerò Sanremo porterò la mia canzone su Gaza a Eurovision per farla sentire a Israele»

Il cantautore, tra i favoriti al Festival, racconta la sua Stella Stellina: «Parla di una bambina palestinese, senza nome che appartiene a un popolo senza voce, sulla bocca di tutti ma dimenticato»
Ermal Meta Ph Gianmarco Colajemma
Mattia Sacchi
09.02.2026 00:01

Ermal Meta torna a Sanremo dopo cinque anni e non lo racconta come un semplice ritorno. Lo definisce, con quel suo modo di mescolare autoironia e lucidità, «tornare sul luogo del delitto»: «Almeno per me è una cosa molto emozionante. La canzone che porto in gara contribuisce ad aumentare anche quello che è il peso emotivo che mi porto con me». Il brano si intitola «Stella stellina» e per Meta non è soltanto una canzone da presentare all’Ariston: è un oggetto fragile e potente, nato da una ferita contemporanea e attraversato da un’urgenza personale nuova, quella della paternità, che inevitabilmente cambia lo sguardo sul mondo e su ciò che accade intorno.

«Ci ho pensato e devo dire che anche il fatto che sia il mio primo Festival da papà forse cambia qualcosa», racconta durante l’incontro negli studi Sony di Milano. «È come se ci fosse un grado di responsabilità in più, anche semplicemente nel modo di sostenere una settimana, di sostenere il palcoscenico». Poi entra nel cuore del racconto: «La canzone in gara parla di una bambina palestinese, senza nome. Appartiene a un popolo senza voce. È strano, perché è un popolo sulla bocca di tutti ma non va dimenticato».

La genesi del brano, spiega, ha qualcosa di quotidiano e insieme spiazzante. «Ero lì con la chitarra, suonavo come faccio sempre per far addormentare mia figlia. Mi invento filastrocche, e in quel caso stavo cantando qualcosa che aveva a che fare con Stella stellina». A un certo punto, però, irrompono le immagini: «Ho guardato dei video molto pesanti su Gaza. Sono censurati, devi cliccare per aprire. Uno in particolare mi ha colpito più di tutti quelli che ci siamo trovati a vedere negli ultimi due anni». Il cortocircuito avviene poco dopo, quando la casa torna silenziosa: «Dopo che mia figlia si è addormentata sono sceso in studio. Mi sono ritrovato a cantare quelle parole con un’intenzione diversa. L’ho scritta così, di getto. Nel giro di un quarto d’ora».

Meta racconta anche la scelta musicale: una melodia «popolare», circolare, che non chiude mai davvero. «La tradizione melodica della musica popolare porta dentro di sé una circolarità. Si sono tramandate per secoli perché è facile ricordarsele, entrano quasi nel DNA delle persone. Ho mantenuto proprio quella filastrocca lì. La melodia va avanti, ma non si chiude mai, perché la chiusura corrisponde con l’apertura della misura». È una scelta che diventa senso: una ninnananna che non consola, un giro che ritorna perché il presente non passa oltre.

Anche sulle parole il cantante di origini albanesi è netto. Spiega di non aver inserito esplicitamente Gaza nel testo: «Volevo circoscrivere nel risultato finale quello che sto raccontando. L’ispirazione è la parola di persone intrappolate tra muri e mare». E aggiunge: «Non voglio diventare il narratore della tragedia. Ho visto qualcosa, ho provato un profondo senso di disagio anche con me stesso e ho scritto una canzone. Tutti i riferimenti sono già contenuti lì». C’è poi una precisazione ulteriore: «Non vuole essere una canzone che parla di guerra. Anche perché per la guerra ci vogliono due eserciti, in Palestina si sta consumando ben altro. Le parole danno forma al mondo».

Certo, in un Festival che amplifica tutto ci saranno da attendersi polemiche e discussioni su questo testo. «Per un cantautore il compito principale è raccontare esattamente quello che sente e non filtrato. Quando lo filtra sta sbagliando qualcosa. Quando salgo su un palco importante sono pronto a tutto per difendere quello che credo. Un conto è quando ti mettono la museruola, un conto è mettertela da soli. Io non me la sento di mettermela da solo».

Dentro questa coerenza si innesta anche la questione Eurovision, che Meta affronta in modo controcorrente rispetto a chi invoca il boicottaggio per la presenza di Israele. «Ci ho pensato più volte», premette, dicendo di non sentirsi «nemmeno vicino alla vittoria». Ma il punto, per lui, è un altro: se dovesse vincere, andrebbe. «Ci sono tanti modi per protestare: il silenzio, voltare le spalle. E c’è anche andare lì e cantare una canzone del genere, metterla sotto gli occhi ancora di più di fronte a Israele e a tutti i Paesi europei. Boicottare sarebbe un errore. Sarebbe come non fare l’ultimo passo. È nel silenzio che prosperano certe cose».

«Stella stellina» è anche il baricentro emotivo di «Funzioni Vitali», il nuovo album in uscita il 27 febbraio 2026, un progetto che il cantautore descrive come un viaggio nel tempo, tra nostalgia e presente, in cui memoria personale e sguardo collettivo finiscono per intrecciarsi. Ma è evidente che, in mezzo al mosaico, questa canzone occupa un posto diverso: «Con Carlo Conti ci siamo resi conto ascoltandola che aveva un peso specifico maggiore, ed era giusta per il contesto di Sanremo».

L’Ariston per lui, è sempre la stessa sala e mai la stessa esperienza. E la paura, dice, arriva comunque: «I pochi minuti che precedono l’uscita in scena sono incredibili. Ti vengono mille dubbi. Poi quando vai sul palco riesci a convogliare quella paura nella direzione giusta». «Quella paura è energia. Io cerco solo di usarla per restare fedele a quello che sento».

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