L'intervista

«Il palcoscenico è una seconda casa dove condividere la mie emozioni»

Una chiacchierata con Nemanja Radulovic, talentuoso violinista serbo, ospite questa sera a ClassicAscona.
Radulovic è nato a Belgrado nel 1985. © SeverZolak
Luigi Di Fronzo
25.09.2026 19:22

Gli piace sempre mostrare una lunga chioma fluente e ribelle, con quello stile «glamour» che si esprime anche attraverso un abbigliamento poco convenzionale, un misto fra il «bohémien» e l’alternativo «rock-chic». Del resto, l’atteggiamento è perfettamente in linea con il suo stile esecutivo e da virtuoso romantico, se non fosse che questa libertà espressiva si traduce in una grande autenticità, retta da un rigore interpretativo profondo, mai banale. Per i cultori del festival ticinese ClassicAscona, l’occasione per ascoltare il violinista franco-serbo Nemanja Radulovic si presenta stasera alla Chiesa di San Francesco di Locarno, dove lo struggimento ottocentesco trapela tra i passaggi eloquenti del Concerto in re maggiore per violino e orchestra op.35 di Ciaikovskij, un classico del virtuosismo romantico accostato alla Sesta Sinfonia «Patetica» proposto insieme all’Orchestra della Svizzera Italiana diretta da Krzysztof Urbanski. Vincitore del Premio Opus Classik 2024 per la migliore interpretazione di pagine di Beethoven come la Sonata a Kreutzer e il suo Concerto per violino, Radulovic – nativo di Belgrado, ma perfezionatosi dall’età di 14 anni a Parigi - sfoggia un approccio fatto di spontaneità e forte rispetto per la tradizione classica. In più, con un’energia e una freschezza ammirevoli. Logico dunque che dovendo approfondire personaggio e programma della serata, la prima domanda verta sul suo approccio al capolavoro per violino e orchestra di Ciaikovskij.

Maestro, che genere di rapporto ha con questa partitura dell’Ottocento romantico? So che lei l’ha eseguita più volte, cercando sempre di enfatizzare l’aspetto festoso e il carattere danzante, tipico peraltro dello spirito russo…
«Questo Concerto fa parte della mia vita sin da quando avevo 16 anni, ma è ovvio che l’interpretazione sia cambiata con l’età, specie durante una recente registrazione per la DGG in studio. Da allora quando lo eseguo provo sempre un senso di grande tenerezza e semplicità, insieme a un fortissimo sentimento di gioia, di amore e nostalgia».

Ha mai suonato con l'Osi e Urbanski, fino ad ora?
«Con l’orchestra si tratta della prima collaborazione, mentre con Urbanski abbiamo già fatto diverse cose insieme. Imparo sempre qualcosa di nuovo da lui e c’è sempre una relazione speciale, perché entrambi sentiamo ogni volta che la musica nasce in quel preciso istante».

C’è qualcosa dell’ambiente ticinese e svizzero che l’attrae in modo particolare?
«Al di là dei soliti cliché (la bellezza della natura, la gentilezza, la bontà del vostro cioccolato) mi piace particolarmente l’approccio alla musica mediato dallo spirito popolare. Ricorda un po’ le mie origini serbe, dove i musicisti folk sono sempre molto aperti ad esplorare la tradizione classica, e viceversa. Laggiù qualsiasi interprete può trarre sempre ispirazione da un ampio spettro di generi musicali».

Detto da lei, che con la sua rock-band ha suonato tante volte nei locali notturni, vorrà dire parecchio…
«Sì, io ho fatto diversi concerti con i Devil’s Trills (un sestetto di musica classica) ed è stato molto interessante vedere che la gente finiva per comprare i biglietti anche per i concerti di musica colta e per andare a teatro. Oggi ci sono diversi progetti educativi che vanno in questa direzione (anche sui social media) e sono convinto che sia la strada giusta».

Lei ha iniziato da bambino, come si legge nella sua biografia.
«Sì, a sette anni con un Concerto di Vivaldi suonato dopo pochi mesi con l’orchestra scolastica. Lo choc fu immenso, ma servì a convincermi di trasformarlo in una professione. Per questo, ormai, il palcoscenico è diventato una seconda casa. Una sorta di scatola magica dentro la quale posso interamente condividere con il pubblico le mie emozioni personali».

Chiederlo può sembrare un’ovvietà, ma che consiglio darebbe a un giovane musicista, pensando alle esperienze che lei ha avuto da ragazzo?
«Solo una cosa soltanto, ma cruciale: ricordare quando e perché ha incominciato. Con gli anni e tutto quello che accade dopo si finisce per dimenticare il vero motivo, ma tornare con la mente a quel particolare istante e ricordare quella determinata sensazione è utile per mantenersi freschi e motivati».

La musica per lei è tutto, o quasi. C’è dell’altro?
«Beh, qualche volta mi piace mettermi a meditare al mattino e fare dello yoga. Poi quando posso pratico qualche sport, ma diciamo soprattutto che mi piace passare il tempo con la gente che amo. Stare con la mia famiglia e gli amici, chiacchierare con loro. Penso che la comunicazione viva sia fondamentale, specie oggi in un mondo dominato dai social media».

Che progetti ha per i prossimi anni?
«Attualmente il mio unico progetto è rimanere felice e provare gioia per il resto della vita».