Il volto jazz della «pulce»

Quello che non ti aspetti è che l’esordio solistico del bassista dei Red Hot Chili Peppers, uno dei musicisti più caratteristici e dal tocco inconfondibile degli ultimi quarant’anni, si possa catalogare tranquillamente alla voce jazz e risuoni ovunque... la sua tromba!
Un po’ di storia. La vita di Michael Peter Balzary sarebbe stata differente se il padre, diplomatico, non avesse portato la famiglia da Melbourne, dove è nato, a New York, dove è cresciuto e dove è rimasto quando i genitori hanno divorziato. Ed è stato il nuovo compagno della madre, il jazzista Walter Urban, ad avvicinarlo alla musica. Non a quella di moda all’epoca, anzi: gli idoli del piccolo Michael erano Louis Armstrong, Dizzy Gillespie, Miles Davis, insomma, i grandi trombettisti. Si appassiona, studia lo strumento, ma è anche un ragazzo inquieto, che non sta mai fermo tanto che gli amici lo soprannominano «Pulce» (Flea, appunto), incontra Anthony Kiedis e Hillel Slovak, con loro conosce il punk, il rap e il funk, abbandona la tromba per il basso, che impara a suonare con uno stile unico e un virtuosismo vertiginoso, fonda la band con gli amici e il resto è una storia che continua anche oggi, perché i Red Hot Chili Peppers sono sempre attivi.

Ma in questo momento di pausa, «Pulce» non poteva stare fermo. In altre occasioni si limitava a saltare da un progetto parallelo all’altro, formando band con Damon Albarn dei Blur (Rocket Juice & the Moon) e con Thom Yorke dei Radiohead (Atoms for Peace), oppure a proporsi come turnista per gli artisti più disparati, da Alanis Morissette a Tom Waits a Johnny Cash. Nessuna di queste avventure, in ogni caso, faceva presagire un’opera come Honora, perché quando è arrivata la voglia di fare da sé, esordiente a 63 anni, ha scelto di tornare all’antico amore. Ha ripreso la tromba, ha chiamato un pugno di amici è il risultato è un album di jazz contemporaneo che attinge da tutte la sue esperienze precedenti ma, al contempo, non assomiglia a nulla di quello che aveva fatto prima. Certo, suona anche il basso, non manca il funk, ma lascia ampio spazio ai colleghi, ragiona per atmosfere, da quelle eccitanti di A plea a quelle notturne e sottilmente inquietanti di Frailed. Ci sono anche quattro cover eterogenee: Maggott brain dei Funkadelic, Wichita lineman di Jimmy Webb con il vocione di Nick Cave, Thinkin bout you di Frank Ocean e lo standard Willow weep for me, trasfigurato. Certo, ci sono decine di dischi jazz che meritano più di questo, forse, ma il coraggio va premiato.