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Iva Zanicchi: «Faccio battute su Mina ma è un mito. Ha fatto bene ad andare a Lugano»

L’Aquila di Ligonchio presenta il suo nuovo libro e si racconta senza filtri: l’infanzia segnata dalle rinunce, la cena con Frank Sinatra e quella volta che pensò di trasferirsi in Ticino - A 86 anni, tra battute irriverenti e ricordi sorprendenti, prepara il ritorno in teatro, anche a Bellinzona
© EPA/ETTORE FERRARI
Mattia Sacchi
18.10.2026 11:41

«Sono nata affamata». Iva Zanicchi sorride, ma dietro quelle parole si nasconde una storia che comincia molto prima dei tre Festival di Sanremo vinti e di oltre sessant'anni di carriera. Comincia sull'Appennino reggiano, in una famiglia nella quale il suo arrivo non fu propriamente accolto con entusiasmo. E continua oggi, a 86 anni, con un nuovo spettacolo teatrale e nessuna intenzione di fermarsi. «Io non ce la faccio a ritirarmi. Voglio continuare a cantare, a stare in mezzo alla gente». Quella fame, insomma, non è mai passata.

A Lugano, dove ha presentato all’hotel Splendide Royal Quel profumo di brodo caldo, pubblicato da Mondadori, in un evento organizzato da Nicoletta Gianni, l'Aquila di Ligonchio alterna ricordi commoventi e battute irriverenti. Il libro raccoglie ricette emiliane, ma è soprattutto un pretesto per raccontare una vita. «Sono quelle che preparavano mia mamma e mia nonna. Ma attraverso i piatti racconto anche gli incontri, gli scontri e le tournée».

Il titolo nasce dai tortellini in brodo che sua madre preparava ogni quindici giorni. «Non potevamo permetterceli tutte le domeniche. La mamma tirava la sfoglia in un attimo e lasciava cuocere il brodo per ore. Quel profumo non l'ho mai più sentito». O quasi. «Una volta sono andata a visitare la casa dove Papa Giovanni XXIII trascorreva le vacanze, a Sotto il Monte. Appena entrata ho sentito lo stesso profumo. Le suore mi hanno invitata a mangiare, facendomi persino sedere sulla sedia del Papa. Ho mangiato i quadrucci in brodo: il sapore era proprio quello della mia mamma».

Dietro la nostalgia per quel mondo c'è anche un'infanzia fatta di rinunce. «Oggi diamo ai nostri figli e nipoti tutto, prima ancora che abbiano il tempo di desiderarlo. Noi invece desideravamo davvero le cose». Ricorda la Lambretta del padre accolta come una Ferrari e i pattini a rotelle che non poteva permettersi. «Quando finalmente mia madre mi comprò i jeans, che desideravo da tre estati, continuavo ad andare avanti e indietro per il paese. Il prete la chiamò per lamentarsi: una ragazza con i pantaloni faceva scandalo».

Ma la fame di cui parla ha un significato più profondo. «Quando sono nata mio padre voleva un maschio. Aveva già due figlie e aveva persino organizzato una festa nell'osteria di mia nonna, invitando tutto il paese». Scoperto che era nata un'altra bambina, la festa fu annullata. «Mia mamma raccontava che per tre giorni non venne nemmeno a vedermi. Credo che anche i neonati percepiscano certe cose. Sentivo di non essere stata desiderata, se non da mia madre».

La piccola Iva piangeva continuamente. «Mia mamma non sapeva più cosa fare, finché una vecchia zia mi guardò e disse: questa bambina ha fame». Preparò del pancotto con pane raffermo, olio e aglio. «Me lo fece mangiare piano piano. Da quel momento non piangevo più. Ridevo, cantavo già». Il rapporto con il padre sarebbe comunque diventato importante. «L'ho amato. E oggi, fisicamente, sono identica a lui. Mi mancano solo i baffi, ma lascerei perdere!».

Quella bambina sarebbe diventata una delle voci più riconoscibili della musica italiana. «Ho cantato in tutto il mondo. Sono stata la prima cantante a fare una tournée attraverso tutta l'Unione Sovietica. Avevo una voce importante, il mio passaporto ovunque». Una qualità che oggi rischia di non bastare più. «Un produttore mi ha detto che ormai contano i follower. Puoi anche cantare come un cane, basta averne tanti. Ma continuo a credere che una voce davvero potente non possa lasciare indifferenti».

Tra gli episodi più divertenti del libro figura quello di Frank Sinatra. Durante una tournée americana con Gianni Morandi, un impresario le chiese quale regalo desiderasse. «Scherzando dissi che volevo andare a cena con Sinatra. Lui prese la cosa sul serio». Grazie alla madre del cantante, riuscì a procurarle un invito al Waldorf Astoria di New York. «Mi preparai come non mai: un vestito d'oro che sembravo un lampadario, un turbante e un trucco alla Barbra Streisand. Morandi non volle accompagnarmi: temeva che ci facessero pagare la cena!».

La serata, però, non era quella immaginata. «Pensavo a un tavolo con venti persone. Invece erano almeno cinquecento, Sinatra stava su un palco con il vicepresidente degli Stati Uniti e noi eravamo in fondo alla sala». Riuscì comunque a fargli arrivare un biglietto. Sinatra rispose invitandola nella sua suite la mattina seguente. «Ma ero sposata e mio marito era lì. Se non ci fosse stato, ci sarei andata eccome!». Al suo posto si presentò un'amica, moglie di un altro celebre cantante, spacciandosi per Zanicchi. «Tornò verso le undici con la parrucca tutta storta. Non le chiesi cosa avesse fatto, era abbastanza chiaro. Ma la rimproverai per essere andata a mio nome!».

Il legame con la Svizzera comincia nel 1963, quando arrivò a Zurigo per una delle sue prime esperienze televisive. «Ero partita sola, in treno, con una valigetta di cartone. I discografici seguivano soprattutto Cocchi Mazzetti, allora più conosciuta. Io ero abbandonata a me stessa, finché un presentatore si complimentò per la mia voce. Mi raccontò che l'anno precedente aveva vinto una giovane cantante di nome Milva. Non l'ho mai dimenticato».

Anni dopo pensò persino di trasferirsi a Lugano. «In Brianza avevo subito sette furti, tre dei quali con i ladri armati mentre eravamo in casa. Non dormivo più e decisi di trasferirmi qui. Avevo trovato una casa, ma mia figlia piangeva perché non voleva lasciare le amiche. Alla fine siamo rimasti dov'eravamo».

A Lugano vive anche Mina. E il confronto tra la Tigre di Cremona e l'Aquila di Ligonchio è inevitabile. «Mina è sempre stata la mia cantante preferita. Ogni tanto faccio qualche battuta e sembra che parli male di lei, ma non è vero». Zanicchi ricorda quando lavoravano per la stessa casa discografica. «Siamo nate nello stesso anno, ma quando arrivai io lei era già Mina, si preparava a fare Studio Uno. Io ero una debuttante e, per sopravvivere, ho pensato bene di sposare il figlio del padrone!».

La sua ammirazione nasce dal carattere rivoluzionario di Mina. «Prima di lei le cantanti erano bravissime, ma ingessate. Poi arrivò questa ragazza altissima, con quelle gambe, che si muoveva in modo completamente diverso. Noi giovani impazzimmo tutti». Anche il ritiro dalle scene, secondo Zanicchi, avrebbe una spiegazione particolare. «Credo si sia ritirata per il troppo successo. Sono andata a sentirla alla Bussola, con l'orchestra di Gianni Ferrio. Avevano preparato arrangiamenti meravigliosi, ma non si sentiva niente perché il pubblico continuava a urlare il suo nome. Secondo me ne ha avuto abbastanza. E penso abbia fatto bene». Ma almeno un messaggio prima di arrivare alla serata a Lugano? “No, è da un po’ che non ci sentiamo. Mi capita più spesso di sentire Rita Pavona, l’ultima volta per i 100 anni di Teddy Reno. Non è facile mantenere rapporti di amicizia in questo mondo: ma sono rimasta piacevolmente stupita da Laura Pausini, che mi mostra spesso il suo affetto”.

Lei, al contrario di Mina, non immagina una vita lontana dal pubblico. «Mia suocera mi chiedeva perché non provassi a fare la diva. Ci ho provato, ma dopo tre giorni non ce la facevo più. Vado al mercato, fermo le persone, parlo con tutti. Sono curiosa, è la mia natura». Nemmeno l'età ha ridimensionato la voglia di esibirsi. «L'altra sera a Cagliari ho cantato per un'ora e mezzo. Alla fine mi hanno quasi dovuto portare giù in quattro!».

Il prossimo appuntamento è con il teatro. Il 4 novembre debutterà in Viva la mamma, commedia brillante scritta da Diego Ruiz, con Samuel Peron nel cast, che arriverà anche al Teatro Sociale di Bellinzona. «Interpreto una madre che si sente trascurata dai figli, ormai adulti. È sola, triste, ma poi succedono cose da morire dal ridere». E mentre racconta il nuovo spettacolo, torna a scherzare. «Quando ho letto il copione ridevo da sola. Ho contato almeno venti parolacce nei due atti. Devono aver immaginato questa parte proprio pensando a me!».

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