«La tristezza è un sentimento ingiustamente bistrattato»

Giovedì sera, 2 aprile, il Teatro Sociale di Bellinzona ospiterà alle 20.45 una tappa dello spettacolo La rivalutazione della tristezza, creato e portato sul palco da Stefano Belisari, in arte Elio, e dal pianista e compositore Alberto Tafuri. Uno spettacolo definito dai protagonisti un «viaggio musicale alla riscoperta della tristezza», con l’intento di «restituire alla tristezza nobiltà e necessità attraverso le parole e le note di alcuni grandi artisti della tradizione musicale italiana e internazionale». Ne abbiamo parlato con l’autore e interprete Stefano «Elio» Belisari.
Com’è nato questo «viaggio musicale» sulla tristezza e perché proprio la tristezza?
«Beh, innanzitutto perché la tristezza è un sentimento che viene bistrattato troppo e troppo spesso: se ne parla sempre in toni negativi, mai con un accenno ad un’accezione positiva. E poi perché è il frutto della collaborazione fra me e Alberto Tafuri, che è il maestro con cui collaboro da tanto tempo, nonché la persona che mi ha fatto da “vocal coach” in tutte le mie partecipazioni a X Factor. Con lui parliamo tanto, stiamo molto insieme e ad un certo punto, tra una chiacchiera e l’altra ci siamo accorti che quasi tutte le canzoni che per noi erano bellissime, dei capolavori, erano anche tutte tristi, per cui ci siamo chiesti: ma non è che in fondo c’è una correlazione fra la bellezza della musica e la sua tristezza? E quindi ci è venuta in mente questa idea un po’ pazzerella, di mettere in piedi questo spettacolo in cui cantiamo e tessiamo le lodi della tristezza. E lo facciamo – ovviamente – cantando canzoni molto tristi».
Quindi la felicità è sopravvalutata?
«Esattamente. E mi rendo anche conto di essere io uno dei principali colpevoli di questo sentimento: si pensa sempre che essere allegri sia meglio che essere tristi, per cui ci sono teatri pieni di gente che ride, mentre è difficile pensare a un teatro pieno di gente che piange. D’altra parte, in genere si tende a contenere la propria tristezza, mentre invece quando uno ride, ride».
Un elemento fondamentale dello spettacolo è certamente la musica: come l’avete scelta? Avete fatto una scelta in base a un principio, o è stata un’ispirazione del momento?
«No, abbiamo seguito un principio, anzi, meglio, ci siamo attenuti a due criteri fondamentali, ovvero la bellezza e la tristezza. Per cui sono canzoni bellissime e molto tristi».
Che ruolo ha adesso il teatro nella sua vita? Preferisce il teatro in questo momento alla musica sul palco come ha sempre fatto con la band oppure si tratta di un momento di pausa tra un concerto e l’altro, in un certo senso?
«Io sto facendo teatro da tantissimi anni ormai, ma in realtà anche l’attività con Le Storie Tese è assimilabile a una rappresentazione teatrale… insomma, non si tratta proprio di canzoni e basta, no? Io mi sento sempre lì a metà fra le due cose: in realtà a me piace moltissimo il teatro come luogo, nel senso che è il è il posto che dal punto di vista dell’acustica dà le soddisfazioni maggiori. Il fatto è che sono un po’ stufo di suonare nei palasport o in altri luoghi dove si sente male, sia noi sul palcoscenico che il pubblico, mentre invece in teatro c’è un ascolto sempre ottimo. Inoltre, il pubblico è lì vicino, in teatro riesco a interagire con gli spettatori, cosa che per me è molto importante, quindi io da tanti anni ormai privilegio l’attività teatrale – nel senso di quella svolta in teatro».
Giovedì tornerà ad esibirsi in Ticino - dopo esserci stato già molte volte nel corso degli ultimi trent’anni - questa volta a Bellinzona: ritiene di avere un rapporto particolare con la Svizzera, con il Ticino?
«Personalmente io la vedo così: voi siete soddisfatti di noi tanto quanto noi siamo soddisfatti di voi (ride– ndr), nel senso che il pubblico svizzero fin dagli esordi ci ha sempre accolti con entusiasmo e ci ha sempre tributato una grandissima attenzione, per cui torniamo e anche io personalmente, torno sempre molto volentieri».
