«La vastità del suo catalogo dimostra che Haydn era tutt’altro che indolente»

Il dolce far niente, la sottile arte della pigrizia e dell’indolenza, l’elogio dell’ozio che ci rammenta estimatori che vanno da Seneca a Plinio e Cicerone fino a Russell e Stevenson, per non parlare di Rossini, è il titolo di uno dei concerti più singolari di classicAscona: quello che stasera nella Chiesa di San Francesco a Locarno (ore 19.30) terrà il Giardino Armonico diretto da Giovanni Antonini, tappa dell’integrale live/discografica di tutte le Sinfonie di Haydn che si completerà nel 2032, a tre secoli dalla nascita del compositore.
La locandina – incastrata in una tournée che tocca Vienna, Basilea e Neumarkt – ruota intorno a quella «dolcezza del non far nulla» (denunciata alla reggia di Esterházy in una lettera del Kapellmeister Werner) che pure non è imputabile al sommo Haydn, vista la montagna di partiture di cui è costellato il suo catalogo. Eppure, la fragrante leggerezza dell’essere pigri sfiora la giovanile Sinfonia n. 21, disposta nel concerto odierno prima della Sinfonia für Spanien e della più tempestosa n. 51, oltre al ben noto Concerto in do maggiore affidato alla violoncellista Sol Gabetta, fedele collaboratrice del gruppo di Antonini (fondato a Milano nell’85) che resta un marchio blasonato nella musica antica.
Antonini, che tipo di geniale indolenza si può individuare in Haydn, tale da giustificare il titolo?
«Al di là di questa capziosa lettera di Werner che accusa falsamente Haydn di essere pigro e indolente, l’enormità del suo catalogo ci dimostra l’opposto, si pensi alla montagna di sinfonie, musica sacra, da camera e d’opera scritta. Certo, vi è una beata piacevolezza che aleggia soprattutto negli anni giovanili, ma a volte questa componente nasconde vistosi cambi di umore che modificano l’atmosfera generale».
Alla luce di questa corposa integrale che in ottobre giungerà al ventesimo CD, che immagine di Haydn sta emergendo? Come risuona il suo universo poetico-musicale?
«Quello di Haydn è un mondo fortemente variegato, ricchissimo, che alterna la piacevolezza al pathos, la comicità e l’ironia al dramma puro. Un arcipelago meraviglioso di atteggiamenti espressivi ed emozioni».
Da interprete come si interviene?
«Io resto fedele alla teoria degli affetti barocca, cercando sempre di focalizzare il taglio drammatico e l’identità di ogni movimento. Per me l’interprete deve essere come un attore (peraltro anche Couperin nelle sue Pièces de clavecin faceva qualcosa di simile) e proprio in Haydn ci sono Minuetti che sembrano micro-scene comiche e Adagi molto lunghi che al contrario vanno eseguiti in pianissimo, creando un gioco di luci introspettivo. Insomma, è musica che ha un impianto narrativo estremamente chiaro: a detta del primo biografo, Giuseppe Carpani, Haydn immaginava delle storie vere e proprie con tanto di personaggi, prima di tradurre tutto in musica».
Stasera ci sarà un’inedita Sinfonia spagnola. Cos’è?
«Un pezzo scoperto e pubblicato intorno al 1990, poi riedito nel 2013 come parte dell’edizione completa di Haydn per la Henle Verlag. Haydn accosta i primi due movimenti di un’ouverture a un Minuetto e a un finale Prestissimo, il tutto conservato nella Biblioteca di Stato di Berlino. È un’opera frammentaria, ma se dovessimo attribuire un certo grado di indipendenza, le Sinfonie di Haydn non sono più 107, ma diventano 108».
Anche quest’oggi al suo fianco ci sarà Sol Gabetta, con cui avete realizzato tanti progetti insieme…
«Ci conosciamo da anni e in ottobre suoneremo anche in Giappone il Concerto di Schumann, che è uno dei suoi cavalli di battaglia come Haydn. Con lei c’è una grande assonanza musicale e un rapporto molto amichevole. E poi è una musicista curiosa, aperta a tutta la discussione sugli strumenti originali».
Nel DNA del vostro Giardino Armonico resta l’appellativo di enfants terribles (formulato da Harnoncourt) che ben traduce il vostro stile: grande cura dinamica, fantasia nelle diminuzioni, spettacolarità dei crescendo e un’energia che da sola giustificherebbe l’etichetta di ba-rock. Cosa ricorda del debutto milanese?
«Ho a mente gli umori di quella fatidica data, 30 ottobre 1985 nella Chiesa di San Maurizio. L’emozione fu tale che, giorni prima, mi venne addirittura la febbre. Solo all’idea di suonare il flauto barocco in questo luogo leggendario dove si ascoltavano i pionieri della nascente rilettura filologica, dal Musica Antiqua Köln a Bijlsma, Brüggen e Jordi Savall. Io non avevo che vent’anni».
Secondo lei, quanto c’è ancora da scavare fra biblioteche e raccolte per scoprire nuovi tesori?
«Oggi si fanno tante esecuzioni, ma rispetto a quarant’anni fa il pubblico è molto più restio a godere delle novità: fatica ad uscire dal déjà vu che nel Settecento è rappresentato dalla solida triade, Bach, Vivaldi e Telemann. Noi ci abbiamo provato in parecchie occasioni, ma è stata dura convincere i discografici a fare ad esempio un CD tutto su Locatelli. Ci hanno espresso molte perplessità. Certo che se saltasse fuori il manoscritto monteverdiano dell’Arianna, saremmo tutti contenti».