«Luigi Cherubini è stato un’ispirazione per tanti musicisti»

Nel 1970 Philippe Herreweghe ha fondato il Collegium Vocale nella sua città natale, Gand, seguito vent’anni dopo dall’Orchestre des Champs-Elysées, ensemble entrambi di grande rinomanza di cui è ancora oggi direttore artistico e assieme ai quali sarà ospite domani (ore 20.00) del LAC con un programma nel quale, accanto alla sinfonia n. 3 Eroica di Beethoven c’è un capolavoro della musica sacra, il Requiem in do minore di Luigi Cherubini, compositore amato dai musicisti, a partire da Beethoven che non fece mistero di ammirare quel severo collega fiorentino trapiantato a Parigi, dove passò rispettato per l’autorità musicale accoppiata al rigore morale dall’Ancien Régime alla Rivoluzione alla Restaurazione.
Solo dieci anni separano l’Eroica di Beethoven dal Requiem in do minore di Cherubini: la sinfonia di Beethoven si conclude con una marcia funebre in memoria dell’illusione napoleonica; il Requiem di Cherubini è scritto in suffragio del ghigliottinato Luigi XVI. Sembra che un cerchio si chiuda.
«Come sappiamo, l’Eroica stessa rappresenta un segno di trasformazione, dato che Beethoven modificò l’iscrizione sul manoscritto dopo aver appreso dell’auto-incoronazione di Napoleone. Considerando ciò, l’accoglienza della marcia funebre nell’Eroica può essere interpretata come un addio all’idea originaria della Rivoluzione francese. Il Requiem, d’altro canto, potrebbe essere inteso come la ricerca dell’ordine in relazione a Luigi XVI e alla restaurazione della monarchia».
Il Requiem e le Messe di Cherubini furono profondamente apprezzate da alcuni dei maggiori direttori d’orchestra italiani (Toscanini, Giulini, Gui, Markevitch che visse molti anni a Firenze durante la guerra, Muti), un riconoscimento meno diffuso in Francia, come mai?
«Nel genere del Requiem, quest’opera è sempre stata oscurata dalle analoghe composizioni di Mozart, Verdi o Brahms. Solo chi legge la partitura e si sforza di comprendere a fondo il testo musicale può cogliere l’influenza che quest’opera ebbe, ad esempio, su Verdi, che la definì «il più grande Requiem mai scritto». Questa influenza si percepisce soprattutto nella profonda connessione esistente tra la musica e il suo testo».

Quando e perché si è interessato a questo grande e austero capolavoro. Inoltre le interessano anche altre opere di Cherubini?
«Ho iniziato a studiare le opere di Cherubini piuttosto tardi e, naturalmente, sarebbe interessante presentare le sue opere liriche a un pubblico più ampio. Vedremo se un giorno se ne presenterà l’occasione».
Secondo lei perché la musica di Cherubini è così poco conosciuta, considerando la sua enorme qualità e importanza storica?
«Credo che le sue opere liriche siano passate di moda a un certo punto perché il pubblico era più interessato al Belcanto che ad altri generi, compresa l’opera-comique. Tuttavia, non bisogna sottovalutare l’importanza l’influenza che le composizioni di Cherubini hanno esercitato su molti compositori».
Tanti compositori tedeschi apprezzavano Cherubini e i suoi Requiem (Schumann, Brahms), e persino Berlioz lo ascoltava con attenzione?
«È vero. E probabilmente per le stesse ragioni per cui lo apprezziamo noi oggi:per la forza delle voci, i colori, la generale concentrazione interiore che influenza la forza non attraverso il volume, ma attraverso la struttura».
È noto che Beethoven ammirasse Cherubini: a suo avviso per quali ragioni?
«Credo per il colore, l’incorporazione delle idee nella musica e il pensiero politico. Tanto che Beethoven desiderava che il suo Requiem fosse eseguito al suo funerale».
Viviamo in tempore belli, come avrebbe detto Haydn e il concerto di domani al LAC sembra guidato da un programma ben preciso...
«Potrebbe sembrarlo ma non è così: abbiamo creato questo accoppiamento solo per la comprensione di questa musica, per la sua bellezza e le sue connessioni storiche».
