Motta: «Sono sempre alla ricerca di quello che non so fare»

Francesco Motta, in arte Motta, è uno dei cantautori più interessanti ed eclettici del panorama italiano recente. La sua carriera, cominciata 20 anni fa con il gruppo punk-new wave Criminal Jokers e proseguita poi come solista (a partire dal 2016) è costellata da una lunga serie di collaborazioni prestigiose, successi e premi conquistati – dal Premio Lunezia Elite alla Targa Tenco – grazie alla qualità della sua proposta musicale e testuale. Domani sera sarà al Boschetto del Parco Ciani (ore 21.30, dopo l’apertura di Mille alle 20.00) nel contesto del ROAM Festival, con un concerto dove sarà solo sul palco con il suo pianoforte. L’abbiamo incontrato.
È attualmente in tour e sarà qui a Lugano domani sera ad esibirsi in occasione del decennale del suo debutto quale solista; dieci anni nei quali è cambiata la musica in generale e anche la sua…
«In realtà Lugano è una parentesi in cui riprendo questo format di concerto solo voce e pianoforte che ho iniziato a fare l’anno scorso quindi non farò necessariamente tutti i brani de La fine dei vent’anni – anche se ne farò molti –, ma farò anche altre cose. Insomma, sarà un concerto particolare, che si discosta da quelli con la band; un concerto di cui sono molto fiero, tra l’altro, perché mi sono messo l’anno scorso a studiare tanto per prepararlo visto che essere da solo con un pianoforte è una grandissima responsabilità».
In questo decennio quanto si sente cambiato come musicista e come persona?
«Come musicista, per certi versi mi sono impegnato per continuare a cercare di cambiare idea sulle cose, nel senso di non adagiarmi su ciò che col tempo inizia a venirmi “facile” perché personalmente sento che devo essere sempre “alimentato” da quello che sulla carta non so fare benissimo, mantenendo una sfida aperta. Questo progetto di piano solo è un grandissimo esempio, per l’appunto perché fino a dieci anni fa non avrei mai pensato di riuscire ad avere il coraggio di fare un concerto del genere. C’era una sorta di terrore perché il pianoforte per me rispecchia tante cose, è stato il primo strumento che ho suonato, e poi per me il live è sempre stato con la band, eccetera. Quindi questo è proprio un tipico esempio di una cosa che dieci anni fa non avrei mai pensato di fare. Insomma, più avanti vado e più mi accorgo che alcune cose inizio a saperle fare e quindi vado sempre a cercare quello che sulla carta non so fare bene, e la mia musica cambia di conseguenza. Penso che la fine dei trent’anni, anche grazie al tour che stiamo facendo nei 10 anni de La fine dei vent’anni, mi stia portando a una sorta di sintesi che, devo dire, mi sembra abbastanza equilibrata in questo momento, anche col fatto che sto lavorando a disco nuovo, sento che c’è un ritorno a delle cose che facevo prima con un altro punto di vista».
Ha citato il disco nuovo: non posso non chiederle a che punto è la lavorazione...
«Sono quattro anni che ci lavoro, ci sono tante canzoni e inizio a entrare in quella fase in cui sono molto contento di riascoltare le cose. So che c’è ancora del lavoro da fare, ma sento di essermi conquistato la libertà di poter aspettare di decidere quando farlo uscire in relazione a quando sarà pronto e non il contrario».
Lei è cantautore, è partito con una band (i Criminal Jokers – ndr), continua a suonare in altre band, ha collaborazioni con grandi nomi, compone colonne sonore: ha molte anime musicali, insomma. Come si rapporta con ognuna di esse? Ce n’è una che preferisce o sono tutte ugualmente interessanti?
«Per quanto mi riguarda le varie anime si parlano tra di loro. Sto capendo col tempo che c’è una parte di me che dà una mano all’altra, perché, diciamo, il lavoro delle colonne sonore (ha scritto le colonne sonore per diversi film, tra i quali La terra dei figli di Claudio Cupellini e The Cage–Nella Gabbia di Massimiliano Zanin – ndr) si basa proprio sul fatto di lavorare con la musica a un racconto, e lo stesso vale per una canzone, che è essa stessa un racconto. Quindi quello che dovrebbe fare un arrangiamento di una canzone è rispettare quel racconto, quale che sia, che alla fine è la cosa più importante. E poi il racconto può anche essere dentro alla musica, senza un testo. Mi viene in mente il Bolero di Ravel: non ha delle parole, ma nello stesso tempo è una storia, un racconto a tutti gli effetti. Ecco, quella cosa lì è il punto di incontro fra le due anime, quella di compositore e quella di scrittore di canzoni».
A proposito di colonne sonore, lei ha un forte rapporto con l’immagine, col cinema, anche grazie agli studi che ha fatto (ha studiato composizione per film presso il Centro sperimentale di cinematografia di Roma, ndr): pensa che prima o poi vorrà cimentarsi anche nella scrittura di un film e nella regia?
«Non esageriamo… è vero che nella vita non si sa mai, però per come vedo le cose non mi sento assolutamente in grado in questo momento di “rubare” il lavoro a chi lo sa fare molto meglio di me, ecco. Poi è vero che a volte riguardo all’aspetto visivo dei video c’è una parte di me che ha voglia di dire la sua, ma alla fine se ci penso i video che secondo me sono venuti meglio sono quelli dove c’era qualcuno che aveva voglia di farmi cambiare idea sulle cose».
Come musicista, qual è il suo rapporto con la tecnologia? Siamo in tempo di streaming, social, intelligenza artificiale, cose insomma di cui oggi si parla moltissimo. Cosa ne pensa?
«Penso che l’intelligenza artificiale possa essere molto interessante come mezzo per velocizzare processi particolarmente macchinosi, nello stesso modo in cui per esempio sono cambiati i programmi musicali rispetto a 15 anni fa; dal punto di vista esecutivo penso che possa dare una grande mano, per la parte che richiede meno creatività diciamo. Per quanto riguarda i social, invece, non penso che abbiano a che fare con la musica, sinceramente, per cui è proprio un altro discorso, secondo me».
Lei vanta tantissime collaborazioni molto interessanti nella sua carriera: è lei che le sceglie o sono loro che la «scelgono», per così dire?
«Per lo più sono capitate, direi. Io non mi reputo assolutamente un bravo turnista; ciò nonostante, ho avuto la fortuna di collaborare solo con gente che mi piaceva. E forse sono stato in grado di farlo proprio perché mi piacevano: da una parte sono persone che hanno degli aspetti comuni con la mia visione della musica, dall’altra proprio il fatto che ci fossero delle differenze tra noi mi ha portato a interessarmi. È come la sensazione di quando vai a fare un viaggio in un posto che non conosci: lo so che sembrerà strano dirlo in questi tempi, ma trovo molto più interesse a cercare di avvicinarmi a qualcosa che è diverso da me rispetto che a quello che mi è già familiare. Quindi, sicuramente c’è un fil rouge rispetto a un’idea macroscopica della musica che mi avvicina a queste persone, ma soprattutto c’è il fatto che facciamo delle cose diverse».
