Musica

Pippo Pollina «L’affratellamento delle culture è il vero sentimento europeistico»

In un epoca di musica sintetica, il cantautore zurighese se ne esce con un disco profondamente politico, «Fra guerra e pace», distribuito solo in formato fisico e con un lungo tour transnazionale di successo, intitolato «La vita è bella così com’è» – Domani, alle 20.45, si esibirà sul palco del Teatro Sociale di Bellinzona – Lo abbiamo intervistato
Il cantautore zurighese, ma siciliano di origine, Pippo Pollina e il quartetto con cui si esibirà domani a Bellinzona.
Sandro Neri
26.02.2026 06:00

Si potrebbe definirlo “L’ultimo dei Mohicani”. Perché in un'epoca di musica sintetica, nella quale anche i cantautori più storici sembrano aver messo da parte l’impegno, in cui ogni uscita discografica si riconduce ai soliti rigidi schemi, lui se ne esce con un disco profondamente politico, Fra guerra e pace, distribuito solo in formato fisico e con un lungo tour transnazionale di successo, intitolato La vita è bella così com’è in cui predominano le atmosfere acustiche, pacate, riflessive. Tour che porterà il cantautore zurighese di origini siciliane Pippo Pollina (è di lui che stiamo parlando) anche in Ticino, al Teatro Sociale di Bellinzona, dove si esibirà domani alle 20.45.

Partiamo dall’album Guerra e Pace, che è decisamente diverso rispetto alle produzioni attuali (non è distribuito sulle piattaforme, riduce al minimo l’apporto della tecnologia e, soprattutto, affronta tematiche forti e chiaramente politiche): quanto questo suo suo essere controcorrente è dovuto al fatto che la sua musica, pur da cantautore italofono, non è prodotta in Italia bensì in Svizzera?
«Questo modo di agire può essere intrapreso da chiunque e dovunque, se si ha un pubblico di riferimento, che ti capisce, che comprende le tue scelte. Purtroppo l’Italia è un Paese che più di altri è stato manipolato da quella cultura del potere che negli ultimi 30-40 anni ha formato e modellato le generazioni in relazione a ciò che voleva. La musica, insomma, è stata uno degli agnelli sacrificali sull’altare della commercializzazione di tutta la nostra vita. E quindi oggi è difficile operare scelte artistiche come la mia in Italia, per il semplice fatto che l’utenza non è abituata al fatto che si possano fare scelte artistiche diverse dal mainstream: nella musica come nella vita. In Svizzera, pur con delle difficoltà, la situazione è migliore perché non c’è stato il tentativo – riuscito, come in Italia – di fagocitare tutto in nome del business ma si è riusciti a conservare delle zone protette all’interno delle quali provare percorsi artistici originali. Cosa che ho provato a fare sin dagli inizi, trovando fortunatamente un pubblico che ha creduto in questo tipo di approccio e negli anni mi ha seguito. Ecco, se c’è un pubblico educato, che ti sostiene anche quando fai delle scelte difficili, allora è possibile che i tuoi progetti vadano in porto e tu possa affrancarti dai potentati che ti impongono le loro scelte e ti manipolano senza che tu te ne renda conto».

Una delle sue caratteristiche è quella di esprimersi in italiano, pur esibendosi in massima parte per un pubblico non italofono: è stato difficile, negli anni, portare avanti questa filosofia?
«È stato difficile: ma ce l’ho fatta grazie alla decisione di imparare altre lingue – il tedesco, il francese, l’inglese e lo spagnolo – cosicché quando mi esibisco in questi Paesi non mi limito, come tanti artisti italiani, a dire solo due parole e a cantare una canzone dopo l’altra senza intraprendere alcun tipo di rapporto con la cultura che stanno visitando. Il mio approccio è totalmente diverso: io vado, parlo con il pubblico nella sua lingua, racconto delle mie canzoni nella sua lingua, creo subito un ponte, una relazione e quindi la gente che viene ai miei concerti è più pronta a recepire la mia musica e il suo messaggio ed è più conscia del fatto che l’europeismo consiste proprio nell’affratellamento delle culture, non è soltanto una questione economica, di scambi commerciali. È sentirsi interpreti del destino altrui attraverso un processo di conoscenza della cultura e della storia dell’altro».

Il disco alla base del concerto che terrà  a Bellinzona è, oltre che molto politico, pervaso da una visione malinconica della realtà…
«Quando si parla di guerra e pace, di un periodo storico quale quello che viviamo da 4-5 anni a questa parte in cui riscopriamo la realtà terribile del conflitto come espressione fra i popoli, allora ci rendiamo contro che qualcosa è andato storto. E quindi cosa fa l’arte? Fa finta di niente, si volta dall’altra parte? Continua intrattenere e basta, come è stato negli ultimi 40 anni? L’arte non è nata per questo motivo, per intrattenere. L’arte non è intrattenimento, è cultura, è un’altra cosa. E la cultura ha il dovere di sporcarsi le mani. Bisogna smetterla con questa idea che la musica è qualcosa che deve servire da sottofondo quando si va in aeroporto o in una boutique a comperare qualcosa. La musica ha bisogno di ascolto, di dedizione, di esclusività, ha bisogno di comprensione, di conoscenza . E tutto questo costa tempo, impegno. Ma perché ci siamo al mondo? Solo per prendere un po’ di sole al mare? Non credo che la vita sia questa, non ci ho mai creduto, Per cui io continuo a fare dischi dove porgo determinati argomenti sul piatto e cerco di elaborarli attraverso un’operazione musicale che abbia una certa sostanza lirica e poetica. Io ci credo».

Nell’album lei pone l’accento in particolare sui due conflitti che ci riguardano da vicino, l’Ucraina e la Palestina.
«Queste sono due situazioni che coinvolgono le superpotenze e che potrebbero dare il via ad un effetto domino dagli esiti catastrofici. Ci sono, è vero, anche altri conflitti regionali che producono tantissime vittime di cui noi in Europa poco sappiamo, ma questi due non solo ci vedono da vicino ma hanno quelle caratteristiche per provocare effetti come quelli verificatisi nel passato – mi riferisco alle due guerre mondiali – che sembravano coinvolgere solo poche persone ma invece  sono deflagrati».

Tra guerra e pace è un disco importante nella sua carriera anche per un altro motivo: per la prima volta, in una canzone, La notte dei cristalli, lei canta assieme ai suoi due figli, i cantautori Faber (da anni apprezzato solista nell’area germanofona) e Madlaina Pollina (co-leader dell’ensemble folk-pop Steiner & Madlaina). A proposito lo pseudonimo scelto da suo figlio è un omaggio a De André?
«Niente affatto (ride): quando lui scelse di farsi chiamare lo fece in omaggio allo scrittore Max Frisch, di cui è un grande estimatore. In quel periodo aveva appena letto il suo libro Homo Faber rimanendo affascinato dalla figura del suo protagonista, Walter Faber appunto, tanto da decidere di farsi chiamare come lui. All’epoca lo avvertii che in Italia quel nome era già occupato da una figura importante. Lui mi rispose che lui cantava in tedesco, che non lo avrebbe mai fatto in italiano e che dunque per lui non sussisteva alcun problema. Invece è rimasto fregato: nell’ultimo disco ha scritto 4-5 canzoni in italiano che hanno cominciato a girare anche in Italia, creandogli qualche problema per il suo pseudonimo. Comunque l’aver per la prima volta potuto cantare con i miei figli è un motivo di grande felicità: sono felice per loro, felice del fatto che hanno scelto un percorso artistico che è loro congeniale, felice di avere suggerito, direttamente o indirettamente, la possibilità che questa strada è percorribile. Ed è bellissimo quando ci si incontra: ciascuno di noi canta le sue canzoni, raccontandoci dei progetti che abbiamo. È una cosa molto bella. Comunque per adesso si tratta di una collaborazione estemporanea. Non c’è infatti l’idea di un progetto artistico comune. Non è né nella testa né nelle intenzioni dei miei figli».

Canzoni d'impegno in un clima acustico

La tappa bellinzonese di domani del tour «La vita è bella così com’è» di Pippo Pollina fa parte di un lungo ciclo di concerti, oltre un centinaio, molti dei quali «sold out» che il cantautore italo-svizzero Pippo Pollina ha intrapreso tra Svizzera, Austria, Germania e Italia a seguito della pubblicazione dell’album «Fra guerra e pace». Un album in cui affronta tematiche importanti, come testimoniano i titoli di alcune canzoni («La notte dei cristalli», «Free Palestina», «Hasta siempre») in un contesto prevalentemente acustico che verrà riproposto anche sul palco. Info: www.teatrosociale.ch