Pippo Pollina «L’affratellamento delle culture è il vero sentimento europeistico»

Si potrebbe definirlo “L’ultimo dei Mohicani”. Perché in un'epoca di musica sintetica, nella quale anche i cantautori più storici sembrano aver messo da parte l’impegno, in cui ogni uscita discografica si riconduce ai soliti rigidi schemi, lui se ne esce con un disco profondamente politico, Fra guerra e pace, distribuito solo in formato fisico e con un lungo tour transnazionale di successo, intitolato La vita è bella così com’è in cui predominano le atmosfere acustiche, pacate, riflessive. Tour che porterà il cantautore zurighese di origini siciliane Pippo Pollina (è di lui che stiamo parlando) anche in Ticino, al Teatro Sociale di Bellinzona, dove si esibirà domani alle 20.45.
Partiamo dall’album Guerra e Pace, che è
decisamente diverso rispetto alle produzioni attuali (non è distribuito sulle
piattaforme, riduce al minimo l’apporto della tecnologia e, soprattutto,
affronta tematiche forti e chiaramente politiche): quanto questo suo suo essere
controcorrente è dovuto al fatto che la sua musica, pur da cantautore
italofono, non è prodotta in Italia bensì in Svizzera?
«Questo modo di agire può essere intrapreso da chiunque e dovunque, se si
ha un pubblico di riferimento, che ti capisce, che comprende le tue scelte.
Purtroppo l’Italia è un Paese che più di altri è stato manipolato da quella
cultura del potere che negli ultimi 30-40 anni ha formato e modellato le
generazioni in relazione a ciò che voleva. La musica, insomma, è stata uno
degli agnelli sacrificali sull’altare della commercializzazione di tutta la
nostra vita. E quindi oggi è difficile operare scelte artistiche come la mia in
Italia, per il semplice fatto che l’utenza non è abituata al fatto che si
possano fare scelte artistiche diverse dal mainstream: nella musica come nella
vita. In Svizzera, pur con delle difficoltà, la situazione è migliore perché
non c’è stato il tentativo – riuscito, come in Italia – di fagocitare tutto in
nome del business ma si è riusciti a conservare delle zone protette all’interno
delle quali provare percorsi artistici originali. Cosa che ho provato a fare
sin dagli inizi, trovando fortunatamente un pubblico che ha creduto in questo tipo
di approccio e negli anni mi ha seguito. Ecco, se c’è un pubblico educato, che
ti sostiene anche quando fai delle scelte difficili, allora è possibile che i
tuoi progetti vadano in porto e tu possa affrancarti dai potentati che ti
impongono le loro scelte e ti manipolano senza che tu te ne renda conto».
Una delle sue caratteristiche è quella di esprimersi in
italiano, pur esibendosi in massima parte per un pubblico non italofono: è
stato difficile, negli anni, portare avanti questa filosofia?
«È stato difficile: ma ce l’ho fatta grazie alla
decisione di imparare altre lingue – il tedesco, il francese, l’inglese e lo
spagnolo – cosicché quando mi esibisco in questi Paesi non mi limito, come
tanti artisti italiani, a dire solo due parole e a cantare una canzone
dopo l’altra senza intraprendere alcun tipo di rapporto con la cultura che
stanno visitando. Il mio approccio è totalmente diverso: io vado, parlo con il
pubblico nella sua lingua, racconto delle mie canzoni nella sua lingua, creo subito
un ponte, una relazione e quindi la gente che viene ai miei concerti è più
pronta a recepire la mia musica e il suo messaggio ed è più conscia del fatto
che l’europeismo consiste proprio nell’affratellamento delle culture, non è
soltanto una questione economica, di scambi commerciali. È sentirsi interpreti
del destino altrui attraverso un processo di conoscenza della cultura e della
storia dell’altro».
Il disco alla base del concerto che terrà a Bellinzona è, oltre che
molto politico, pervaso da una visione malinconica della realtà…
«Quando si parla di guerra e pace, di un periodo
storico quale quello che viviamo da 4-5 anni a questa parte in cui riscopriamo
la realtà terribile del conflitto come espressione fra i popoli, allora ci
rendiamo contro che qualcosa è andato storto. E quindi cosa fa l’arte? Fa finta
di niente, si volta dall’altra parte? Continua intrattenere e basta, come è
stato negli ultimi 40 anni? L’arte non è nata per questo motivo, per
intrattenere. L’arte non è intrattenimento, è cultura, è un’altra cosa. E la
cultura ha il dovere di sporcarsi le mani. Bisogna smetterla con questa idea
che la musica è qualcosa che deve servire da sottofondo quando si va in
aeroporto o in una boutique a comperare qualcosa. La musica ha bisogno di
ascolto, di dedizione, di esclusività, ha bisogno di comprensione, di
conoscenza . E tutto questo costa tempo, impegno. Ma perché ci siamo al
mondo? Solo per prendere un po’ di sole al mare? Non credo che la vita sia
questa, non ci ho mai creduto, Per cui io continuo a fare dischi dove porgo determinati
argomenti sul piatto e cerco di elaborarli attraverso un’operazione musicale
che abbia una certa sostanza lirica e poetica. Io ci credo».
Nell’album lei pone l’accento in particolare sui due conflitti che ci
riguardano da vicino, l’Ucraina e la Palestina.
«Queste sono due situazioni che coinvolgono le
superpotenze e che potrebbero dare il via ad un effetto domino dagli esiti
catastrofici. Ci sono, è vero, anche altri conflitti regionali che producono
tantissime vittime di cui noi in Europa poco sappiamo, ma questi due non solo
ci vedono da vicino ma hanno quelle caratteristiche per provocare effetti come
quelli verificatisi nel passato – mi riferisco alle due guerre mondiali – che
sembravano coinvolgere solo poche persone ma invece sono deflagrati».
Tra guerra e pace è un disco importante
nella sua carriera anche per un altro motivo: per la prima volta, in una
canzone, La notte dei cristalli, lei canta assieme ai suoi due figli, i
cantautori Faber (da anni apprezzato solista nell’area germanofona) e Madlaina
Pollina (co-leader dell’ensemble folk-pop Steiner & Madlaina). A proposito
lo pseudonimo scelto da suo figlio è un omaggio a De André?
«Niente affatto
(ride): quando lui scelse di farsi chiamare lo fece in omaggio allo scrittore
Max Frisch, di cui è un grande estimatore. In quel periodo aveva appena letto
il suo libro Homo Faber rimanendo affascinato dalla figura del suo
protagonista, Walter Faber appunto, tanto da decidere di farsi chiamare
come lui. All’epoca lo avvertii che in Italia quel nome era già occupato da una
figura importante. Lui mi rispose che lui cantava in tedesco, che non lo
avrebbe mai fatto in italiano e che dunque per lui non sussisteva alcun
problema. Invece è rimasto fregato: nell’ultimo disco ha scritto 4-5 canzoni in
italiano che hanno cominciato a girare anche in Italia, creandogli qualche
problema per il suo pseudonimo. Comunque l’aver per la prima volta potuto cantare
con i miei figli è un motivo di grande felicità: sono felice per loro, felice
del fatto che hanno scelto un percorso artistico che è loro congeniale, felice
di avere suggerito, direttamente o indirettamente, la possibilità che questa
strada è percorribile. Ed è bellissimo quando ci si incontra: ciascuno di
noi canta le sue canzoni, raccontandoci dei progetti che abbiamo. È
una cosa molto bella. Comunque per adesso si tratta di una collaborazione
estemporanea. Non c’è infatti l’idea di un progetto artistico comune. Non è
né nella testa né nelle intenzioni dei miei figli».