Sanremo, che fastidio! Ditonellapiaga contro i benpensanti: «Un calcio in faccia alla società»

Qualche giorno prima di salire sul palco dell’Festival di Sanremo, Ditonellapiaga ci aveva raccontato un dettaglio che allora sembrava solo un aneddoto divertente: «Ho preso la patente ieri. Stavo quasi per venire in macchina, tutta gasata… poi sono arrivati i ragazzi con il pullman dietro e mi sono resa conto che forse era meglio non fare esperimenti».
Detto così, era il racconto di un piccolo traguardo appena conquistato. Riascoltato dopo la prima serata, suona quasi come una metafora involontaria: una patente fresca in tasca e subito una strada enorme davanti. Perché all’Ariston, tra le trenta esibizioni, «Che fastidio!» è stata una di quelle che hanno staccato il gruppo. In sala stampa il suo nome ha iniziato a circolare già dai primi preascolti, tra chi parlava di sorpresa e chi, più prudentemente, di possibile outsider destinata a diventare qualcosa di più. Se il Festival cercava un elemento capace di rompere l’uniformità della sequenza, lo ha trovato lì.
Il brano è costruito come una lista ironica e ritmica di irritazioni collettive: «La moda di Milano (che fastidio!), lo snob romano (che fastidio!), il politico italiano (che fastidio!)». Un catalogo di cliché sociali che, nell’arrangiamento orchestrale, perde la dimensione puramente elettronica e acquista una teatralità più ampia. Ascoltandolo dal vivo, la sensazione è quella di trovarsi davanti a un’evoluzione contemporanea di Nuntereggae più, il classico di Rino Gaetano: stessa scansione ironica, stessa enumerazione corrosiva, ma con un linguaggio sonoro moderno, più stratificato, meno cantautorale in senso stretto e più pop consapevole.
Quando il Corriere del Ticino le ha chiesto se quel riferimento fosse intenzionale, la risposta è stata netta: «Sono onesta: non è stata un’ispirazione. Però quando me l’hanno fatto notare sono stata contenta. Me l’ha detto anche Donatella Rettore… che per lei è una sorta di lezione 2.0 di quel brano. Ci sono delle somiglianze e sono felice che le abbiate notate».
Alla vigilia non parlava come chi sente di avere in mano una carta vincente. «Sono stranamente molto concentrata. Questo non è strano… è strano che sia tranquilla. Però sono molto contenta. Molto grata di avere la possibilità di essere su questo palco con un brano come quello che ho scritto».
Le chiediamo cosa significhi portare proprio «Che fastidio!» a Sanremo. «Non mi aspettavo che sarebbe stato all’Ariston quest’anno. O forse in generale. È un brano che volevo fosse ascoltato. E mai mi sarei aspettata di vederlo suonato da un’orchestra».
Sull’orchestra insiste più volte, quasi sorpresa lei stessa dal risultato: «Sembrava così elettronico… costruire una partitura d’orchestra non è affatto facile. Quando lo sento suonato così mi dà una forza diversa. Lo porta lontano dalla sua natura originaria, ma me ne esalta l’energia. È stato fatto un lavoro davvero importante».
Il nodo centrale, però, resta identitario. «Questo pezzo rispecchia al 100% la mia identità musicale e contenutistica. Nei concerti che faccio non c’è altro. Non mi sono snaturata per essere più adatta al contesto». È un punto che rivendica con decisione, quasi fosse la condizione non negoziabile della sua presenza in gara.
Ma da dove nasce davvero il brano? «Da uno sfogo. Dopo una discussione sul mio futuro discografico. Il percorso è un po’ difficile, perché mi sento sempre fuori posto: sempre troppo pop per l’underground, sempre troppo alternativa per il mainstream. Questo non avere una casa è un problema, ma io lo vedo come una virtù».
E aggiunge: «Quando le strade diventano due, io ho scelto con grande fatica di costruirmene una terza. Di esserci, ma in modo chiaro nei miei intenti. Questo pezzo è la mia strada. È una cosa che mi posso portare dietro anche se non dovesse piacere a tutti».
Nel testo l’elenco di fastidi è lungo, ma il tono non è mai rancoroso. «Vorrei che non venisse presa come arroganza o cattiveria. È un brano estremamente simpatico. È come quel parente che vedi a Natale: ti dà fastidio, però gli vuoi bene».
E precisa: «Parla del mondo che mi circonda e del modo in cui vivo la socialità. A volte certi rituali ci stanno stretti. Ma io faccio parte di quel mondo. Non sto puntando il dito dall’esterno, mi ci metto dentro».
Sulle aspettative nate dopo i preascolti è sincera: «Quando ho letto le pagelle ho pensato fosse un corto circuito. Non mi sembrava verosimile. Ho un po’ d’ansia per questa aspettativa che si è creata».
Poi riflette sul tempo delle canzoni: «Ci sono brani che il primo giorno non ti dicono niente e l’ultimo li canti a squarciagola. Il mio forse è un po’ un calcio in faccia. Magari in un ascolto non arriva subito. Però io volevo godermi questa occasione. Se piace bene, se non piace amen. Almeno so di aver fatto qualcosa che mi rappresenta davvero».
Parlando della preparazione, entra nel dettaglio tecnico: «Io prima di salire ho bisogno dei miei 40 minuti per lavorare sulla voce. Il cantante è uno strumento e va allenato. Spesso si sottovaluta questa cosa. Non puoi pensare di salire su quel palco senza essere al 100%, perché una parte ti viene tagliata di default. È un palco enorme, ti mette a nudo».
E ancora: «È una macchina gigantesca. Tu devi trovare il tuo modo di starci dentro senza perdere te stessa. Io non volevo fare la canzone furba. Potevo farla, ma non mi interessava. Volevo fare una cosa che mi rappresentasse davvero. Se arrivo, arrivo così».
La patente, insomma, è recente. Ma la guida, almeno nella prima curva, è stata sicura. Ora resta da capire se il pubblico confermerà quella sensazione emersa tra i banchi della sala stampa: che la strada di Ditonellapiaga a Sanremo non sia solo una deviazione interessante, ma una corsia credibile verso la vittoria finale.
