L'intervista

Sayf, Sanremo 2026 e l'ipotesi Eurovision: «Capisco chi si espone sulla faccenda palestinese»

Classe 1999, genovese con radici tunisine, Sayf è arrivato tra i Big da outsider e nel giro di pochi giorni ha conquistato il pubblico con «Tu mi piaci tanto»
©ETTORE FERRARI
Matteo Galasso
27.02.2026 11:00

È una delle sorprese più interessanti di questa 76. edizione del Festival di Sanremo. Classe 1999, genovese con radici tunisine, Sayf è arrivato tra i Big da outsider e nel giro di pochi giorni ha conquistato il pubblico con Tu mi piaci tanto. Nella terza serata di giovedì 26 febbraio è entrato nella top 5 provvisoria, confermandosi come uno dei nomi emersi con più forza in queste prime battute del Festival. Ma è anche fuori dal palco che si sta facendo voler bene: nelle ore sanremesi lo si è visto persino servire caffè e cornetti al bar. E stasera, nella serata cover, salirà all’Ariston con Alex Britti e Mario Biondi per reinterpretare Hit the Road Jack. Nonostante l’attenzione e il consenso raccolti, non nasconde l’agitazione di chi si trova per la prima volta davanti al pubblico più vasto della sua carriera. Lo abbiamo intervistato.

Sayf, l’ingresso nella top 5 provvisoria della terza serata ti ha confermato come una delle sorprese di questo Festival. Che effetto ti fa?
«Mi fa piacere che le reazioni siano state così positive e non mi aspettavo tanto successo. E poi, sinceramente, non so se definirei questo pezzo come nazional popolare. Per me è football. Il testo è denso, anche se la melodia resta orecchiabile. Se ti fermi a una prima lettura può sembrare una canzoncina leggera, ma in realtà non lo è».

Nel testo evochi l’Italia attraverso immagini molto precise, come il Mondiale del 2006, e torni più volte sul tuo legame con questo Paese. Che Italia è la tua e quanto contano i ricordi?
«Credo che i ricordi davvero nitidi inizino tra i tre e i quattro anni, forse dai cinque in poi. Dei Mondiali mi è rimasta un’immagine chiarissima e sì, tifavo con trasporto per l’Italia. Quanto al resto, l’Italia ha dinamiche che apprezzo e altre che mi lasciano perplesso: è un Paese spesso disordinato, però rispetto a tanti altri nel mondo continuo a pensare che offra il meglio per qualità della vita, cucina e cultura. È difficile trovarne uno che regga davvero il confronto».

A un certo punto citi Tenco e parli della paura di non essere compreso, mentre ti affacci su un palco così esposto. Al di là della pressione della settimana sanremese, cosa ti spaventa di più?
«Lì ho giocato volutamente, esasperando la mia condizione e tirando in mezzo Tenco per quello che gli è successo. In effetti, questa può essere considerata per me una fase di tirocinio, un esordio nazionale, ed è naturale che ci sia la paura di non essere capito in questa fase. Allo stesso tempo, la pressione e certi ambienti, con tutte le dinamiche che si portano dietro, hanno conseguenze sulla psiche di una persona. Questo è forse il punto più personale della canzone. Detto questo, non è che io abbia paura. Se voglio citare una frase di Vaste, davanti a voi non sarò mai in imbarazzo. Io mentalmente, eticamente, non ho questo imbarazzo. Subisco la pressione, tutto l’ambaradan, l’essere trasportato di qua e di là, però mi sento a posto, tranquillo, a testa alta. Sono contento di quello che faccio e non ho niente da nascondere o di cui vergognarmi o temere».

Il brano mette alla prova anche la voce. Come ti sei preparato e quanto pesa per te l’aspetto vocale rispetto a parole e melodie?
«Sono andato a lezioni di canto. Finora tutto bene. Poi, se nelle prossime serate dovessi steccare, non ne morirò. L’estensione vocale non è il mio pregio di punta, sicuramente. Sono più le parole, magari anche le melodie, ma non l’estensione o la pulizia della voce».

Tra le immagini del testo c’è anche «l’Italia è il Paese che amo», una frase che inevitabilmente suona politica. Perché l’hai inserita?
«È volutamente sarcastica, la uso più come immagine. Ma in quel punto ho evocato varie immagini, c’è anche la canzone di Celentano e poi c’è anche questa. Ci gioco un po’, perché col fatto di essere anche tunisino, secondo me dire che l’Italia è il Paese che amo ha un valore aggiunto. E ci gioco anche dal punto di vista delle frasi non dette: tutto quel retroscena di Berlusconi, aperto o meno, segreto o non segreto. Sono quelle cose sotto il naso di tutti che, alla fine, non vengono mai dette davvero».

Le persone sono tutte uguali, poi vengono divise dall’economia, dai confini, dal lavoro, da una serie di questioni, e finiscono per combattersi senza guadagnarci niente

Nel brano c’è un’immagine che colpisce, un fiore su una camionetta e «ma le botte in piazza e le dimentichiamo». Cosa vuoi dire con questo passaggio?
«È, in generale, un simbolo di non violenza. O, se preferisci, l’idea di dire: va bene, ci mettiamo alle spalle un torto, un trattamento ricevuto, per andare avanti e provare a costruire qualcosa di positivo. Perché, alla fine, il succo è sempre lo stesso: le persone sono tutte uguali, poi vengono divise dall’economia, dai confini, dal lavoro, da una serie di questioni, e finiscono per combattersi senza guadagnarci niente. Il fiore sulla camionetta è un gesto da persona a persona: il manifestante e lo sbirro, probabilmente, sono figli della stessa categoria».

Che posto occupa Genova nella tua storia personale e artistica?
«È fondamentale per me. Mi sta bene, mi piace: è mia madre, non so come dire. È una città viva. Magari è poco conosciuta, nel senso che è poco romanticizzata, poco descritta veramente per quello che è, ma è veramente bella».

Stasera, nella serata cover, porterai Hit the Road Jack con Alex Britti e Mario Biondi. Com’è nata l’idea e cosa ti aspetti da questa esibizione? E, più in generale, come nascono le tue collaborazioni?
«Mario Biondi e Alex Britti sono due colossi, sono due elementi di spicco. Sono contento e li ringrazio che ci siano. L’idea della canzone era già quella, potenzialmente. Poi è successo che è spuntato un video di loro due che suonano insieme e quello ci ha dato lo spunto di chiamarli entrambi. Spero che la reinterpretazione venga bene. Secondo me è divertente, intrattenente. Le collaborazioni nascono spontaneamente, per interesse o stima reciproca. È bello che si mischino vari mondi e visioni diverse».

Negli anni scorsi c’è chi ha portato sul palco un impegno politico e sociale molto esplicito. Tu che rapporto hai con l’idea di esporti, anche alla luce di chi, come Ghali, ha scelto di farlo in modo netto?
«Io rispetto tanto Ghali, lo conosco, gli voglio bene, e rispetto tanto quello che ha fatto, quello che ha detto, e il suo impegno politico e sociale. Poi, detto questo, io non sono Ghali 2.0 solo perché sono tunisino e ho lo stesso taglio di capelli. Credo che le cose uno le faccia perché le sente, soprattutto quando parliamo di un impegno sociale del genere: non è che vai a mandare uno slogan. Sono cose che vanno fatte con rispetto. Io condivido tutte le posizioni che ha preso finora e, in generale, se c’è qualche questione in cui sento di espormi, lo farò. Però non sono qua a riprendere un suo discorso né a fare qualcosa che è già stato fatto».

E sull’Eurovision: se il Festival dovesse portarti fin lì, hai già deciso che cosa faresti?
«All’Eurovision non ci penso. È una decisione che mi riservo di prendere al momento, anche per scaramanzia. Comunque condivido le posizioni di chi si espone, soprattutto sulla faccenda palestinese. E capisco anche chi dice, a prescindere: no, io non ci vado. Secondo me è giusto dare un messaggio, soprattutto quando le istituzioni non lo fanno».

Come stai vivendo l’esposizione mediatica di questi giorni?
«Non ci penso, un po’ per scaramanzia, un po’ per attitudine: spero che vada tutto bene e basta. L’unica cosa che mi ripeto è di restare leggero e di essere contento di quello che faccio. Da piccolo ogni tanto guardavo Sanremo e mi è rimasta proprio quell’atmosfera leggera più che il Festival in sé. Per me non è cambiato niente: lo vedo come un percorso, non come un traguardo. Sono più impegnato, certo, e più fotografato, però i miei amici sono gli stessi, mia mamma è sempre la stessa, i miei gatti anche. Spero di restare circondato da persone che mi vogliono bene per quello che sono, non per quello che faccio o per una misura di successo o insuccesso. E sull’idea di dimostrare: io non devo dimostrare niente. Faccio quello che sono e quello che faccio. La musica è il mio lavoro e, avendo la possibilità di stare in un contesto del genere, per me importante oltre che utile, ci vado volentieri e contento. Forse giocherò anche a Fantasanremo».

Come ti stai organizzando attorno a questa esperienza? La tua famiglia ti sostiene? E che progetti hai per il dopo Festival?
«Famiglia e amici mi sono vicini. Sperano che vada tutto bene e saranno con me anche fisicamente. Dopo Sanremo, se Dio vuole, è previsto un album: è tempo di concretizzare i vari passaggi».

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