«Tanti soldi ma poche idee e zero stile: è per questo che anche in Ticino i club stanno morendo»

«La musica da ballo era dominata dall'America, ma io cercavo altro. Suonavo gli Yello dalla Svizzera, i Kraftwerk dalla Germania, la Yellow Magic Orchestra dal Giappone, i Depeche Mode, i Soft Cell. Non era musica pensata per la pista, eppure era elettronica e ci si poteva ballare». Quasi cinquant'anni dopo, Rusty Egan racconta così una rivoluzione che allora non aveva ancora un nome.

Dietro la consolle del Blitz insieme a Steve Strange, Egan trasformò un piccolo wine bar londinese in un luogo nel quale musica, moda e arte finirono per contaminarsi. Da lì passarono Boy George, Spandau Ballet, John Galliano e decine di ragazzi destinati a lasciare un segno nella cultura britannica. Una storia raccontata da Blitzed!, il documentario presentato allo St. Moritz Art Film Festival, dove lo abbiamo incontrato poco prima della cerimonia conclusiva e del suo DJ set al Dracula, storico club di St. Moritz fondato da Gunter Sachs.

Rivedere quella stagione significa soprattutto pensare ai suoi protagonisti. «Eravamo all'inizio delle nostre vite e delle nostre carriere, avevamo venti, venticinque anni. Poveri, senza una sterlina in tasca ma tutti aspiravano a fare qualcosa: moda, musica, fotografia, giornalismo. Molti sono arrivati molto lontano». Lui continua invece a considerarsi un uomo dietro le quinte: «Non sono mai stato quello davanti. Il mio nome è associato a tantissimi artisti, ma sono sempre stato sullo sfondo. Però ho fatto musica con le persone con cui avevo sempre sognato di farla. Quindi forse posso dire di avere avuto successo».
Che il Blitz fosse qualcosa di speciale lo aveva capito subito. «Lo sapevo al cento per cento. Ero un batterista e non ero interessato a essere un DJ. Volevo scrivere e produrre musica come i Kraftwerk. Mi piacevano loro, Bowie, i Roxy Music. Quasi tutti i DJ suonavano soul, funk, R&B, musica americana. Io cercavo altro».
Il resto lo fece il passaparola. «All'inizio ci bastavano cinquanta o sessanta persone. Andavamo nei negozi di vestiti, dai parrucchieri, nei caffè e dicevamo: «Vieni martedì, ti piacerà». Dopo tre mesi eravamo in duecento. Piaceva la musica, ma soprattutto piacevano le persone. Non esisteva un altro posto così». E il segreto non era soltanto musicale: «Era un posto sicuro. Il punk era diventato molto violento. Le persone trovavano musica che conoscevano e altra che non conoscevano, ma iniziavano ad amare anche quella».

Quasi mezzo secolo dopo, a essere cambiata è soprattutto la figura del DJ. «Una volta entravi in un club, ascoltavi della musica fantastica e alla fine chiedevi: «Chi era il DJ?». Magari non lo avevi nemmeno visto. Io stavo dietro. Al Blitz era tutto Steve Strange e le persone davanti: cosa indossavano, le feste, quello che stavano creando. Il DJ sceglieva la musica».
Oggi, osserva Egan, le gerarchie si sono invertite. «Prima era: «Questa è una canzone di David Bowie e questo è un remix di Paul Oakenfold». Adesso il DJ è diventato gente come David Guetta. E francamente lo trovo piuttosto noioso». Lui continua a considerarsi prima di tutto un musicista: «Pensate a Brian Eno. E i Daft Punk? Sono musicisti? Certo. I Chemical Brothers erano DJ e sono diventati artisti».
Il passaggio dal rock all'elettronica era cominciato già nei Rich Kids. «Eravamo una buona band. Il disco fu prodotto da Mick Ronson. Ma io e Midge Ure volevamo utilizzare l'elettronica, Steve New e Glen Matlock no. Le nostre strade cominciarono a separarsi. Io facevo già il DJ e pensavo alla musica in una maniera diversa dal rock».
Negli anni Egan ha dimostrato anche un certo fiuto per le future star. «Ho conosciuto William Orbit prima che facesse il suo primo disco, Marc Almond dei Soft Cell e decine di altri. Madonna l'ho incontrata a New York e l'ho portata a Londra: sapevo che era una star. Ho dato a Fat Tony il suo primo ingaggio, conoscevo Holly Johnson prima del successo con i Frankie Goes to Hollywood e ho prenotato gli Eurythmics». Con gli Wham! l'intuizione arrivò nonostante il brano: «Dissi: «Non mi piace nemmeno la vostra canzone, ma so che ce la farete. Avete qualcosa». Era Wham Rap! e pensavo: «Non rappate, per favore». Però guardavo George Michael e sapevo che uno come lui avrebbe sfondato».
Più severo il giudizio sui club contemporanei. «Bisogna tornare a non avere soldi. Oggi è tutto una questione di denaro e ostentazione: bottiglie, tavoli, ragazzi ricchi che spendono i soldi del papà. Noi non avevamo niente, solo le idee». L'alternativa è semplice: «Puoi entrare in un bar, bere qualcosa, cantare le tue canzoni preferite, ascoltare musica nuova e tornare a casa a piedi. Non hai bisogno dell'autista o del tavolo. Il denaro rovina tutto».
Anche i social hanno cambiato la notte. «Oggi molto è falso. È: «Tutti con le mani in alto, facciamo una fotografia e facciamo sembrare che il DJ stia facendo esplodere il locale». Uno, due, tre, foto. E poi si torna alla normalità». Una distanza che Egan spiega ricordando uno degli episodi più celebri del Blitz: «Una sera respingemmo Mick Jagger. Non bastava essere famosi per entrare, dovevi appartenere a quel mondo, avere lo stile e lo spirito giusti. Oggi sarebbe esattamente il contrario: lo farebbero entrare subito, scatterebbero una foto con lui e la metterebbero sui social per avere migliaia di like. A noi non interessava». Ma il suo non è il rimpianto di chi pensa che tutto ciò che è venuto dopo sia peggiore. «Ci sono persone molto, molto brave. Probabilmente sono quelle che dicono: «Preferisco non essere famoso e fare semplicemente la musica che amo». Spero che la prossima generazione abbia ancora delle band».
Ed è proprio nei giovani che Egan vede la possibilità di recuperare lo spirito del Blitz. «Credo davvero che esista una generazione che lo sta scoprendo adesso e ne sta capendo l'essenza. Il Blitz non parlava di soldi. Tutti aspiravamo ad avere successo e alcuni sono diventati grandi designer, come John Galliano e John Richmond. Ma nessuno diceva: «Voglio farlo per diventare ricco». Lo facevano perché amavano quello che facevano».

Perché quello spirito possa tornare, però, servono anche i luoghi in cui farlo nascere. Ed è qui che il discorso arriva alla progressiva scomparsa dei club, un fenomeno che riguarda anche la Svizzera italiana. «So che ci sono locali storici che hanno chiuso anche da voi. E quando succede non perdi soltanto un posto dove andare a bere o ballare: perdi un pezzo di cultura, un luogo dove i ragazzi possono incontrarsi, ascoltare musica e magari cominciare a creare qualcosa insieme. È questo che mi preoccupa».
La ricetta, ancora una volta, è quella che ha visto funzionare al Blitz: «Non servono grandi budget. Togliete tutto il denaro e alla fine avete una stanza, qualche birra, una grande band e dei ragazzi che si guardano e dicono: «Wow, hai un grande stile». È da posti così che può cominciare qualcosa».
Poche ore dopo sarebbe toccato alla musica. «Suonerò cose che mettevo molto tempo fa, ma posso dare loro un sapore contemporaneo. I giovani sono tornati a quella musica e la utilizzano con la tecnologia di oggi. E io sono ancora aggiornato». Dopo la cerimonia dello SMAFF, Bowie, Kraftwerk e Giorgio Moroder hanno così riportato per una notte il Dracula negli anni Ottanta.
Ma Egan continua soprattutto a cercare quello che verrà dopo. «Ci sono tantissimi giovani artisti che magari non ho mai incontrato, ma mi piace la loro musica e gli scrivo. Senti una canzone e pensi: «Chi è questo? Adoro questo pezzo». Poi vai a cercarlo e lo scopri». Lo stesso istinto di allora, con la convinzione che il prossimo Blitz possa sempre nascere da qualche parte: «Quando entri in un posto e pensi: «Sono a casa. Qui suonano la musica che voglio e a nessuno importa chi sono», hai trovato qualcosa di speciale. Poi quel momento finisce e tutti pensano che sia tutto finito. Ma io non penso mai che sia finita, c'è ancora tanta bella musica da scoprire e da ballare insieme».
